OMAGGIO AD ANTONIO GRAMSCI A 120 ANNI DALLA NASCITA: LETTURA DELLE "LETTERE DAL CARCERE" IN LOMBARDIA (SERGIO PORTAS 2010, CLAUDE ROY 1948)


di Paolo Pulina

Il 13 febbraio del 2005, a Pisa, presso l’Aula Magna Storica dell’Università, per iniziativa del circolo sardo locale  e della FASI (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia), si tenne un convegno sull’ “attualità di Gramsci”. Tra i relatori figurarono studiosi di notevole valore: Giuseppe Vacca, Eugenio Orrù, Remo Bodei, Paolo Bagnoli, Stefano B. Galli.

In quell’occasione presentai  una relazione dal titolo “Gramsci in Francia e nel mondo degli emigrati sardi” (oggi pubblicata alle pp.111-121 del volume di autori vari, Crisi e mutamento. La Sardegna fra tradizione e modernità, a cura di Eugenio Orrù e Nereide Rudas, Cagliari, Tema, 2008). In essa diedi conto di una specie di “scoop” sul tema della ricezione delle opere di Gramsci in Francia, argomento al quale ho dedicato la tesi di laurea in Lettere Moderne (relatore il prof. Franco Fergnani) presso l’Università Statale di Milano.

Un ampio estratto  della tesi fu  pubblicato sulla rivista “Bollettino per Biblioteche”  dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Pavia (numero speciale riguardante la  Francia, n. 19, ottobre 1978) e così il mio lavoro  poté essere conosciuto dagli studiosi francesi di Gramsci, che l’hanno citato nei loro scritti: si veda il saggio di  Georges Labica  La réception de Gramsci en France: Gramsci et le PCF nel volume, pubblicato per le cure  di  André Tosel nel 1992, che raccoglie  gli atti del colloquio franco-italiano di Besançon  (23-25 novembre 1989) intitolato Modernité de Gramsci? ; si veda il saggio di André Tosel  Gramsci in Francia apparso nel volume collettaneo Gramsci in Europa (Francia, Spagna, Gran Bretagna, Russia) e in America (Stati Uniti, Brasile, America Latina) edito da Laterza nel gennaio 1995, coordinato dallo storico inglese internazionalmente noto  Eric J. Hobsbawn  e curato da Antonio A. Santucci ( l’infaticabile studioso di Gramsci, prematuramente scomparso, al quale, anche come amico, vorrei rivolgere l’omaggio di un pensiero).  

Nel  volume di vari autori  Il pensiero permanente. Gramsci, oltre il suo tempo, a cura di Eugenio Orrù e Nereide Rudas, Cagliari, Tema, 1999, è contenuta una breve sintesi della mia tesi, intitolata Gramsci in Francia 1949-1998,  aggiornamento al  1998 della mia relazione (Gramsci in Francia 1949-1990)  al convegno “Gli altri Gramsci” (Sassari, 4 aprile 1991) con Manlio Brigaglia, Zeffiro Ciuffoletti, David Forgacs, Luigi Nieddu, Eugenio Orrù, Antonio A. Santucci.

 

La specie di “scoop” sul tema “la ricezione di Gramsci in Francia” da me prodotta a Pisa è la traduzione della testimonianza di un importante scrittore francese del Novecento, Claude Roy, che era sfuggita a tutti i bibliografi (e sappiamo che  i curatori della Bibliografia gramsciana dal 1922, che contiene oltre  15.000 titoli sulla vita e l’opera di Gramsci in 33 lingue,  e che oggi è disponibile anche on line, sono dei segugi ammirevoli: mi riferisco a John M. Cammett, Francesco Giasi, Maria Luisa Righi).

