LA STORIA DI GIANMARCO MEREU CHE PORTA A TEATRO A MILANO UNA TRISTE REALTA': LE MORTI BIANCHE E GLI INCIDENTI SUL LAVORO

Gianmarco Mereu

di Sergio Portas

Come per le donne che rimpinziamo di mimose nel “loro giorno” c’è, nel calendario delle ricorrenze che lasciano il tempo che trovano, la giornata nazionale delle vittime degli incidenti sul lavoro, per dovere di cronaca la 61° edizione il 9  di ottobre u. s. Sono quasi mille le “morti bianche” censite nel 2010. Fanno quasi tre morti ogni giorno che dio ci manda. E se si voleva una prova che le paure degli italiani vengono amplificate dai Tg nazionali di prima serata, considerando che le notizie relative a questo fenomeno pesano per lo 0,1% del totale, cioè praticamente nulla, non può stupire che il livello di sensibilità sociale sia altrettanto ridotto: la graduatoria delle paure della popolazione vede gli infortuni occupare la 23esima posizione su 25 motivi di ansia ( vedi Ilvo Diamanti su “Repubblica” del 10 ottobre). Nel 2010 in Sardegna sono morti 28 lavoratori. Sedicimila e duecento sono rimasti vittime di infortuni. Nel 2006 Gianmarco Mereu, un giorno di novembre, “di quegli strani novembri caldi che nascondono l’inverno. Lavoravo nella zona industriale di Tortolì.” Non sta facendo una conferenza stampa Gianmarco, occupa il proscenio del Teatro della Cooperativa,che per i milanesi doc sarebbe in zona Niguarda, e sta “recitando” un copione che è la storia dell’incidente che l’ha inchiodato su una sedia a rotelle. Inchiodato si fa per dire che lui, con quella carrozzella, ci scorazza in lungo e in largo. Balla addirittura al suono della chitarra di Giancarlo Brioni, che nello spettacolo si esibisce anche con fisarmonica e l’armonica a bocca e sono sue le musiche eseguite dal vivo . Con gli altri due che gli fanno corona nello spettacolo, Juri Piroddi e Silvia Cattoi, alla fine cantano una canzone di De Andrè: “Quello che non ho” è una camicia bianca/ quello che non ho è un segreto in banca/ quello che non ho sono le tue pistole/ per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole. Quello che Gianmarco non ha più è il corretto uso del corpo dalla cintola in giù, quando il cancello del cantiere dove lavorava gli è piombato addosso coi suoi seicento chili di peso aveva 37 anni, una moglie e due figli piccoli, un lavoro di gruista, ed era notte fonda, a Tortolì. E’ lui che riesce a chiamare il 118 col telefonino, a guidare l’ambulanza che non riesce a trovarlo subito, visto che in quella benedetta zona industriale le strade sono senza nome. E poi a Cagliari l’operazione, ci fa veder i chiodo di titanio che gli hanno impiantato nella schiena, che dovrebbero essere eterni ma se ne sono già rotti due e si è dovuto rioperare. La trafila burocratica che ti mette in comunicazione con la galassia che compone la sanità nazionale è parte essenziale dello spettacolo, strappa risate al pubblico che si riconosce burattino quando, per sorte avversa, viene a trovarsi nelle mani di infermieri e medici. Tra cui, come in tutte le categorie del resto, ci sono autentici angeli e altrettanto patentati cialtroni. Ma il cialtrone è capace di farti molto più male quando ti trovi in condizione di disagio estremo, quando la domanda di salute, di guarigione, tocca punte di drammaticità estrema: “camminerò ancora, dottore?”. Lo spettacolo inizia con un vero e proprio “coupe de théatre”, Mereu in camicia bianca e cravatta si presenta dietro uno schermo di legno e, esibendo un accento napoletano impeccabile (ho fatto il militare a San Giorgio a Cremano) duetta con la Silvia Cattoi in veste di infermiera sempre sorridente, tutta vestita di bianco e giuliva come un’oca. Lui fa la parte del dottore scanzonato che fa battute salaci sulle donne , tipo quelle del nostro ex presidente del consiglio per intenderci. Poi inizia a levarsi cravatta e camicia, l’infermiera , che ha smesso di sorridere , porta in scena una carrozzella , leva il sipario di legno e Giamnmarco rimane praticamente nudo, coperto solo da un pannolone, seduto sull’attrezzo che gli rende la mobilità. Da lì inizierà a mostrarci cosa è capace di fare un “invalido”: un piede alla volta, una gamba alla volta, si issa su di un lettino rigido, e si riveste, calze, maglietta, blu jeans, e si rimette in carrozzella a raccontarci la storia che in