ARTISTA CREATIVO, DESIGNER D'ALTA MODA: LAUREA HONORIS CAUSA PER ANTONIO MARRAS ALL'ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI A BRERA – MILANO

lo stilista algherese Antonio Marras

di Sergio Portas

Scommetto che Antonio Marras avrà avuto riconoscimenti del  suo lavoro in campo internazionale in numero davvero cospicuo, ma scommetto anche che mai avrà portato tanti parenti e amici, di Sardegna e non, come quest’oggi qui a Brera, accademia prestigiosa di Belle Arti come non mai, che gli conferisce una laurea, naturalmente “honoris causa”, in Arti Visive e il titolo di Accademico d’Italia. La Mamma di Antonio, signora Nannina, in prima fila: i capelli non ancora del tutto candidi, due giri di perle al collo, il bastone che pare lì per vezzo più che per necessità. Dietro spicca Leonardo, il figliolo più piccolo di Antonio e Patrizia, non fosse che per un cespuglio di capelli da fare invidia a un afroamericano doc, appena finito la scuola: a settembre dovrà riparare latino e matematica, un classico. E poi una ventina di parenti, cugini e fratelli, da Alghero città catalana di Sardegna dove sono storicamente “tutti caballeros”, a leggere le storie che raccontano di quegli aragonesi che la conquistarono ai Doria, amici alternanti del casato sardo d’Arborea. E sparsi per la sala che alle nude bianche pareti alterna maestosi quadri policromi di damigelle poco vestite attorniate da nugoli di ancelle scherzose:  Dori Ghezzi con Salvatore Niffoi, lo scrittore di Orani da sempre ospite coi suoi fortunati libri allo “spazio Marras” in via Cola di Rienzo a Milano, e Natalia Aspesi, prestigiosa “firma” di “Repubblica”, Salvatore Garau, pittore di Santa Giusta d’Oristano, che ha avuto grande successo con la sua mostra recente “Rosso Wagner”, qui allo spazio Oberdan. E  Lella Costa con decine di altri. Lui il dottorando in pectore, giacca e calzoni e panciotto in diversi toni di grigio, un farfallino a righe bianche e nere orizzontali su camicia azzurro-militare. Barba di tre giorni almeno, alla “pastore di barbagia”.  Il direttore dell’Accademia Franco Marrocco e la professoressa Francesca Alfano Miglietti spendono auliche dotte parole per motivare tutto ciò: dicendo del contributo che Antonio Marras ha saputo dare come designer d’alta moda nella realizzazione di ambienti e allestimenti che assumono rilievo non solo dal punto di vista politico-sociale ma anche dal punto di vista poetico, l’arte come scelta e punto di osservazione, l’arte come direzione di sguardo, l’arte come capacità di rendere visibile l’invisibile. Poi il proscenio è tutto suo, legge Antonio Marras una sua prolusione che ci racconta (quasi) tutto di sé e sopratutto, spente le luci e chiuso fuori un sole finalmente splendente di primavera, scorre a dare più senso alle parole, un video con le collezioni che si sovrappongono l’un l’altra, fogli di disegno colorati d’idee che prenderanno forma in abiti di sogno, figure di artisti che hanno collaborato a che questi sogni si materializzassero quasi per magia. Uno spettacolo unico e indimenticabile. Per i sardi presenti motivo di orgoglio sentirlo dire che “l’identità, per me, non è un dato statico, ma una costruzione continua. Un’identità “a brandelli”, “ a stracci e toppe”. Come il mio lavoro. E’ forte in me la sarditudine. La realtà sarda è viva e originale, punto di partenza o di arrivo di ogni mia ricerca. Sardegna come metafora del mondo, anzi il mondo”. E ancora “Gran parte della mia vita e della mia attività si svolge in Sardegna e ad Alghero. Abito e lavoro in campagna, in una casa in collina, tra ulivi e mare, la mia isola personale. Vivere in un centro piccolo come Alghero, così “fuori dal mondo”, ha un valore aggiunto. Nascere ai confini dell’impero spinge a dialogare, comunicare, vedere, cercare quello che c’è altrove. Dalla Sardegna, da Alghero, mi guardo intorno e rifletto. Credo sia veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con il proprio tempo. Chi non si adegua alle sue regole e, perciò, è inattuale. Però, più degli altri, percepisce e afferra il suo tempo. Lo stesso può dirsi per la moda, oggetto del desiderio a cui nessuno sfugge. La moda è lusso, seduzione, apparenza, maschera, sdoppiamento ma sopratutto linguaggio, comunicazione, negazione di principi codificati, ricerca