LASCIARE LA FAMIGLIA PER FAVORIRE LA PACE: L’ESPERIENZA DI STEFANO SIMULA, MILITARE SARDO IN LIBANO

ph: il caporale maggiore scelto Stefano Simula

di Sabrina Fara

Il Libano meridionale non è un teatro di crisi particolarmente rischioso per i caschi blu che vi operano, ma la tensione con il vicino Israele si percepisce forte e chiara. La cessazione delle ostilità proclamata nel 2006, all’indomani della guerra dei trentatré giorni, che segnò la morte di milleduecento libanesi e centoventisei israeliani, non si è ancora trasformata in un cessate il fuoco permanente.

Proprio due giorni fa tre razzi sparati a ridosso delle blue line, la linea di demarcazione che divide i due paesi, sono partiti dal Libano verso la città israeliana di Nahariya, a un passo dalla frontiera. A innescare la miccia è stata l’uccisione del comandante Hezbollah Samir Kantar nei pressi di Damasco, addossata dal gruppo sciita libanese a un raid dell’aviazione israeliana. Evento prontamente smentito dallo Stato ebraico, che tuttavia ha risposto al fuococon colpi di mortaio nell’area da cui sono partiti i razzi.

In questo particolare contesto operano attualmente oltre mille militari italiani della Brigata alpina “Taurinense”, impiegati nell’area ovest della cosiddetta zona cuscinetto,protetta dalla missione internazionale di sicurezza e assistenza Unifil dell’Onu.

Uomini e donne, al comando del generale Franco Federici, che lavorano nella Joint Task Force Lebanon, insieme ai contingenti di Armenia, Brunei, Estonia, Finlandia, Ghana, Irlanda, Malesia, Repubblica di Corea, Slovenia, Tanzania e Serbia.Uomini e donne che hanno come obiettivo la stabilizzazione dell’area  meridionale, dove opera Hezbollah e dove il nostro contingente lavora in stretto coordinamento con le forze armate libanesi.

Tra loro c’è anche il caporal maggiore scelto Stefano Simula, trentatré anni, originario di Palmadula, in provincia di Sassari. Alle spalle altre due missioni: Iraq nel 2006 e Afghanistan nel 2012. Ma da allora molto per lui è cambiato. Su tutto il matrimonio con Elisabetta nel 2014 e la recente nascita del piccolo Andrea. Un evento quest’ultimo vissuto proprio a ridosso della sua partenza per il Libano.

«Faccio parte del Reggimento Logistico “Taurinense” – racconta con orgoglio il casco blu sardo – e dal 2003 vivo a Rivoli, un paese in provincia di Torino. Quando sono stato chiamato per partecipare alla missione nella terra dei Cedri ho accettato di comune accordo con mia moglie. Ancora non eravamo in attesa di Andrea, quando sono partito il bimbo aveva appena una settimana di vita. Nei giorni che siamo stati insieme ho passato con lui ogni minuto possibile. Ma la distanza da casa oggi si sente più che mai.»

In base alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite numero 425 del 19 marzo 1978, 1701 dell’11 agosto 2006 e 1832 del 27 agosto 2008, tra i compiti di Unifil in Libano c’è quello «di assistere il governo libanese a esercitare la propria sovranità sul territorio e a garantire la sicurezza dei propri confini, in particolare dei valichi di frontiera con lo Stato di Israele». Il caporale Simula proprio di questo si occupa e lo fa con la passione di chi parte per aiutare una popolazione più debole, reduce da decenni di conflitti. Inserito nel Comans service support battaglion della compagnia trasporti, il suo compito è quello di condurre i mezzi blindati che ogni giorno e ogni notte pattugliano l’area di competenza italiana.

«In Libano – spiega il caporale Simula – la situazione è molto diversa da quella che ho vissuto in Iraq e in Afghanistan. Qui tutto funziona meglio e non ci si sente fuori dal mondo. Anche i rischi per la nostra incolumità sono notevolmente inferiori. Il teatro che affrontiamo non è caldo come quelli dove ho operato in precedenza, anche se non bisogna mai abbassare la guardia.»

