L’ISOLA CHE NON C’E’: IL DISASTRO DELLA RETE DEI TRASPORTI METTE IN CROCE LA SARDEGNA

immagine di Stefania Sperandio

di Massimo Donelli

Sardegna, 1,633 milioni di abitanti, 24.090 chilometri quadrati, la seconda isola del Mediterraneo dopo la Sicilia (25.460). Qui sono nati il più apprezzato maestro del diritto italiano (Domenico Alberto Azuni), uno dei più grandi intellettuali europei del novecento (Antonio Gramsci), un premio Nobel (Grazia Deledda), due presidenti della Repubblica (Antonio Segni e Francesco Cossiga) e perfino il primo internet provider tricolore (Video On Line). Qui c’è il mare che ha fatto perdere la testa all’ Aga Khan (il principe degli ismailiti); c’è una natura che ha rapito il cuore di Fabrizio De Andrè; c’è la seconda popolazione più longeva al mondo. Qui c’era e ci sarebbe tutto per vantarsi di avere il paradiso in terra. E invece, nell’anno di grazia 2016, alla vigilia della stagione turistica estiva, la Sardegna scivola ogni giorno di più verso il declino. Una specie di nave alla deriva nel cuore del Mediterraneo da cui partono SOS che Roma (intesa come il Governo italiano) finge di non ascoltare e che a Bruxelles (intesa come Unione europea) nemmeno interessano. La prova? Eccola qua: i collegamenti. Per un’isola sono, letteralmente, vitali. Per un’isola che fonda gran parte dell’economia sul turismo, ancora di più. Ebbene, sotto questo profilo, oggi la Sardegna è l’isola che non c’è, per citare una famosa canzone. Mi spiego cominciando dagli aeroporti. Quello di Olbia fa storia a sé. Grazie alla geniale invenzione della Costa Smeralda, un gioiello cui l’Aga Khan ha dato fama mondiale, lo scalo del nord est può contare stabilmente su Meridiana, che appartiene al principe e che proprio lì ha la sua base operativa. In più, d’estate, si moltiplicano i voli internazionali: sono 76 le compagnie che viaggiano su Olbia canalizzando un turismo di fascia alta pronto a pagare tariffe inaccessibili ai più; e, come non bastasse, c’è anche un via vai di jet privati. Altra storia per gli aeroporti di Cagliari (33 compagnie), capoluogo dell’isola, e Alghero(12 compagnie), la perla del nord ovest. Entrambi hanno conosciuto anni di forte incremento grazie a Ryan Air, la low costirlandese che, puntando sugli scali minori, ha creato una formidabile rete europea e rivitalizzato tutte le aree raggiunte dai suoi voli. Ma… occhio alle differenze! Cagliari, sede del governo regionale, è una città strutturata, con un tessuto imprenditoriale consolidato, cui Ryan Air ha semplicemente portato valore aggiunto. Alghero, gioiello catalano sul mare, con vaste aree agricole (qui c’è la Sella & Mosca) e una buona tradizione di pesca (aragoste), solo grazie a Ryan Air ha potuto decollare dal punto di vista economico, facendo conoscere la sua bellezza in Europa e attirando milioni di turisti (specie da Scandinavia, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia) per i quali la Sardegna – vista la mancanza di voli diretti e i prezzi proibitivi di quelli con scalo – era un sogno impossibile. Ad Alghero e tutt’attorno, così, si sono moltiplicate le strutture ricettive (alberghi, bed & breakfast, affitti di case di breve periodo), gli esercizi commerciali (bar, ristoranti, gelaterie, società di autonoleggio) e, ovviamente, i posti di lavoro. Soprattutto si è allungata la stagione turistica: dall’asfittico arco temporale giugno-settembre a quello, ben più ampio, marzo-novembre. Una benedetta pioggia di denari, come potete immaginare. Che ha permesso a tanti ragazzi di abbandonare la strada dolorosa dell’emigrazione. Bello, no? Bellissimo. Ma ora il sogno si sta trasformando in incubo. Ryan Air, infatti, ha deciso di andarsene. E, tanto per cominciare, ha dimezzato i voli. Un disastro. Cagliari si lecca le ferite, però sta in piedi. Alghero è, letteralmente, in ginocchio. Lo dicono, impietosi, i numeri. Perchè Ryan Air se ne va? Perché non vuole pagare i disastri di Alitalia. Sì, avete capito bene. C’è una nuova tassa su ciascun passeggero trasportato che serve per finanziare la cassa integrazione degli ex piloti della ex compagnia di bandiera, peraltro ora in mano agli emiri di Etihad. E Ryan Air ha detto: o la togliete o me ne vado. Fin qui, nessuno ha dato peso alla minaccia. Che, realizzata, per ora, solo a metà, ha provocato chiusure di attività e licenziamenti in un territorio dove il turismo andrebbe protetto come le vacche in India, essendo, con tutta evidenza, non solo la risorsa p
iù preziosa, ma anche quella più compatibile con l’ambiente. E adesso? Pur di non darla vinta a Ryan Air, si ipotizza di unire in un’unica società i tre aeroporti sardi. Possibile? Certo. Ma – non è difficile immaginarlo – con tempi biblici… Nel frattempo, diminuiti i voli, le tariffe sono schizzate alle stelle. E, così, costa meno andare a New York che raggiungere l’isola dal nord Italia… Perché, ovviamente, la minore concorrenza si traduce, come sempre, in un danno per i consumatori. Che, abituati ai low-cost, non sono disposti a farsi strozzare e voltano le spalle all’isola. Obietterete: “Vabbè, ci sono i traghetti, no?”. Certo. Se, però, vi dicessi che occorre un mese intero di stipendio per andare e tornare in nave da Genova a Porto Torres pensereste che sono pazzo, vero? No, non sono pazzo. Una famiglia di quattro persone che desidera dormire in cabina e viaggia con auto al seguito deve pagare non meno di mille euro. Quanti se lo possono permettere? Pochi. E, fatti due conti, i turisti se ne vanno altrove, comprando pacchetti all inclusive per la Grecia, la Spagna, la Turchia e la Tunisia. Non basta. Restando in tema di trasporti, stendo un velo pietoso su quelli interni alla Sardegna. Dirò solo che la rete ferroviaria è da terzo mondo; le strade (a partire dalla segnaletica) sono in condizioni imbarazzanti e, spesso, molto pericolose; le autostrade non esistono. Così, i gioielli dell’interno, a cominciare dalla bellissima Nuoro, sono sconosciuti. O, partendo dalle coste, solo faticosamente raggiungibili. Uno spreco indicibile. Che, fuori dall’isola, sembra non interessare nessuno. Io mi domando, allora, come ci si senta a esser sardi sapendo che si va in treno da Milano a Roma (575 chilometri) in meno di tre ore e che occorre lo stesso tempo per coprire la distanza ben più breve (214 chilometri) che separa le stazioni di Sassari e Cagliari… Io mi domando come sia possibile che i tanti, potentissimi e intelligentissimi uomini politici sardi del passato – gente che ha avuto in mano leve importanti quando il Governo poteva spendere e spandere – non siano stati capaci di canalizzare risorse per dare all’isola collegamenti (esterni ed interni) stabili ed efficienti e un servizio idrico civile (Sassari si prepara a un’estate con l’acqua razionata)… Io mi domando come si possa essere indifferenti di fronte al declino di un territorio che ha pochi eguali al mondo e potrebbe contribuire in maniera importante a far crescere il Prodotto interno lordo… In che modo? Basterebbe trasformare la Sardegna nel laboratorio-pilota del turismo italiano. Attirando capitali privati da tutto il mondo (Aga Khan docet) e vincolandoli al rispetto dell’ambiente. Valorizzando la bellezza e producendo benessere. Facendo dell’isola un modello per il resto del Paese. Non è una mission impossible. Basta solo metterci la testa. E, soprattutto, volerlo.

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