ILARIA ONORATO E IL VALORE DEL RIGORE. COSA SIGNIFICA ESSERE ALLIEVI DI GIORGIO STREHLER

Ilaria Onorato nella foto di Paola Marzano (2017)

di Maria Milvia Morciano

Ilaria ha una voce sonora ma profonda. Una voce potente che meraviglia esca da una figura così esile e minuta. Si sente nettamente la sua vita trascorsa soprattutto a Firenze dove è cresciuta. Di Firenze non ha soltanto l’apertura perfetta delle vocali, ma anche il rigore. Però la Sardegna è tutta nei suoi colori scuri e negli occhi allungati e malinconici. Il suo volto sembra essere stato dipinto da Giuseppe Biasi.

L’incontro con il teatro inizia nel modo più classico. Dopo aver partecipato a una recita scolastica, Ilaria capisce di non voler fare altro. Aspetta con molta impazienza di finire il liceo e fingendo di assecondare il desiderio dei genitori, si iscrive all’università, ma intanto cerca una scuola “seria” dove poter imparare a recitare. Gigi Proietti, durante un provino, rimane interdetto: “E tu avresti venti anni? Ammazza!”. La segretaria le comunica di non averla ammessa alla scuola perché “non avrebbero avuto nulla da insegnarle” e, di fatto, facendole un gran favore, aprendole la via a una scuola sicuramente più adatta e affine al suo sentire: quella di Giorgio Strehler. Prima però uno stage massacrante, “fisico”, con gli allievi di Orazio Costa a Pisa.

Nell’87 partecipa con molto scetticismo al bando della Scuola di Teatro del “Piccolo” di Milano. Alla prima selezione sono in 1500. La prova è durissima e si svolge a Roma, presso il Teatro Argentina. I candidati si presentano con un monologo in versi, un monologo in prosa, un dialogo teatrale, una lettura preparata e una lettura improvvisata. Passano in 400, stracciando anche gli allievi della scuola di Gassman. A Milano la seconda selezione: un monologo in versi, uno in prosa, un dialogo, un pezzo cantato e un pezzo di mimo. Ilaria supera anche questa selezione. Per la terza prova sono in quarantacinque, per il collo di un imbuto talmente stretto da far pensare che solo una persona sottile come Ilaria possa riuscire a passare. Un monologo in prosa, un tema di mimo, un canto da imparare e i pezzi già preparati in precedenza.
Sono ormai tutti amici ed è strano concorrere per quattro giorni di fila insieme agli altri, condividere paure e speranze e sentirsi talmente stanchi e provati da non riuscire a provare neppure competizione. Tutto avviene pensando a colpire una sola figura nel buio della sala, i suoi occhi intensi e un po’ torvi. A quel chiarore dalla chioma elastica e bianca là, nel buio che ti guarda e che ti giudica. È il tuo destino: Giorgio Strehler esamina tutti, uno per uno.

Ed ecco il gruppo dei trentuno. Tre anni di lavoro sei giorni su sette trentuno giovani attori lavorano senza avere tempo per se stessi e la sera dopo il lavoro e lo studio si prova direttamente con il regista. Una formazione permanente che ha strappato i ragazzi alla leggerezza della loro età e che è penetrata attraverso i pori e il sudore fino al midollo e ancora più giù, nell’anima, cambiandola, forgiandola, condannandoli e non poter più tornare indietro né accontentarsi di percorsi semplici. Ilaria la definisce un’esperienza estatica e si rammarica di non aver vissuto quei giorni con la consapevolezza della maturità così da riuscire letteralmente a succhiare gli insegnamenti con una intensità ancora maggiore di quanto non abbia potuto fare quando era poco più che una ragazzina.

Rigore e severità sono le parole più adatte a descrivere Ilaria e una strana forma di passione segreta, fredda come un magma sotterraneo e nero che non si vede esplodere ma che si sente in modo netto per chi l’ascolta recitare o parlare.

Conosco anche suo padre e mi si forma un’idea unitaria di lei: è evidente di come la sua vita sia stata influenzata da persone di cuore ma esigenti, generose ma di certo non leggere. Le chiedo qualcosa di più sul suo maestro, del suo metodo di insegnamento.