Si viaggia, infatti, sempre sul filo del rasoio. Le scintille di due giorni fa tra Libano e Israele arrivano in un contesto già difficile. Il 12 novembre scorso, a Beirut, la roccaforte di Hezbollah, un attacco rivendicato dall’Isis ha contato quaranta morti e più di duecento i feriti. Un barbaro gesto che sembra alludere a una strategia di espansione in Libano dell’auto proclamato Stato islamico. Da qui la necessità di evitare ogni escalation a sud del Paese: truppe aggiuntive Unifil e pattugliamenti più intensi sono stati disposti nelle ultime ore, per garantire la tranquillità dell’area e cercare di identificare gli autori del lancio dei razzi verso Israele.

Certo, per chi ogni giorno è impegnato in prima linea il pensiero non è solo quello di compiere al meglio la propria missione, ma è rivolto anche alla famiglia, che in patria vive la lontananza. Nel caso del caporale Simula, a vivere lo stress della separazione è soprattutto la moglie Elisabetta, trent’anni, anche lei nata e cresciuta in Sardegna.

«Abbiamo vissuto insieme anche le altre missioni che ho svolto all’estero – evidenzia il militare isolano – questa volta però è completamente diverso. La nascita di Andrea ha cambiato tutto e lasciarlo è stato davvero difficile. Nei giorni prima della partenza piangevo mentre lo guardavo dormire o lo cambiavo. Una volta arrivati qui, tuttavia, si entra nella routine quotidiana e il tempo scorre. L’assenza degli affetti non diventa più facile, ma è più pesante per chi resta a casa. Tuttavia, questo è il mio lavoro ed è importante che io sia qui per contribuire al mantenimento della sicurezza e della pace nel sud del Libano.»

Stefano ed Elisabetta si sentono costantemente grazie alle possibilità offerte dalla tecnologia. Skipe e Whatsapp sono i loro principali mezzi di comunicazione. Le chiamate in video e lo scambio di foto e filmati li fanno sentire più vicini e allentano la tensione della distanza.

Ad aiutare Elisabetta, inoltre, c’è il calore del focolare domestico. Da Rivoli, infatti,la neomamma è tornata a La Corte, paese poco lontano da Sassari, per stare con la famiglia in attesa del ritorno di suo marito. Stefano, invece, è supportato dai colleghi che come lui vivono la sua stessa situazione. Sono tanti, infatti, i papà italiani impegnati in Libano e tra tutti ci si fa forza a vicenda. Il confronto delle esperienze e lo scambio di confidenze e consigli sono importanti per abbattere la nostalgia che spesso attanaglia gli animi. Soprattutto a ridosso delle festività natalizie e di fine anno. Occasioni in cui solo pochi militari riescono a godere di una licenza per tornare a casa.

A questo giro di permessi, però, ci sarà anche il caporale Simula, che in questo momento è in viaggio verso la Sardegna e stanotte si presenterà alla porta di casa vestito da babbo natale. Una sorpresa per tutti, organizzata grazie alla complicità della sorella Mara, che dall’isola si è occupata di mettere a punto tutti i dettagli dell’improvvisata.

Per i caschi blu italiani rimasti in Libano, invece, oggi c’è stata la visita del presidente del Consiglio Matteo Renzi, che dalla base Unifil di Shama, dove ha sede il comando tricolore, ha parlato degli ultimi attacchi terroristici compiuti dall’Isis. «Dobbiamo rispondere – ha evidenziato il primo ministro – lavorando per non farci sconfiggere dalla paura in patria, ma venendo anche qui, con la consapevolezza e l’orgoglio di essere italiani».

Dal premier Renzi sono arrivati i ringraziamenti per le attività svolte dai militari e gli auguri di buone feste al contingente nazionale e alle loro famiglie. L’auspicio ora è che la situazione nella zona di confine tra Libano e Israele si mantenga calma. Come ha sottolineato ieri anche il generale italiano Luciano Portolano, comandante in capo della missione Unifil in Libano.

Una risposta a “LASCIARE LA FAMIGLIA PER FAVORIRE LA PACE: L’ESPERIENZA DI STEFANO SIMULA, MILITARE SARDO IN LIBANO”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *