SERBIDORAS E MERIS: IL CASO DELLA BELLA DI CABRAS


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Fino ai primi anni del ‘900 il rapporto tra le serbidoreddas e su meri (cioè delle servette e del ricco, e spesso nobile, padrone di casa presso cui trovavano lavoro), offriva uno spaccato crudo e veritiero di una Sardegna sommersa e da dimenticare. Le serbidoras molto spesso non avevano neppure la percezione di quanto guadagnassero perché era il padre che si occupava della trattativa con i signori di città. Le variabili erano tante, le ragazzine potevano finire come damigelle da compagnia della padrona di casa, potevano fare da serbidoreddas – le aiutanti della serva più anziana ed esperta delle dinamiche del palazzo padronale -, potevano perfino arrivare a svolgere le mansioni di una segretaria ante litteram se sapevano leggere e scrivere. Ma la cosa che le accomunava tutte era una: le poverette erano, inevitabilmente, oggetto di attenzioni morbose da parte del padrone, fatta eccezione per meno di rarissimi casi, forse più letterari che reali. Le fanciulle, messe in guardia sul pericolo, partivano assicurando alle proprie famiglie di tenersi oneste e integerrime di fronte alle lusinghe del ‘signorotto’ di città. Del resto il più delle volte le ragazze decidevano di andare a servizio per permettere alle madri di metter da parte la somma sufficiente ad assicurare il proprio corredo per assicurarsi un matrimonio adeguato. Metafora e paradigma di centinaia di storie che accomunano le serbidoras è la vicenda della Bella di Cabras, Rosa. La storia, al confine tra realtà e leggenda, racconta le vicissitudini di una ragazzina bellissima ma martoriata da una vita di miseria. Per assicurarle un futuro migliore il buon padre Antonio Maria decide, a malincuore, di mandarla a servizio per qualche tempo, e a questo scopo pensa di assicurarla al parroco del borgo di Cabras che la segnalerà ad una rispettabile e nobile famiglia di Oristano. La fanciulla cresce in bellezza ma rimane assai ingenua, elemento che non sfuggirà al ‘signoriccu’ don Carlino, seminarista perditempo e viziatissimo, unico figlio maschio della dinastia più blasonata di Oristano. Le altre serve, abituate alle rodate dinamiche tra domestiche e padroni, non pensano di dover mettere in guardia Rosa che sembra più che sicura della succulenta conquista amorosa e sociale. La famiglia inizia a sospettare della tresca con la servetta tanto che, alla prima occasione utile, durante il soggiorno cagliaritano dei padroni per i festeggiamenti di Sant’Efisio, viene combinato in gran fretta il matrimonio con la giovane nobil donna Margherita. Tutto sembra sistemato nel migliore dei modi salvo il fatto che la servetta Rosa, vittima dell’illusione di un lieto fine, porta in grembo una bimba di Carlino. È appassionante assistere alla metamorfosi dei familiari dello scavezzacollo che, da magnanimi e premurosi nei confronti della cabraresina, diventeranno i maggiori persecutori morali della sprovveduta fanciulla. La giovane serbidoredda rientra in paese e dopo aver dato alla luce la piccola Carlina decide di alleggerire la sua famiglia dall’irreparabile infamia con un gesto che possa diluire le attenzioni e il giudizio di condanna dell’intero paese. Stringendo la bimba al cuore, Rosa, si lascia annegare tra le acque del Tirso.  La macchia di perdizione ora è lavata. Il borgo può proseguire nel normale fluire di quell’equilibrio al quale, ieri come oggi, è necessario sacrificare la peccatrice che dà modo di far parlare di sé.

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