 

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Sergio Portas mi ha consentito di conoscere in anteprima la lettura che egli ha fatto, nella Lombardia del 2010, delle Lettere dal carcere  di Gramsci. Dice l’autore: «Il mio libro sul sardo Antonio Gramsci (di cui è imminente la pubblicazione nell’anno in cui ricorre il 120° anniversario della sua nascita, avvenuta ad Ales il 22 gennaio 1891)  è riferito in prima istanza ai sardi tutti e in seconda ai sardi più giovani, magari a quelli che come lui hanno dovuto lasciare l’isola natia. E che poco  o nulla conoscono di come lui vivesse la sua sardità».

La ricerca di Portas  è certo tesa a scovare nelle Lettere  gramsciane tutti i riferimenti che esse contengono alla storia, alla cultura, alla mentalità, ai costumi dei paesi dell’isola e dimostra quanto forte fosse il cordone ombelicale che legava  il nostro illustre conterraneo alla terra natale  (“Gramsci emigrato sardo” ho voluto intitolare una mia relazione su questi stessi temi, sulla base della premessa che anche lui, soprattutto perché ne viveva  lontano, aveva un pensiero permanente: madre-Sardegna). Ma a Portas non interessa solo dare una rassegna compilatoria di citazioni “sarde” presenti nella corrispondenza gramsciana (è importante anche questo risultato, peraltro). La sua passione civile di giornalista “alla Gramsci” (non vende la sua penna a chi gliela paga meglio; vuole rimanere liberissimo senza nascondere le sue profonde convinzioni per far piacere a padroni e manutengoli) lo porta ad inserire tra le righe del testo una filigrana di riflessioni attualizzanti che ci dicono apertis verbis come lui vede la situazione della Milano e della Lombardia sottoposte all’ “egemonia” culturale leghista e lo stato di un Paese come l’Italia  (“e poi giù a gridare slogan razzisti e xenofobi, che tanto questo è il mercato della politica più becera”; “l’Italia sta sperimentando il ritorno xenofobo di correnti separatiste e particolariste: tali che sono, paradossalmente, al governo della nazione”).

Intervistato da me, alla maniera di Portas, Claude Roy mi dice: “Niente ha potuto averla vinta sulla bontà di Gramsci, sulla sua gentilezza d’animo, sulla sua curiosità di spirito, sulla sua volontà, sulla sua potenza di meditazione e di lavoro”.

Caro Sergio, sono sicuro che anche tu, come me, condividi queste e le altre parole di Roy che ho riportato alla luce. A te e a me ovviamente viene naturale aggiungere: “Niente ha potuto averla vinta sulla sardità di Gramsci”. Speriamo che questo nostro giudizio convinca qualche sardo, residente o emigrato, a leggere almeno le sue Lettere dal carcere, capaci di commuovere, “al limite delle lacrime ed esaltazione”, uno spirito libero come il francese Claude Roy durante una sua permanenza in Lombardia nell’aprile 1948.

 

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Il Gramsci di Claude Roy

 

Claude Roy, scrittore francese, nato nel 1915, dopo la seconda guerra mondiale aderì al Partito Comunista Francese, ne uscì nel 1957; dopo le opere impegnate,  dal punto di vista politico e ideologico, si dedicò all’autobiografia. Nel 1960 ha pubblicato, presso Gallimard, un Journal des voyages (i viaggi  riguardano la Francia, la Cina, l’Italia), non tradotto in Italia. 

 

Roy, Claude, Journal des voyages, Paris,  Gallimard [1960],  279 p.

