IL LUNGO INVERNO DEL SERVO PASTORE: FIGURA SOLITARIA, RIFLETTE L’ORGOGLIO DI APPARTENENZA ALLA PROPRIA TERRA


di Natascia Talloru

Se c’è un mestiere che incarna la Sardegna e il modo di essere dei sardi quello è indubbiamente il pastore. Figura solitaria, spesso considerata erroneamente analfabeta, esso riflette l’orgoglio di appartenenza alla terra e, più di chiunque altro, custodisce i segreti disvelati dalla natura. Un legame che si radicava maggiormente nei lunghi periodi di transumanza, durante i quali venivano spostate le greggi dalla montagna alla pianura,  contribuendo al movimento di vita sociale, economica e culturale di epoche protratte quasi immutate fino agli settanta. Il pastore-poeta, inventore di strumenti (flauti, lire) e improvvisatore di canti, in casa nostra canti a tenore, che lungo i pellegrinaggi comunicava coi silenzi, il suo cammino era accompagnato da pause, ogni pausa era una forma metrica che diveniva un lamento e raccontava di amori, di speranze, di dolori.

Un lavoro che in Sardegna affonda le sue radici nel Neolitico dove, pur non avendo testimonianze certe, le popolazioni dell’epoca praticavano una vita seminomade. Anche l’economia della civiltà nuragica (1800-238 a.C.) costituita da stabili ed estesi villaggi, era basata sull’allevamento, e in seguito alle invasioni dei cartaginesi e dei romani , si concentrò soprattutto nelle montagne del centro. Egli era il miglior amico del viandante, incontrarlo lungo i sentieri di montagna rappresentava una fortuna. Fugace e guardingo come un’aquila reale, difficilmente stringeva amicizia, ma dispensava volentieri saluti e consigli su dove proseguire.

Latte, carne e lana erano i suoi frutti, prodotti che assorbivano le caratteristiche della montagna e della pianura. In questo passaggio il gregge si impregnava dei profumi delle piante aromatiche e arricchiva la qualità dei prodotti stessi. I loro escrementi inoltre permettevano la rigenerazione del timo, del tarassaco, della menta, del rosmarino e del ginepro, piante autoctone dell’ecosistema mediterraneo. E il latte, convertito in formaggio, serviva al pastore per il rifornimento di un ulteriore viaggio e il nutrimento dell’anno successivo, insieme al pane carasau che nacque per lo stesso motivo. Riparati all’interno di rifugi attendevano con pazienza di poter proseguire vegliando sul gregge,  nascosti tra le rocce o all’interno de is pinnettos che ancora oggi immortalano quel che è stato.

Tutto è cambiato però. Un cambiamento che affonda le sue radici nella storia: prima la dominazione pisano-genovese, il regime feudale dei catalano-aragonesi dopo. Furono aboliti gli usi dei terreni comuni, i pastori dovevano vedersela con i proprietari terrieri che pretendevano dei compensi. Si divulgò un sentimento di scarsa fiducia nei confronti delle autorità e in molte zone interne ci furono moti di rivolta. La pressione fiscale dello Stato proseguì fino a qualche decennio fa,  e l’industrializzazione, le macchine, l’insediamento in pianura, hanno contribuito infine all’abbandono della montagna e della transumanza.  Solamente negli ultimi trent’anni si registra una diminuzione del 35% delle aziende pastorali, e un aumento del 28% delle pecore. Più pecore in pianura, più erbacce nelle montagne dell’interno, meno pastori o pastori moderni, che hanno investito sulla tecnologia migliorando certamente le prestazioni e i prodotti, ma a discapito di un mestiere popolare che è stato in grado nei secoli di influenzare il cibo, la cultura, il carattere, i sentimenti, le feste, il paesaggio di un’isola. Un antico equilibrio che si interrompe, magari, una nuova tradizione che emerge e una fetta di Sardegna che, ancora una volta, cambia. Ci auguriamo in meglio.

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