SCOPRIRE COME IL CIAD SIA MOLTO SIMILE ALLA SARDEGNA: SEI MESI TRASCORSI TRA I SUOI VILLAGGI COME VOLONTARIA

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di Claudia Mocci

Mi chiamo Claudia Mocci, 26enne selargina d’adozione, momentaneamente in congedo dopo un’esperienza di sei mesi in Ciad. Sono una delle quattro volontarie italiane selezionate dalla Federazione Focsiv, partner italiano del Progetto Eurosha (Europian Humanitarian Aid OpenSource Volunteers) e nello specifico mi sono occupata della mappatura di alcune zone colpite da urgenze e crisi umanitarie. Il Ciad con i suoi numerosi campi rifugiati, sia per via della posizione geografica, sia per motivi climatici e politici è uno dei paesi sub-sahariani colpiti sistematicamente da crisi umanitarie. Oltre alla mappatura ci siamo occupati della formazione pratico-tecnica degli attori locali e internazionali, insegnando loro come utilizzare i nostri strumenti e come poter continuare il lavoro scrupoloso di raccolta dati e condivisione dopo la dipartita dell’equipe. Ho deciso di raccontarvi un episodio successo durante una delle prime attività ricorrenti del nostro lavoro, il mapping party. Una “festa” dove ci si ritrova tutti insieme e si raccolgono i dati utili, armati di GPS, smartphones e altri strumenti cartacei. Dati che poi vengono utilizzati per disegnare nello specifico le mappe. Nonostante il caldo abbiamo iniziato il lavoro di mappatura, a piedi, di tutto il villaggio di Goré, nostra casa per sei mesi. Scuole, Moschee, Chiese, uffici governativi, piccole bettole adibite a negozi, mulini e pozzi. Qualsiasi cosa sia rilevante e d’aiuto in caso di crisi umanitaria. Sono stata eletta “Miss Street Lamps Goré 2012”, bonariamente, dai colleghi, per via della mia dedizione nel mappare tutti i lampioni (street lamps) del villaggio, e quando scrivo tutti intendo proprio tutti, compresi fili elettrici e le cabine elettriche. Diventare Miss in Ciad, questa era una di quelle cose a cui non avevo mai pensato. So per certo che la popolazione non beneficerà del mio lavoro nell’immediato, ma più andavo avanti con il lavoro, più mi accorgevo e accorgo dell’importanza di raccogliere informazioni per far sì che la risposta in caso di crisi umanitaria sia immediata ed esaustiva. Questo discorso vale per qualsiasi Paese la mondo, la conoscenza del territorio, dei suoi cambiamenti, è fondamentale. La tecnologia, il web, oggi ci permettono di fare tutto ciò quasi a costo zero, senza nessun tipo di impatto devastante o impattante per il territorio. Un esempio è appunto OpenStreetMap, lo strumento che utilizzavamo per realizzare le mappe. Questo mapping era l’esercitazione ufficiale per il primo vero lavoro sul campo, la mappatura del nostro primo campo rifugiati. Amboko è a pochi km da Goré, ospita 11mila rifugiati della Repubblica Centrafrica dal 2003. Sembra un piccolo villaggio, con casette basse fatte di mattoni rossi, pochi e la paglia o le canne usate come tetto, quasi tutte le tendopoli sono ormai sparite, ci sono pozzi, un mulino, un piccolo mercato centrale, delle scuole costruite dalle varie Ong che lavorano coi rifugiati, un campo da calcio e una moschea. Durante il mapping i due miei allievi mi parlavano di Amboko, mi descrivevano il campo, io riuscivo solo a pensare al divieto di far foto in Ciad. Che peccato non poter far foto al Campo, ai miei colleghi, al Ciad. Avevamo numerosi divieti, coprifuoco e restrizioni per motivi di sicurezza. Fino a due anni fa il Ciad era in piena guerra civile, i divieti non mi stupiscono affatto. Durante il “mapping party” (esercizio di mappatura per iniziare i volontari al lavoro) di fronte al piccolo e modestissimo ristorante oggetto del nostro lavoro, uno dei miei due allievi ha esordito: “Claudia, questo è il ristorante di mio fratello. Quindi basta con la mappatura, vai a lavarti le mani e mangiamo”. Contestualizzo la situazione: h.10.30 del mattino, 48 o forse più gradi, 50 edifici ancora da mappare, 40 minuti per finire il lavoro, due allievi sopra i 40 anni molto affamati, curiosi, chiacchieroni. Non potevo rifiutare l’invito. Nel giro di 3 minuti mi sono ritrovata dentro una stanzetta buia, caldissima, con altri sei uomini, a mangiare capra arrosto con non so quanti strati di peperoncino usando ovviamente le mani, a bere thè bollente e sentire i racconti su Goré e su come macellare le capre, sull’importanza di controllare le acque in cui gli animali bevono e così via. Quale momento migliore per raccontare della mia terra, delle nostre pecore, del legame antico con uno dei mestieri più rappresentativi, la pastorizia. Di miti, credenze, usanze, storie, che mentre venivano raccontate, hanno creato un piccolo filo sottile tra la Sardegna e il Ciad, accentuando e rendendo uniche le somiglianze, non le differenze. Somiglianze che trovo tuttora incredibili. Un pensiero fisso, ricorrente, l’uomo di Tuomai, resti di un uomo ritrovato in Ciad nel 2001, considerato l’uomo più antico ritrovato fin ora. Toumai nella lingua locale significa “speranza di vita”, quella che portavano i bimbi che nascevano alla vigilia della stagione secca. Il filo diventa sempre più grosso, al pensiero che probabilmente la culla della nostra civiltà era proprio il Ciad. La merenda, che ha avuto un effetto devastante e deleterio sul mio stomaco, ha scatenato tante discussioni, una tra tutte sull’importanza di mappare e collocare su una carta tutti gli animali da pascolo, tesi che viene tuttora sostenuta da un caro amico e collega, il Signor Ali Dorgal. Ho impiegato non poche energie a spiegargli che gli animali non potevano essere annoverati tra gli oggetti d’interesse, poiché si spostano, sono meno “duraturi” rispetto ad un palazzo. Discorso diverso per gli alberi, soprattutto da frutto, oppure le piante medicinali. La stanza si riempiva sempre più di persone che non conoscevo, ognuno si univa al tavolo, ordinava altra carne arrosto, univa argomenti di discussione, domande, qualcuno borbottava perché una donna non può parlare in maniera così esplicita ad un uomo. Perché poi non sono ancora sposata? Perché non ho figli? Mi sono resa conto che ormai sono vecchia o no? E poi che nome brutto che ti hanno dato, da oggi di chiamiamo Remadji, significa benvenuta in arabo ciadiano. Che Remadji sia. Poi tre baldi signori mi hanno mimato la tecnica per far partorire una mucca che non riesce a farlo da sola, io non riuscivo a staccar gli occhi dal povero uomo che personificava la mucca, con tanto di muggiti durante il finto parto. A dir poco comico e surreale. Ovviamente non siamo stati in grado, dopo il lungo spuntino, di finire il lavoro ma quel momento è valso più di milioni di edifici mappati. Quell’invito ha un significato enorme per me perché mi è stato accordato il permesso di entrare, a piccoli passi, dentro la stanza misteriosa e spesso segreta della cultura del Ciad, tra la sua gente che incontrerò nuovamente a settembre, dove continuerò la mia attività di mappatura e formazione, questa volta volontaria del team tecnico del Progetto Eurosha, HOT, l’Humanitarian OpenStreetMap team. Questo per me vale più di mille fotografie. La settimana successiva ho comunque incontrato Dorgal e insieme abbiamo preso le coordinate della mucca del suo vicino. Non potevo non farlo. Perché raccontarvi tutto ciò? Perché ho capito che la sofferenza umana ha una natura duplice. Può essere causa di infelicità o incentivo per un’ulteriore crescita. Se ci disperiamo di fronte alla sofferenza, siamo persi, ma se la consideriamo un’occasione per svilupparci e migliorarci, scopriamo che la nostra esperienza ci rende in grado di portare felicità agli altri.

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