di un nuovo bello. Raccolgo, ammucchio, combino tutto quello che trovo. Mi piace rovistare nei ricordi, frugare nel composto disordine di un rigattiere: un ritratto, una valigia, un mappamondo. Ciarpame un tempo bello e ormai sciupato. Mi coinvolge ciò che sa di ombra, di passato, di vite rubate, negate. I miei tavoli da lavoro zeppi di matite. Dappertutto matite. Pastelli, pennelli, barattoli con caffè e tè, colori avanzati e sparsi dovunque, larghe macchie, bottiglie, tazzine. E forbici. Fotografie. Decine e decine di fotografie. In bianco e nero e a colori. Una confusione chiarissima”. Pare di vederlo al lavoro Antonio Marras, preso da una “hybris di creatività” che lo fa muovere con furia calcolata: “Strappo, taglio, lacero, incollo, disegno, compongo, ricompongo, separo e di nuovo metto insieme. Sovrappongo, accosto materiali diversi. Incastro carte e stoffe, reperti e immagini, cartoline e parole. Dai fogli emergono storie, realtà differenti pensieri. Metto sul tavolo le immagini, le sposto, le sistemo e le risistemo, le combino in tante maniere differenti, inconsuete. Come per magia, una chiama l’altra, entrano in relazione tra loro, si legano, trovano un senso e raccontano. Io osservo, non chiedo perché e ascolto. Non sembra, ma pare che sia uno spirito inquieto, sempre in tensione, quella tensione romantica che dilania e spinge oltre. Chi mi è vicino dice che sono pessimiste eppure solare, schivo, serio, severo e allegro, realista e sognatore, poco disposto s cedere alla cupezza o esserne completamente avvolto, sereno e nervoso, ironico e pungente. Io mi sento pieno di contraddizioni e facilmente tentato dall’eccesso e dalle esplosioni”. Si commuove fino a perdere la voce in un soffocato singulto, quando parla di Maria Lai, l’artista di Ulassai recentemente scomparsa, dice di lei essere stata una presenza straordinaria nella sua vita, la chiama “vagabonda”, “jana che tiene per mano il sole e l’ombra”, che gli ha insegnato la voce delle cose, ad ascoltare i silenzi. Quando, a scusarsi per l’attimo di commozione,dietro di lui il video che lo vede abbracciato a una Maria sorridente in un  tripudio di colori,se ne esce con un: “sono proprio scemo”, viene giù la sala dagli applausi. Perché questo Antonio è proprio quello che sembra, un gran bravo ragazzo a cui tutti quelli che lo avvicinano prendono a volere bene. In grazia di questa semplicità sempre esibita e mai costruita artificialmente. E ne avrebbe di motivi per inorgoglire, per essersi fatto da solo intanto. Partendo dal negozio di stoffe di un padre che se ne è andato troppo presto. Sfidando la complessità di un mestiere che lo ha visto sempre più protagonista dell’alta moda italiana fino a portarlo per otto anni a dirigere una “maison” internazionale come quella di Kenzo, che vuol dire occuparsi anche di mobili e profumi e gadget di ogni tipo. La Sardegna che va a Parigi e a Tokio per far loro vedere come si fa. Della moglie Patrizia, Antonio dice essere la sua ancora di bellezza. Sono insieme da quando erano adolescenti, non è un caso che il video si chiuda con la dedica a lei. Con le sue creazioni Antonio Marras è andato alla Biennale di Venezia, ha lavorato per il “Sogno di una notte di mezza estate” con Luca Ronconi al “Piccolo” di Milano, collabora con una serie di artisti che espongono in musei di mezzo mondo. Ad Alghero mette su delle mostre che fanno parlare di sé gazzette e riviste d’arte moderna. La sua attività è davvero più che imparentata con l’arte in senso stretto, due rette parallele che hanno trovato modo d’incontrarsi non già all’infinito ma nel laboratorio artigiano di un mago incantatore. Che beffardamente, ma neanche tanto, seguita a dirci che lui lavora con gli stracci, che non fa che assemblare in vestiti d’Arlecchino ogni volta diversi. Profondamente radicato in un retroterra isolano che lungi dall’isolarlo lo proietta per strade di poes
ia, che tutto nel vestire tradizionale sardo, parla, comunica. Lui lavora con gli stracci, il poeta con le parole. Tutti e due sono capaci di creare giochi, metafore, analogie: bellissimo il verso di Dino Campana (Canti Orfici, Enaudi 2003) che cita nella prolusione: “Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto”.

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