LE TRE STATUE DEL SANTO GUERRIERO: SANT’EFISIO NELLA CHIESA DI STAMPACE, QUARTIERE DI CAGLIARI

di ROBERTA CARBONI

Nella deliziosa chiesetta di Sant’Efisio nel quartiere cagliaritano di Stampace sono custodite tre statue del santo guerriero che, secondo la leggenda, liberò la Sardegna dalla peste.

Si tratta di tre simulacri lignei policromi che abbracciano un arco cronologico di circa 300 anni e che continuano ad essere venerate con la stessa devozione e fedeltà nonostante i secoli.

Tra queste, la più antica è quella che la tradizione popolare identifica come “Sant’Efis sballiau” ossia “Sant’Efisio sbagliato” a causa di un errore commesso dall’ignoto scultore che ha fatto confusione tra le due mani del santo: sia quella con la palma, che tradizionalmente nella storia della Chiesa significa martirio, sia l’altra con la croce incisa sul palmo, segno della fedeltà estrema alla chiesa cattolica. La palma del martirio, secondo la tradizione iconografica cristiana, va nella mano sinistra, mentre la croce, invece, a destra. Il Sant’Efisio “sbagliato”, invece, ha la palma a destra e la croce a sinistra.

Dello scultore non si conosce la provenienza, anche se gli studiosi propendono per un’origine bizantina. Questa ipotesi è dovuta ad alcuni particolari della statua, tra cui i sandali di foggia orientale, tipici dell’epoca. Oggetto di attenzione anche il volto contornato da baffi e “mosca” sul mento.

La statua sembrerebbe risalire al XVI secolo ed è custodita nella sacrestia della Chiesa di Stampace.

La seconda statua risale al XVII secolo ed è collocata nella Cappella di Sant’Efisio.

Si tratta della più celebre perché è quella che ogni anno viene portata in processione da Cagliari a Nora, lungo il percorso del martirio. Anche in questo caso non si conosce l’autore, ma la provenienza è di ambito spagnolo e gli studiosi la collocano attorno alla metà del XVII secolo. In questo caso, come da iconografia, la palma del martirio è a sinistra e il palmo della mano destra, aperto erivolto ai fedeli, mostra la croce devozionale. Rispetto alla precedente statua cinquecentesca, di cui vengono riprese alcune caratteristiche, come lo sguardo e, in parte, i lineamenti del volto, questa statua è meno statica nel complesso, animata dal tipico dinamismo della scultura barocca che tendeva a ricercare il movimento anche attraverso posture ricercate. L’abito è quello di un nobile, così come il pizzetto e i baffetti appuntiti, di tipica foggia spagnoleggiante.

La vestizione avviene il 29 Aprile e il giorno seguente, vigilia del 1 Maggio, la statua del santo viene posta nel cocchio dorato che lo accompagna per tutta la processione, nel percorso storico da Stampace fino alla chiesetta di Giorgino. Qui avviene un secondo cambio di abito e di carro, per poi proseguire fino a Nora. Da qui il 4 Maggio il rientro a Cagliari con tappa nuovamente a Giorgino per essere collocato nuovamente nel cocchio dorato, dove resta fino al 22 Maggio.

La terza statua, attribuita a Giuseppe Antonio Lonis, è custodita nella nicchia presente in “Sa Cocera”, la stanza in cui è conservato tutto l’anno il cocchio dorato utilizzato nella processione del 1 Maggio. Qui è ancora più evidente il tentativo dello scultore di rendere dinamica la figura attraverso una pronunciata torsione del busto. L’eleganza del portamento, la fierezza della posa e l’astrattezza dello sguardo, unito all’accurata resa dei dettagli del volto e dell’abito, rendono questo simulacro di una rara bellezza, al tempo stesso inavvicinabile e autentica.

Statua di Sant’Efisio realizzata da Giuseppe Antonio Lonis (al tempo in mostra al Museo Archeologico di Cagliari)

Quest’ultimo simulacro viene portato in processione per le vie cittadine in ben tre occasioni diverse: il 15 Gennaio in occasione della ricorrenza del martirio, il Giovedì Santo, vestito a lutto, per la “processione dei sepolcri” e il Lunedì dell’Angelo per la processione verso la Cattedrale.

La statua del Lonis, inoltre, durante l’assenza del simulacro in viaggio verso Nora, viene esposta al centro della chiesa per la venerazione dei fedeli.

Tre statue, quindi, che raccontano la storia di una devozione che attraversa i secoli e che non si è mai spenta, destinata ad essere tramandata nei tempi a venire.

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