parte sapete. Che è solo l’inizio di quei “Giorni rubati” con cui è intitolato lo spettacolo ideato da quelli di “Rossolevante” (Piroddi e Cattoi) che in Ogliastra con l’associazione  culturale Albatros  gestisce, dal 14 luglio scorso, la struttura del centro giovanile “Su Troccu” di Tortolì. E tutti e due sono attori di vaglia, vincitori del premio Ubu, il progetto Giorni rubati ha avuto quest’anno la Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il quale, come gli ricorda Calderoli quando va dicendo che la Padania non esiste, è un vecchio comunista e in quanto tale particolarmente attento alle problematiche relative agli infortuni sul lavoro. Che fanno notizia quando il numero dei morti deborda o la morte stessa si accanisce con modalità le più atroci: i sette operai della Thyssen bruciati da un impianto con sicurezze inadeguate, le quattro operaie di Barletta sepolte da un crollo annunciato, lavorando in nero per cinque euro scarsi a ora. Chi subisce un infortunio grave come Gianmarco Mereu piomba in una situazione di fragilità senza confini, scrive lui: “ Sono diventato ciò che i miei limiti mi hanno permesso./ Cerco disperatamente di sbagliare il meno possibile./ I miei confini sono saltati, la recinzione del mio territorio divelta, è caduto il cancello che divideva il mio mondo.” E’ con  poesie come questa, scritte nelle notti d’insonnia, quando anche gli ansiolitici fanno cilecca, che è stato costruito Giorni rubati. Dice Silvia Cattoi: “Noi le abbiamo lette e abbiamo sentito l’urlo, l’urgenza che si nasconde in esse, quella stessa urgenza che viene fuori dagli altri testi che sono andati via via componendo il copione dello spettacolo”. Che come già vi dicevo fa ridere e piangere e ha momenti di poesia pura, di levità, come la piuma che rimbalza dai fiati di Piroddi e di Mereu che le danno anima traendola dalla loro che si mischia nel soffio. Oggi qui a Milano c’è davvero un pubblico scarso, cosa che permette alla gente intervenuta di andare a salutare gli interpreti tutti, e al vostro cronista di chiacchierare per un po’ con l’attore protagonista. Capelli tagliati corti corti, un naso importante e un sorriso un po’ storto ma frequente, Gianmarco è un fiume in piena e quando comincia a parlare non finirebbe mai. Si lascia scappare che anche prima dell’incidente non è che avesse fatto una vita lastricata tutta di cose buone, poco o niente aiuto dalle autorità sarde per varcare il mare con un certo agio, nonostante ciò lo spettacolo gira per l’Italia, va nelle scuole, nelle fabbriche, nelle carceri. Destando dappertutto grande sensazione. Avrebbe voluto dire due cose sulla situazione di quelli come lui dal palco del 1° maggio ma non ce l’hanno voluto, con una punta di amarezza nella voce mi dice che anche Serena Dandini ha detto di no per un suo intervento, nonostante il suo staff si fosse dimostrato possibilista. Misteri delle regole dello spettacolo! Non voglio dirvi che è il più bello spettacolo teatrale che abbia visto in vita mia, di certo però di questo non mi scorderò tanto facilmente: ti colpisce in bocca come una mazzata sui denti quando meno te lo aspetti, e rimani lì senza fiato aspettandoti il peggio. E poi arrivano i momenti che sdrammatizzano, i racconti dell’amore che si muta in carezze e baci che scoprono tenerezze diverse. Con queste donne che ci vogliono bene lo stesso, anche se non giochiamo più a pallone come una volta, e chi lo avrebbe detto! Nel mondo che vedranno i nostri nipoti, nella Sardegna indipendente e sovrana nel Mediterraneo, mi piace pensare che il popolo sardo, fra le altre priorità, si sarà fatto carico di dare il giusto peso al lavoro dei suoi componenti, in un’armonia che rende il doveroso riconoscimento al lavoro manuale e a quello intellettuale, insomma io sono un po’ come quel vecchio comunista di cui sopra e penso che se un medico guadagna in media 4.0
00 euro al mese, un operaio edile ne deve prendere altrettanti, che ambedue , nel loro specifico, contribuiscono a che si viva, sani, in case ben costruite. E così i contadini e i pastori e quelli che, pur lavorando con ogni mezzo infortunistico all’avanguardia, siano finiti in una sedia a rotelle. Perchè, come dice Mereu, “La domanda più diretta è: Perchè io? La risposta non c’è.”

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