GLI ANNI DIFFICILI CHE HANNO PORTATO AL TRAGICO ATTENTATO DI NEW YORK DI 10 ANNI FA: DALLA GUERRA DEL GOLFO ALL'11 SETTEMBRE 2001

skyline dall'Empire State Building su Manhattan - New York
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a cura di Massimiliano Perlato

La Guerra del Golfo è il conflitto che nell’inverno del 1991 oppose l’Iraq a una coalizione internazionale formatasi sotto l’egida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. La crisi che portò alla guerra ebbe inizio il 2 agosto 1990, quando l’Iraq invase il Kuwait proclamandone in seguito l’annessione (28 agosto). Le cause che portarono alla guerra del Golfo furono diverse e complesse. In primo luogo, per via della lunga e costosa guerra contro l’Iran, l’Iraq era sprofondato in una grave crisi economica e politica. L’opposizione al regime di Saddam Hussein, diffusa ovunque nel paese, si era fatta particolarmente insidiosa nel nord e nel sud, e cioè nelle regioni a maggioranza curda e sciita, che minacciavano di rendersi indipendenti. Era peraltro caduta nel vuoto la richiesta rivolta da Saddam Hussein agli altri paesi del Golfo di ridurre la produzione di petrolio e innalzarne il prezzo, cosa che gli avrebbe consentito di ottenere maggiori entrate con cui affrontare la grave situazione. In secondo luogo, l’Iraq considerava una sua regione il Kuwait, del quale non aveva infatti mai riconosciuto l’indipendenza, e lo accusava di sfruttare indebitamente i ricchi giacimenti di petrolio situati presso il confine tra i due paesi e da entrambi rivendicati. Saddam Hussein riteneva che l’aggressione al Kuwait avrebbe sollevato le proteste della comunità internazionale, ma non le reazioni di quei paesi arabi e occidentali, e in particolare degli Stati Uniti, che lo avevano sostenuto nella guerra contro l’Iran. Nell’intento di puntellare il suo traballante regime, Saddam Hussein decise così di giocare la carta nazionalista, ignorando gli ammonimenti della comunità internazionale. L’invasione del Kuwait suscitò le proteste internazionali, ma anche l’energica reazione degli Stati Uniti, decisi a cogliere l’occasione per consolidare la propria presenza in Medio Oriente. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU approvò una serie di risoluzioni di condanna, colpendo l’Iraq con sanzioni economiche e intimandogli infine di ritirare le proprie truppe dal Kuwait entro la data del 15 gennaio 1991. Nel corso dell’autunno, su mandato delle Nazioni Unite si costituì una coalizione internazionale formata da più di quaranta paesi (tra cui anche paesi arabi quali l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Siria) e una forza composta da più di 700.000 uomini (in maggioranza forniti dagli Stati Uniti) venne schierata nella regione nell’operazione chiamata “Scudo nel deserto” (Desert Shield). Scaduto l’ultimatum, il 17 gennaio 1991 le forze della coalizione, guidate dal generale statunitense Norman Schwarzkopf, lanciarono l’operazione denominata “Tempesta nel deserto” (Desert Storm), consistente in una massiccia offensiva aerea contro obiettivi militari in Iraq e in Kuwait. Gli attacchi della forza multinazionale erano volti alla neutralizzazione dei centri di comando iracheni, concentrati a Baghdad e a Bassora; all’interruzione delle linee di trasporto e di comunicazione tra Baghdad e le truppe sul campo; alla neutralizzazione dell’artiglieria irachena, trincerata lungo il confine tra Arabia Saudita e Kuwait, e della Guardia repubblicana, composta da un’élite di 125.000 uomini dislocati nell’Iraq sudorientale e nel Kuwait settentrionale. L’offensiva aerea disarticolò in breve tempo il sistema difensivo iracheno, infliggendo pesanti perdite all’esercito e mietendo al contempo molte vittime tra la popolazione civile. Contro le soverchianti forze della coalizione l’esercito iracheno rimase pressoché inerme, riuscendo ad abbattere pochi velivoli e a indirizzare alcune decine di missili Scud verso l’Arabia Saudita e Israele (che, in accordo con gli Stati Uniti, non si lasciò coinvolgere