Per datare questo scritto ricorriamo a una delle tre lettere di Elio Vittorini a Claude Roy pubblicate nel volume Gli anni del “Politecnico” che raccoglie le lettere di Vittorini degli anni 1945-1951 (Einaudi, 1977). Scrive Vittorini in data 18 marzo 1948: “ Mio caro Claude, io vorrei anche la libertà della cultura, senza dubbio, e soffro che nel nostro Partito non si capisca bene l’importanza di salvare questa conquista del mondo moderno che è la libertà della cultura. Hai letto l’ultimo libro di Gramsci uscito ora? Parlo del libro intitolato Il materialismo storico e la filosofia di Croce. […] . Ora aspetto la tua visita. Da Milano vado a Varese il 23 marzo, e a Varese rimango fino al 1° aprile. Se tu e tua moglie venite dunque a Milano tra il 23 marzo e il 1° aprile vi aspettiamo tutti e due a Varese […]”. Vittorini dà delle indicazioni minuziose sul percorso da  seguire e  nel suo libro Roy le commenta così:  “Milano, aprile [1948]. Ho ricevuto stamattina una lettera di Elio Vittorini che mi spiega come devo comportami per andarlo a raggiungere nella sua casa di Varese dove lavora al suo ultimo romanzo. Le indicazioni sulla strada da fare sono precise e misteriose, come quegli itinerari che, nei romanzi di pirati, devono condurre i cercatori a trovare il tesoro nascosto dal capitano Kidd nell’isola dei Coco”.

 

Aprile  [1948]

In treno, tra Milano e Venezia, leggo le Lettere dal carcere di Gramsci, e comincio il suo libro Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce. È una buona lettura per scuotere l’energia e preservare dalle pigrizie dello scoraggiamento. Tuttavia, il solo fatto di leggere oggi queste lettere, sotto forma di un libro, rischierebbe di attenuarne la grandezza. Oggi, noi sappiamo che la speranza di Gramsci, e la sua sfida ostinata sull’avvenire dell’Italia, degli uomini, non erano vane, sappiamo che Mussolini ha potuto far morire Gramsci, ma che alla fine è morto anche lui, e più crudelmente forse di quanto non ha potuto far morire qualcuna delle sue vittime.

Questo libro è stato scritto giorno per giorno in undici anni di prigionia da un piccolo gobbo, malato, minato, sublime – una delle tre grandi anime del comunismo mondiale che scriveva nel tempo della derisione generale e dell’oppressione particolare, quando  trionfava (sembrava) il fascismo, al tempo in cui la persecuzione riduceva al silenzio o all’illegalità tutti i compagni di questo prigioniero – che tuttavia mai si considera come un solo uomo.

Si leggono le lettere di Gramsci tra commozione al limite delle lacrime ed esaltazione. Il grande brigante che lo incontra in un trasferimento da prigione a prigione non vuole riconoscere nel piccolo uomo gracile e malandato il celebre deputato Gramsci, perché Antonio Gramsci deve essere un gigante e non un uomo così piccolo. Ingenuità di un paese dove le statue dei santi ne fanno degli Adoni dipinti con colori vivaci, dei bei semidei. Ma se bisogna servirsi di un termine, il vero santo moderno, eccolo: Antonio Gramsci. Niente ha potuto (se non la morte e la sua vittoria qui pesa dunque poco!) averla vinta su Gramsci. Niente ha potuto averla vinta sulla sua bontà, sulla sua gentilezza d’animo, sulla sua curiosità di spirito, sulla sua volontà, sulla sua potenza di meditazione e di lavoro. Malgrado il logoramento causato dalla vita in cella, malgrado le umiliazioni e le angherie subite in migliaia e migliaia di giorni, malgrado la reclusione e la malattia, malgrado l’oppressione dei carcerieri e dei detenuti per reati comuni, Gramsci durante dodici anni ha resistito, lavorato, approfondito il suo pensiero, preparato pazientemente i giorni del grande risveglio, conservato lo spirito lucido e il cuore generoso. Quest’ uomo martirizzato resta costantemente di una squisita, premurosa, sollecita benevolenza. Questo prigioniero, al quale si rifiuta o meschinamente si raziona l’inchiostro e la carta,  compie una delle più grandi opere del pensiero rivoluzionario moderno. Golia fa delle scene col mento dal balcone di Palazzo Venezia. Ma, dalla sua prigione, Gramsci, condannato, sottoposto ad angherie, disconosciuto dai suoi amici,  insultato dagli altri, va avanti, lavora, medita e crea.

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