Lei spiega che il punto di partenza di Strehler era destrutturare l’allievo. Via le incrostazioni, via gli escamotage di mestiere, come quello di colorare la voce o il gesto. Sfrondare e studiare, sentirsi nudi sul palcoscenico, senza appigli facili. La responsabilità del maestro è fondamentale quanto il suo segno. Incontrarlo significava capire che quando contestava te non eri tu ma la cosa fatta. Bastava riassestare il colpo e lui poteva portare l’allievo dalle stalle alle stelle. Giorgio Strehler era un leone che ruggiva, che si arrabbiava in modo epico, ma anche capace di individuarti nel buio, guardarti negli occhi e chiederti: “Onorato, come stai?”. Era un leader. E il leader prova rispetto ma non cede al sentimentalismo. Lui non portava rispetto soltanto verso chi ne era privo.

Ilaria Onorato trascorre dieci anni, fino al 1996, lavorando nel Piccolo. In questi anni interpreta molti ruoli nell’Arlecchino, nel Faust e nei Giganti della Montagna e un ruolo come coprotagonista nell’opera di Dacia Maraini Donna Lionora Giacubina. In questi anni inizia la crisi del teatro. Strehler voleva fondare una nuova compagnia di giovani ma sentiva di non avere più energie sufficienti. E infatti nel giorno di Natale del 1997 il regista muore durante le prove del Così fan tutte.

Ilaria è seguita in questi anni da un agente romano che si occupa di cinema e che la invita a spiccare il volo nella capitale. A Roma bussa a molte porte. Una città accogliente, vivace, dove si vive bene, ma da un punto di vista lavorativo molto chiusa, così si mette in proprio e lavora a recital su richiesta. La vita diventa all’improvviso molto difficile, perché passare da un’astrazione dal reale e dedicarsi soltanto allo studio e alla recitazione per dover poi pensare a reinventarsi la vita, a non contare più su uno stipendio fisso è un vero trauma. Inoltre la crisi di questi tempi danneggia soprattutto la cultura ma Ilaria Onorato non demorde e colleziona molte esperienze. Queste le più importanti: Poetando Solitudine recital di poesie e prose sulla solitudine. PPP recital su scritti di Pasolini. Tunc et Nunc recital di vari autori innestati sul fil rouge de La scuola dei dittatori di Silone. Passavamo sulla terra leggeri, romanzo di Sergio Atzeni, prima tappa di un progetto di spettacolo in parte ancora nel cassetto. Una collaborazione con il gruppo Operaincorso, un gruppo di artiste dello spettacolo che si uniscono per destare l’attenzione sulla situazione femminile nel mondo dell’arte, da cui nasce il bellissimo monologo su Maria Carta, un’opera a firma della stessa Ilaria attraverso la ricerca e la ricomposizione di testi e interviste della grande artista sarda. E poi tanta narrazione orale.
Quest’anno ricorre il ventennale dalla morte di Giorgio Strehler, il trentennale dall’inaugurazione della Scuola e settant’anni del Piccolo Teatro stabile di Milano. Così i compagni di corso ed eredi hanno il desiderio di mettere in scena un ricordo del maestro a Milano.

Sul suo rapporto con la Sardegna non ho bisogno di chiedere molto. Lei è come tutti quei sardi di seconda generazione che nell’isola non sono nati ma che ne portano nelle vene tutta la linfa e se ne sentono parte in modo assoluto. Quando in un bar ho incontrato Ilaria Onorato, tempo fa, lei mi ha subito detto che stava studiando Gramsci per uno spettacolo all’Associazione Il Gremio dei Sardi. Mi ha stupito che una “semplice” lettura di alcuni brani richiedesse tanto tempo di studio: all’evento mancavano ancora diversi mesi! Poi ho assistito alla serata e ho capito. Non era solo scegliere dei pezzi e preparare la propria esibizione, ma orchestrare e curare la regia di altri attori, ciascuno non soltanto di grande talento, ma anche con personalità ben definite, forti, incisive. Vanni Fois, Daniele Monachella, Alessandro Pala hanno formato insieme a Ilaria Onorato un gruppo di attori che ha parlato di Sardegna in un modo particolare e intelligente, contribuendo a diffondere non soltanto l’amore per il teatro ma anche la ricchezza di autori e testi sardi fondamentali. Sono testimoni preziosi del tempo di un luogo relativamente piccolo, l’isola di Sardegna, che però mi auguro continuino con queste iniziative e conquistino uno spazio grandissimo, anzi senza confini. 

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