LA SARDEGNA IN LUTTO PER LA SCOMPARSA DI MARIA LAI: SE NE E' ANDATA L'ARTISTA SARDA PIU' IMPORTANTE DELLA SECONDA META' DEL NOVECENTO

Maria Lai

“Solo gli stolti possono definirsi arrivati. Io non so ancora nulla. Imparo sempre. Il mio maestro, Arturo Martini, ci continuava a ripetere che non esiste un’arte senza studio, senza disciplina, senza rigore. Tutto ciò che nasce dopo è frutto di lavoro serio e scrupoloso”. Appariva fragile, esile, dalla salute spesso precaria, Maria Lai. Una delle più grandi artiste del ‘900. Scomparsa oggi 16 aprile.

“Mia madre mi mandò a vivere da mia zia. Ero fragile. Temevano che sarei mancata di lì a breve. Vissi con gli zii. Poi a Roma. Volevo studiare. Volevo imparare. Certo, era un po’ una rivoluzione per un’ogliastrina di quei tempi. Eppure fui così caparbia da ottenere di partire. Credo che ottenni il permesso perché erano certi che la mia gracilità fisica mi avrebbe fatto tornare a casa in fretta. Si sbagliarono.” Si raccontava così Maria Lai. Un po’ per gioco, un po’ per rivendicare la propria anima battagliera.

Era nata nel 1919 ed aveva vissuto una vita accanto ai più grandi. Aveva vissuto a lungo a Roma nello stesso condominio di Giuseppe Dessì con cui collaborò a lungo. “Fui io a suggerire a Giuseppe il nome di Valentina, la giovane sposa del protagonista di Paese d’ombre”.

La si ricorderà fra le tante altre ragioni per la sua capacità di studiare, comporre, giocare con la materia. Il suo studio non prescindeva dal gioco. Le sue carte da gioco erano uno strumento per far conoscere l’arte, e l’arte contemporanea in particolare, a quanti guardavano perplessi quando non interrogati sul perché, sul senso di quelle espressioni. Lei tesseva, lavorava l’argilla e filava le trame di percorsi, di storie, di favole che vibravano in un mondo lontano quanto presente e aderente alla realtà.

Maria e le sue storie. Tante, infinite. Maria e la sua caparbietà decisa e senza veli. Un sogno sempre davanti. Una certezza sempre da raggiungere. Un filo, un percorso con cui scrivere, imprimere nella memoria, trasmettere senza avere la pretesa di insegnare.

 

Figlia di Giuseppe Lai e Sofia Mereu, Maria Lai è seconda di cinque figli, cugina di primo grado del fotografo Virgilio Lai. Durante l’infanzia ha spesso la salute cagionevole che la porta ad essere trasferita per i mesi invernali dal paese di Ulassai alla pianura di Gairo per potersi riprendere, viene ospitata da degli zii contadini senza figli.

Nei mesi invernali salta completamente le scuole materne ed elementari, in completo isolamento inizia a scoprire e cogliere in sé l’attitudine per il disegno. La famiglia decide in un secondo momento di iscriverla alle scuole secondarie a Cagliari dove ha la fortuna di conoscere il suo maestro di Italiano Salvatore Cambosu. Egli per primo comprende le difficoltà della bambina nell’inserimento scolastico, e per primo scopre la sua sensibilità artistica, per via di questo la giovane allieva ulassese si farà carico dell’importanza e del valore del Latino e delle poesie e grazie a lui scoprirà “il valore del ritmo delle parole che portano al silenzio”. Nel 1939 “se pur con tante difficoltà”, decide di continuare la sua ricerca del segno iscrivendosi al Liceo Artistico di Roma, dove conosce maestri di scultura come Alberto Viani e Marino Mazzacurati che vedono subito in lei un segno maturo e molto maschile, estremamente essenziale e rapido. Completati gli studi al Liceo partirà alla volta di Verona e appena dopo di Venezia, poiché la Seconda Guerra Mondiale impedisce il suo ritorno in Sardegna.

Trasferitasi a Venezia senza aiuto finanziario alcuno da parte della famiglia s’iscrive all’Accademia di Belle Arti, dove frequenta un corso di scultura tenuto dall’artista Arturo Martini. Nell’ambiente accademico veneziano trova diverse difficoltà, inizialmente è disarmante per lei la figura del suo maestro che fatica a accettare le donne nel mondo dell’arte, inoltre egli in quel tempo ha in sè una crisi poetica, solo in un secondo momento inizia a comprendere quanto siano importanti le sue lezioni, trovando diverse affinità con Cambosu, cioè sul valore del ritmo, “in questo caso nella Scultura”.

Nel 1945 decide di tornare in Sardegna in modo rocambolesco con delle scialuppe di salvataggio dal porto di Napoli a quello di Cagliari. Sull’isola resta sino al 1954, nel frattempo riprende l’amicizia con Salvatore Cambosu e insegna Disegno presso delle scuole elementari della città e di altri paesi.

Ritorna a Roma nel 1954, portandosi con sé un bagaglio di tristezza profonda, per via dell’assassinio del fratello Lorenzo accaduto lo stesso anno nei pressi del paese natale. Nel 1957, presso la Galleria L’Obelisco, esporrà la sua prima personale con i suoi disegni a matita dal 1941 al 1954, potrà nel frattempo aprirsi un piccolo studio d’arte e dopo la mostra pare andar tutto per il meglio ma ad un tratto decide di ritirarsi dal mondo dell’arte in un silenzio che l’accompagnerà per circa 10 anni, una crisi poetica che la tiene lontana da gallerie e artisti, ma che l’avvicina al mondo dei poeti e degli scrittori. Tutti gli anni Sessanta infatti, inizia un rapporto di amicizia e di collaborazione con lo scrittore Giuseppe Dessì, dirimpettaio di casa sua a Roma.

Attraverso lo scrittore riscopre il senso del mito e delle leggende della sua terra, trae profonda ispirazione dai suoi libri, capisce ancora di più quanto sia importante e privilegiata la sua origine sarda. In questo silenzio romano, osserva le correnti emergenti sue contemporanee come l’Arte Povera e l’Informale, e di li a poco capisce quanto erano importanti le lezioni di Martini (inizialmente vissute come un completo fallimento), le parole di Cambosu, le tradizioni, i miti, le leggende della sua terra natia. Intervenendo sulla materia attraverso gli oggetti ansiosi Ready-made del telaio e della magia del suo utilizzo, del pane e degli oggetti del passato arcaico sardo, inizia il suo percorso che vede il passato come indagine del futuro.

Il 1971 è per lei un anno triste e al contempo estremamente fecondo di attività, triste perché nel Settembre muore tragicamente di incidente aereo l’unico fratello rimasto Gianni, mentre a livello artistico, presso la Galleria Schinaider di Roma espone i primi Telai, un ciclo che caratterizza tutti i dieci anni successivi. Gli anni ottanta del XX secolo invece, sono caratterizzati dal ciclo delle Geografie e dei Libri cuciti, iniziano a chiederle delle collaborazioni per delle copertine es.(il libro vero di Giulio Angioni, A fogu aintru, EDeS 1978, con disegni di Maria Lai), ma soprattutto iniziano le prime operazioni sul territorio, “Legarsi alla Montagna” per esempio è l’opera che porta alla realizzazione delle future opere nel paese di Ulassai. In questi anni spesso realizza anche installazioni effimere e opere in altre città, non solo in Sardegna. Negli anni novanta le sue opere appaiono una reinterpretazione del suo percorso complessivo, ed i vari cicli si assemblano armonicamente l’uno con l’altro, la velocità inattesa dei segni-disegni si fonde con i grovigli di fili e di corde di telaio e di Geografie. In questo contesto storico il suo lavoro sarà molto apprezzato anche a livello internazionale.

Negli ultimi anni ha vissuto e lavorato nella casa di campagna vicino al paese di Cardedu; a Ulassai invece, l’8 luglio del 2006, ha inaugurato il Museo di Arte Contemporanea la Stazione dell’arte, che raccoglie una parte considerevole (circa 140) delle sue opere.

Dopo le recenti esposizioni negli Stati Uniti e in altre prestigiose manifestazioni europee, Maria Lai è considerata a pieno titolo l’artista più significativa della Sardegna.

 

6 risposte a “LA SARDEGNA IN LUTTO PER LA SCOMPARSA DI MARIA LAI: SE NE E' ANDATA L'ARTISTA SARDA PIU' IMPORTANTE DELLA SECONDA META' DEL NOVECENTO”

  1. Quanta passione metteva nell’arte, anzi, la passione era l’essenza delle sue creazioni. Chissà se ha lasciato a qualcuno quell’energia di fare, in eredità.

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