INCENDI COLPOSI: PUNTUALI, CON L’INIZIO DELLA STAGIONE ESTIVA, ECCO IL FUOCO IMPERVERSARE IN SARDEGNA


di Elena Maisola

Un ettaro sono 10 mila metri quadrati, poco più di un campo da calcio regolamentare, per intenderci. Proviamo a mettere insieme 2 mila campi da calcio. E’ un’area vastissima, difficile da immaginare, di 10 milioni di metri quadrati ed in poche ore è andata in fumo. In due giorni, quell’area è stata devastata dalle fiamme. Sono bastate 48 ore. Non importa dove, quei particolari lasciamoli alle cronache giornalistiche. Importa solo che la nostra isola, la nostra natura sta bruciando. La stragrande maggioranza degli incendi in Sardegna è riconducibile all’azione umana e, tra questi, la maggior parte sono incendi dolosi, cioè causati con la volontà libera e cosciente di compiere un fatto illecito. Accanto a questi, vi sono poi gli incendi definiti colposi, cioè provocati da imprudenza, imperizia o inosservanza delle norme prescritte (per intenderci, il lancio di sigarette accese da parte degli automobilisti, l’abbandono di fuochi incustoditi da parte dei gitanti e così via). Per quanto sia fondamentale sottolineare che gli incendi che hanno devastato e continuano a devastare la nostra terra siano incendi dolosi e quindi causati con la volontarietà di compiere un reato, anche questa distinzione permettetemi di lasciarla alle pagine dei giornali e alle parole di chi poi sarà chiamato a fare un bilancio di ciò che è accaduto. Per quel che mi riguarda, quello che è successo e che sta succedendo ancora mentre scrivo, è un disastro riconducibile alla sola nostra colpa. Per causa nostra, la Sardegna arde viva. Letteralmente. Perché la natura è viva e non possiamo continuare a pensarla come a un qualcosa che ci fa solo da cornice. Siamo convinti di essere al centro di un mondo che ci circonda e basta. Accecati dalla presunzione di poter decidere della sua vita e della sua morte, non abbiamo capito che la nostra vita è strettamente legata alla sua vita, che siamo interconnessi, che tra noi e l’ambiente c’è un continuo scambio di energie. Ci definiamo esseri viventi dotati di particolare intelletto ma non abbiamo capito che la terra non ci appartiene, piuttosto siamo noi che apparteniamo ad essa come qualsiasi altro essere. Siamo ospiti di passaggio nella sua casa, ma siamo ospiti ingrati. Quale altro essere vivente ha, infatti, mai provocato una tale devastazione?  E suonano terribili quelle affermazioni in cui si parla di complicità del gran caldo o del vento che soffia forte. Il gran caldo, il vento esistono quali elementi di un sistema molto più ampio. E’ l’uomo che distrugge che non dovrebbe esistere. Vento e sole potrebbero essere complici di un uomo che vive seguendo l’andamento della natura, che adatta la propria esistenza ad essa, che è in grado di cogliere ciò che essa ha da donare. Capisco bene la rabbia di chi oggi parla di denaro pubblico speso per l’acquisto degli (ahimè) famosi F35 e non per sanare le carenze nell’organico e nei mezzi di soccorso a tutela del nostro paesaggio, ma vorrei dire che non c’è nulla di peggio della rabbia seguita dall’indifferenza. Se fra qualche tempo avremo dimenticato, tutto questo non ci avrà insegnato nulla. La natura sa curare le proprie ferite. Piano piano, la pioggia amalgamerà la cenere alla terra e la vita riprenderà a nascere. Ma noi? Quando non dovremo più piangere le lacrime di chi ha capito troppo tardi? Educhiamo noi stessi ad essere parte attiva nella nostra terra, a interconnetterci con essa. Non parliamone e basta, come se fosse lì immobile e immutabile, come se non dovesse cambiare mai perché è così che Dio ce l’ha donata, paradisiaca.  Il tempo scorre velocemente, la nostra isola cambia e dobbiamo fare in modo che cambi positivamente. Cambiamo il nostro cuore, la nostra testa. Educhiamo all’amore i nostri figli con gesti, parole, racconti che abbiamo a nostra volta visto e sentito.  Non bastano le leggi, le pene severe, le condanne dei tribunali. Sono solo un primo passo che può funzionare come deterrente per alcuni. La disapprovazione deve essere culturale. E non basta nemmeno la disapprovazione del giorno successivo. Deve essere una disapprovazione che faccia parte dell’educazione trasmessa in famiglia, nelle scuole e nella società. Forse questo potrà davvero servire. Scrivo mentre fuori piove. Dio, lui sì, ha avuto pietà della nostra terra. E noi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *