IL PASSAPORTO PER IL MONDO DI ANDREA SARIGU, L'ORGANETTISTA CHE IN SARDEGNA SUONA PER I PAPI

Andrea Sarigu nella foto

di Sergio Portas

 Andrea Sarigu, che di mestiere suona organi di chiesa ( in realtà sono i soli posti dove si possano reperire tali strumenti) l’avevo incrociato a Siddi dove, in San Michele, un trio formato da violoncello, arpa e flauto, nel tardo pomeriggio di un sabato estivo, si sarebbe esibito in una chiesa che era andata lentamente riempiendosi in ogni ordine di posti. Silvia, figliola di un mio cugino guspinese ora all’ottavo anno di conservatorio, col violoncello avrebbe duettato anche con l’organo di Andrea. Poi me lo avrebbe presentato come “il mio fidanzato”, insomma non proprio con questi termini che, sapete bene, i ragazzi d’oggi non solo non usano più anzi rifuggono da tali definizioni di inizio secolo, imputando loro una certa quale aria di sfortuna ( loro dicono: porta sfiga): che se tu hai “un ragazzo” lo puoi lasciare quando vuoi, un “fidanzamento” invece lo devi necessariamente rompere. E fa sempre un rumore d’inferno. Qui a Milano è di passaggio, è stato a Trieste  dove per la ventunesima volta il centro studi “Albert Schweitzer” ha organizzato l’edizione dell’”Ottobre organistico”, nella basilica di San Silvestro. Lui ha suonato il suo diletto Bach, poi Mendelssohn e Faulkes. Dice Andrea che i protestanti, San Silvestro è chiesa luterana, hanno tutta un’altra attenzione per la musica, sacra o profana che sia, e che la cultura musicale dei paesi del nord, Germania e Austria in testa ma anche Inghilterra, è  appannaggio di amplissimi strati di popolazione. Cosa che si riflette anche sulla considerazione che riscuotono quelli come lui che del suonare musica fanno il loro mestiere di ogni giorno, di musica letteralmente vivono. Andrea è organista titolare della Cattedrale di Cagliari, negli ultimi anni gli è toccato l’alto onore di suonare in occasione della visita in Sardegna degli ultimi due Papi. Nell”84 quando fu la volta di papa Woitila aveva due anni. Per il papa tedesco gli è toccato d’accompagnare un coro di seicento persone, per Francesco ne hanno selezionato duecento, che notoriamente papa Bergoglio va predicando moderazione, meno fasto e più opere di bene. Noi che veniamo da un ventennio in cui la Chiesa si è schierata con la parte politica che ci ha portato sull’orlo di un disastro economico, quello morale si è oramai consumato, non possiamo non volergli bene. E guardiamo a Lui  con stupore e speranza. Ma com’è che un ragazzino di Assemini, appena a nord dello stagno cagliaritano di Santa Gilla, ricco di fenicotteri dalle ali rosate, venuto alla ribalta delle cronache nazionali perché il movimento cinque stelle ha scippato il comune ai due eterni schieramenti che se lo erano sempre accaparrato, si è innamorato di uno strumento musicale così’ atipico , così poco “glamour”. Abbiamo sempre vissuto in casa coi nonni, mi dice Andrea, nonno Antonio vendeva vino e cantava “muttetus”, le due cose possono avere una qualche corrispondenza, mio zio e i suoi due fratelli, uno è babbo Giorgio, aveva messo su un complessino che negli anni ’60suonava musica pop, canzoni dei Camaleonti o dei Dik Dik, babbo suonava la chitarra , si facevano chiamare: “Gli straccioni”. Quando in casa comparve anche un pianoforte, che veniva rigorosamente chiuso a chiave, fu la svolta della vita. Certo la chiave veniva messa su di una mensola dove “non poteva arrivarci un bambino di cinque anni” ma, dice Andrea, “ua cadira e dus scannisceddus” e il furto era fatto. Naturalmente fu scoperto con le mani nella tastiera ma questa volta anziché gli scapaccioni di prammatica Andrea fu inviato, l’anno dopo, a studiare musica da un privato, il maestro Salvatore Spanu e quando, due anni più tardi, entrando in Santa Rosalia a Cagliari dove veniva celebrata una “messa degli artisti” fu accolto dal suono maestoso dell’organo, si voltò verso il suo babbo e disse: “Anche io voglio suonare quello, quello che fa uscire il suono dalle canne: l’organo”. Anzi, in virtù di quella folgorazione, prese a suonare l’organo della chiesa dove l’accompagnava nonna Egidia, la chiesa di San Pietro patrono del paese possiede un bellissimo strumento elettronico. Anche qui Don Dara quando lo sorprese a suonare senza permesso ne rimase impressionato, tanto da affidargli poi l’incarico di seguire il “coro cantorum”. A dodici anni