nel conflitto). A metà febbraio, di fronte all’aumento delle perdite civili e militari, l’Iraq annunciò l’intenzione di ritirarsi dal Kuwait, ma le condizioni proposte furono respinte dagli Stati Uniti. La coalizione sferrò quindi un decisivo attacco con cui sfondò la linea difensiva irachena e avanzò rapidamente attraverso l’Iraq meridionale, tagliando ogni via di ritirata alla Guardia repubblicana. Nel giro di pochi giorni, la capitale del Kuwait fu liberata e decine di migliaia di soldati iracheni vennero catturati o uccisi. Le successive trattative pervennero a una tregua (3 marzo) e infine al cessate il fuoco (6 aprile). Le condizioni di resa imposte all’Iraq furono molto severe. Oltre alle restrizioni alla vendita del petrolio (di cui una cospicua parte fu destinata a ripagare i danni inflitti al Kuwait), l’accordo stabilì dei limiti alla stessa sovranità territoriale irachena, prima con l’istituzione di un’area d’interdizione aerea (no-fly zone) a nord e a sud del paese (il cui controllo fu affidato alle forze aeree degli Stati Uniti e della Gran Bretagna) e poi con la creazione di una “zona di protezione” nel nord del paese che diede ai curdi un’ampia autonomia. A ciò si aggiunsero le misure di disarmo volte a smantellare gli arsenali chimici e a impedire lo sviluppo della ricerca di armi nucleari, della cui applicazione furono incaricate l’UNSCOM (Commissione speciale delle Nazioni Unite) e l’AIEA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica). Se paragonate all’intensità dello scontro, le perdite della coalizione internazionale furono limitate; secondo il bilancio fornito alla fine delle operazioni i caduti furono circa 300 (di cui alcune decine a causa del cosiddetto “fuoco amico”) e poche centinaia i feriti. Molti veterani della guerra del Golfo (migliaia, secondo alcune fonti) si sarebbero tuttavia ammalati in seguito per gli effetti dell’uranio impoverito contenuto nei proiettili utilizzati dalla coalizione nel conflitto. Pesanti furono i costi umani e materiali pagati dal Kuwait e soprattutto dall’Iraq. Durante i mesi di occupazione il Kuwait fu sottoposto a un sistematico saccheggio, ma i danni maggiori – economici e ambientali – furono causati dagli incendi appiccati a centinaia di pozzi petroliferi dall’esercito iracheno in ritirata. Dopo la liberazione del paese, l’operazione di spegnimento dei pozzi si protrasse infatti per oltre un anno. L’Iraq subì danni materiali ancora più ingenti, che ne pregiudicarono ogni possibilità di ripresa. Elevatissimo fu il numero dei morti, sia fra le truppe sia fra i civili (le stime variano tra 50.000 e 300.000 vittime), e quello dei feriti. Agli effetti della guerra, negli anni successivi si sarebbero aggiunti quelli delle severe sanzioni, che pur attenuate nel 1995 con il programma Oil for Food (“petrolio in cambio di cibo”, che autorizzava l’Iraq a esportare due miliardi di dollari di greggio al semestre per l’acquisto di viveri e medicinali), portarono il paese sull’orlo del collasso. Controversi furono gli esiti politici e diplomatici del conflitto. Saddam Hussein, sebbene indebolito, riuscì a conservare il potere. L’Iraq fu accusato di ostacolare il lavoro degli osservatori delle Nazioni Unite incaricati dello smantellamento degli impianti di produzione di armi chimiche e del controllo degli arsenali iracheni, mentre l’Iraq accusò ripetutamente i paesi occidentali e l’ONU di violare gli accordi di pace, disattendendo le clausole che prevedevano il progressivo ritiro delle sanzioni economiche. Le relazioni tra Baghdad, l’ONU e i governi occidentali si caratterizzarono per un’accentuata ostilità e molti furono i momenti di crisi, il più grave dei quali si verificò nel dicembre 1998, quando un nuovo intervento militare contro l’Iraq fu scongiurato all’ultimo momento dall’intervento del segretario generale dell’ONU Kofi Annan che, recatosi in visita a Baghdad, raggiunse un accordo con Saddam Hussein sulla ripresa delle ispezioni in cambio di una revisione delle sanzioni. Dagli inizi del 1999, con la ripresa dei bombardamenti statunitensi e britannici su obiettivi militari e industriali, la tensione andò via via aumentando. Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 a New York e Washing
ton, accusato di sostenere Osama Bin Laden e di produrre armi di distruzione di massa, l’Iraq tornò nel mirino dell’offensiva diplomatica anglo-americana, che nel marzo del 2003 sfociò in un nuovo intervento militare che abbatté il regime di Saddam Hussein. Tornando all’11 settembre, questi attentati furono una serie di attacchi suicidi di natura terroristica attuati contro gli Stati Uniti d’America; si tratta della tragedia più documentata di sempre, ma anche  di una delle più controverse, che ha alimentato polemiche crescenti e senza precedenti, sia negli Stati Uniti, sia nel resto del mondo, circa la ricostruzione dei fatti e l’individuazione delle responsabilità correlate. Gli obiettivi primari degli attacchi dell’11 settembre furono bersagli con alto valore simbolico. Secondo la ricostruzione ufficiale dei fatti, non vennero usati mezzi militari convenzionati per portarli a termine: furono utilizzati quattro aerei di linea dirottati. Il carburanti presente nei serbatoi degli aerei li ha trasformati in missili incendiari. Due di questi furono fatti collidere contro le due Torri Gemelle del World Trade Center a New York, il terzo fu lanciato contro il Pentagono (Sede del Ministero della Difesa americana) ad Arlington (Virginia) e il quarto è precipitato nella Pennsylvania, presso la città di Shanksville. Si suppone che su quest’ultimo aereo i dirottatori volessero farlo precipitare sul Campidoglio o sulla Casa Bianca. Oltre alla perdita di vite umane (2 986), furono danneggiati diversi edifici che si trovarono vicino alle due Torri Gemelle, tra cui cinque stazioni della metropolitana. L’area, il cui sgombero completo ha richiesto un lunghissimo tempo, è stata ribattezzata Ground Zero. Subito individuato dall’Amministrazione del presidente George W. Bush e dagli organismi investigativi americani come unico mandante e come responsabile della faccenda fu il gruppo terroristico denominato Al – Qaeda guidato dal shaykh Osama Bin Laden. Gli attentati segnarono l’inizio della guerra al terrorismo con l’invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti nell’ottobre 2001 e la deposizione del governo talebano, che ospitava il leader di Al – Qaeda e campi d’addestramento e logistica di tale organizzazione. Anche l’invasione dell’Iraq e la cattura di Saddam Hussein da parte delle forze anglo-americane nel 2003 sono state indicate dal Governo degli Stati Uniti come operazioni rientranti nella “guerra al terrorismo”, sebbene non siano mai emersi collegamenti diretti tra il regime iracheno e gli attentati dell’11 settembre. Le motivazioni dell’attacco sono state precisate da una fatwà, pubblicata da Osama Bin Laden, di Ayman al-Zawahiri, Abu Yasir Rifai Ahmad Taha, Shaykh Mir Hamza e Fazlur Rahman il 23 febbraio 1998 sul giornale arabo al-Quds al-Arabi (London U.K.), la fatwà elenca vari «crimini e peccati commessi dagli Americani», come il sostegno militare ed economico degli Stati Uniti allo Stato d’Israele, l’occupazione degli Stati Uniti della Penisola Araba, le basi militari americane in Arabia Saudita, l’aggressione degli Stati Uniti contro gli iracheni nella prima guerra del golfo, i bombardamenti dello Stato d’Israele contro i palazzi in Libano, avvenuti con l’appoggio militare e i missili degli USA. La fatwà inoltre dichiara che gli Stati Uniti saccheggiano le risorse (il petrolio) nella Penisola araba, dettano politica ai governanti di quei paesi, appoggiano regimi e monarchie abusivi nel Vicino Oriente ed opprimono la loro gente, hanno basi ed installazioni militari nella penisola araba, violando la Terra Santa musulmana per minacciare i paesi musulmani limitrofi, appoggiano il regime sionista di Israele e desiderano deviare l’attenzione internazionale dall’occupazione della Palestina.

 

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