il conservatorio ( primo degli aspiranti con 8,5) e, dopo cinque anni di organo pianoforte e composizione, l’esame fatale. A sfida (noi sardi siamo testoni quando una cosa ci interessa davvero) di un suo insegnante che gli aveva pronosticato una vita di fallimenti, seppur musicali, prende nove all’esame. Si prende un anno sabbatico, rientra e con la guida di Maria Teresa Nano si diploma a ventidue anni. Considerato che il primo concerto lo ha eseguito a San Francesco di Paola a Cagliari che aveva solo dodici anni, si può ben dire che la la sua strada fosse segnata da sempre. Da subito riesce pure ad andare a suonare all’estero. Al festival internazionale d’organo di Cagliari fa amicizia con un musicista tedesco che gli procura un lavoro che lo vedrà suonare a Francoforte per quattro mesi. Un concerto a settimana, con repertorio variabile, si suona il sabato mattina alle undici. A luglio, chi mai verrà a sentire? C’erano sempre almeno duecento persone. Mi piace suonare di notte, dice Andrea, e capitava che nel mentre studiavo un qualche temporale illuminasse di fulmini la chiesa immersa nel buio. Con effetti vagamente nibelungici, visto che ci troviamo in terra wagneriana. Lo strumento dalle possibilità foniche incredibili, l’attenzione di chi veniva a sentirlo suonare ( mai capitato che, come a Cagliari in Cattedrale gli si dicesse di abbassare il volume) nonché un salario finalmente adeguato all’impegno e alla professionalità fanno della Germania una terra quasi magica per un organista. C’è da abituarsi, per chi ci riesce, alla perpetua che per colazione ti porta uova fritte e salsicciotti, dandoti in compenso il buon giorno in ottimo inglese. “Mi sono fatto mandare una moka da casa e poi sono andato a caccia di cibo italiano, trovando persino malloreddus e pecorino”. In Sardegna comunque c’è poco da stare allegri se vuoi fare il musicista professionista. Andrea gira e suona  per l’isola con un “Ensemble” che si chiama “I musici della Cattedrale”, due violini, una viola, un violoncello, un contrabbasso. E poi nelle chiese di tutta Italia. E d’Europa: è già stato in Repubblica Ceca, Polonia , Francia Ungheria e Gran Bretagna. Il sogno sono gli Stati Uniti, e forse c’è un progetto che si spera porterà buoni frutti a venire. Mi chiede se può usare il mio balcone Andrea, per fumarsi in pace una sigaretta. A casa sua mamma Anna non gli dice nulla, che fino a dieci anni fa fumava pure lei. Solo alla fine della nostra chiacchierata, dopo che gli propinato un calice di bianco, mi confessa di essere quasi astemio. In realtà quando è comparso a Guspini con suo fratello Simone  erano   già le 23,30 e per andare alla festa di “Birras” che si tiene annualmente a Montevecchio. Ed è risaputo che lì la quantità di birra consumata per utente non sfigurerebbe in una gara all’ Octoberfest  di Monaco di Baviera. Parla un sardo fluente Andrea, in casa tutti campidanesi doc, la mamma di Pirri. Suo babbo innamorato del mare di Sardegna, d’estate non lo distinguereste da un marocchino o un senegalese che oramai vedi girare nel centro di Assemini tanto è il sole che lo fa nero , comune in grande aumento d’abitanti in controtendenza con quasi tutti gli altri sardi, che Cagliari è a un tiro di schioppo e le case costano meno. Per tirare su qualche soldo Il Maestro Andrea Sarigu dirige anche due cori, uno a Cagliari e l’altro ad Assemini e , tra una prova e l’altra, lo studio continuo che è connaturato alla funzione che svolge, l’isola di Sardegna comincia a risultargli un poco stretta. E’ vero che fuori di lì “ti prende una specie di mal d’Africa, con la necessità fisica di sentir parlare in sardo”: “pensavo anche in sardo e parlavo in sardo tra me e me”. Ma occorrerà pensarla per quello ch
e è la Sardegna: portaerei in mezzo al Mediterraneo. Energia per fuggire alla sua malia, ai giorni pigri passati accarezzando Charly il gatto di casa, o a giocare con Oscar e Lilla i due cani nel cortile di nonna Egidia, gli verrà dalla musica che quelle sue dita “da pianista” sanno fare sgorgare dall’organo, apparentemente senza alcuno sforzo, Bach senza spartito davanti. Una voce che non c’è bisogno di tradurre, che l’emozione che suscita è la medesima a Tokio che ad Uras. Passaporto per il mondo intero per quel bimbo di Assemini che rubava la chiave per suonare il pianoforte di suo zio. 

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