DOCUMENTARISTA DI SESTU CON RADICI IN SARDEGNA E RAMI NEL MONDO: INTERVISTA AD ANDREA MURA, EMERGENTE REGISTA SARDO PREMIATO AL FESTIVAL “LIFE AFTER OIL” PER “LADIRI”


di Cristoforo Puddu

Il giovane regista sestese Andrea Mura, emergente documentarista diplomato al Centro Sperimentale di cinematografia nella sede palermitana della “Scuola Nazionale di Cinema”, è certamente tra le figure più interessanti del panorama sardo e nazionale. Dopo la laurea in filosofia ha scelto, per naturale passione, di perseguire la “tortuosa” ed affascinante strada cinematografica. Per Andrea Mura, con l’attestato di studio professionale (il diploma conseguito a Palermo gli è stato consegnato dall’attore Giancarlo Giannini) iniziano ad arrivare anche i riconoscimenti per cortometraggi e collaborazioni di assoluto prestigio. Importanti e formative le collaborazioni con il dipartimento di antropologia visuale dell’Università di Cagliari, con la regista e fotografa Marina Anedda, con diverse realtà artistiche e teatrali e le attività creative svolte con professionisti cinematografici di livello nazionale ed internazionale come il regista etnografico e scrittore americano di antropologia visuale David McDougall (dal 1975 vive in Australia ed insegna alla Australian National University) e il sardo-canadese Frank Sanna (genitori originari del centro goceanino di Illorai e attualmente impegnato in un interessante studio-screening identitario sulla Sardegna). Tra la filmografia di Andrea Mura figurano i documentari Ogu Pigau Fuidi! Sguardi sul malocchio (regia, montaggio, operatore); La memoria del mare (regia, soggetto, sceneggiatura), Ignazio Buttitta, pueta in piazza (co-regia con Bernardo Giannone, riprese e montaggio), Ladiri (regia,  fotografia, montaggio e produzione), con cui ha recentemente partecipato al festival “Life After Oil” di Martis, unico lavoro di autore sardo, e conseguito il significativo riconoscimento speciale Premio Ammentos della consulta giovanile. Cerchiamo di conoscere meglio Andrea – filmmaker che già si contraddistingue per opere di grande valenza antropologica e documentale, realizzate con partecipata passione, obiettività ed attenta analisi sull’universo ambientale ed umano – e attraverso l’intervista che segue scopriamo un autore che si presenta con le sue identitarie e forti “radici in Sardegna” e con  “i rami” sconfinanti nell’orizzonte del mondo.

Quali sono stati i determinanti imput ed incontri che ti hanno orientato verso l’attività cinematografica? “Tutta l’avventura nel cinema documentario è iniziata un po’ per caso,  come tutte le cose belle e importanti… forse. Dopo la laurea in Filosofia e vari lavori fatti in teatro, mi aggiravo per la Facoltà di Lettere di Cagliari, in quella fase della vita post laurea dove non si sa bene cosa fare e mi sono imbattuto in un seminario sul cinema documentario di Jean Rouch (Parigi, 1917 – Birni N’Konni-Niger, 2004; etnologo, antropologo e regista francese ideatore del “cinéma vérité”) in cui venivano proiettati tutti i suoi lavori; è stata una folgorazione e ho capito cosa avrei voluto fare “da grande”. Da lì in poi si sono succeduti incontri e scambi che mi hanno portato ad approfondire e curare la mia passione per il cinema: da MacDougall a Giuseppe Ferrara, da Marina Anedda alla Scuola Nazionale di Cinema. Tutto è iniziato dunque in quel caldo pomeriggio cagliaritano, un po’ per caso un po’ per destino.”

Descrivi i lavori finora realizzati… “E’ difficile fare una retrospettiva sintetica dei lavori fatti finora, tutti avrebbero una storia a sé da raccontare. Ho iniziato facendo quelli che vengono definiti documentari etnografici, dalle feste tradizionali alla medicina popolare, tematiche di antropologia visuale che mi hanno fatto penetrare più a fondo prima nella cultura della Sardegna e poi del resto del mondo, se consideriamo che andando a fondo in una tematica si arriva sempre a degli archetipi validi per tutti gli abitanti della terra. Poi con l’esperienza del Centro Sperimentale di Cinematografia in Sicilia ho avuto occasione di confrontarmi anche col cinema di finzione e con tematiche di tipo storico-artistico, realizzando lavori come “Ignazio Buttitta, pueta in piazza”, “Cantieri Culturali”, “La memoria del mare”. Da qualche anno mi sto cimentando anche nella realizzazione di spot pubblicitari e di videoclip musicali. Uno degli ultimi lavori che ho fatto è “Ladiri”, sulle costruzioni in terra cruda della Sardegna, che sta avendo un buon riscontro di pubblico e critica in tutta Italia e a breve sarà anche proiettato in alcuni Festival europei.”

Pensi che la Sardegna sia ancora terreno fertile ed inesplorato per un giovane cineasta e documentarista animato da spirito identitario, ambientalista e che voglia operare una profonda ricerca “scientifica” sulle tradizioni? Insomma, andare oltre gli stereotipi e il folclore per turisti e cartoline. “A me piace definirmi come un regista che ha le sue radici in Sardegna e i suoi rami nel mondo. La Sardegna è una miniera di storie ancora da raccontare, per quanto negli ultimi anni con la cosiddetta ‘nouvelle vague sarda’ si sia raccontato tanto, da Giovanni Columbu a Salvatore Mereu. Ora noto da qualche tempo un bel fermento di creatività e tanto interesse intorno al cinema in Sardegna, una molteplicità di sguardi che non può che far bene alla nostra isola, troppo spesso considerata da chi ci governa solo come luogo da spremere e sfruttare con dubbie politiche industriali e militari. Anziché essere valorizzata per il suo enorme patrimonio ambientale e culturale, che se giustamente valorizzato sarebbe un importante volano economico, e non si costringerebbero tanti miei coetanei a lasciare l’isola in cerca di fortuna oltre mare. Mi piace ricordare la nascita da qualche anno in Sardegna di “Moviementu”, un’associazione che raggruppa più di duecento addetti ai lavori del cinema, che si batte affinché l’industria sostenibile del cinema decolli anche in Sardegna attraverso una legislazione che favorisca le produzioni cinematografiche nell’isola. Sul folklore delle produzioni per i turisti, che capita frequentemente di vedere, credo sia una tentazione a cui si rischia di cedere, perché è più facile, più vendibile, ma credo non faccia onore al vero spirito della Sardegna, ricco di contaminazioni, contraddizioni, complessità che nel folklore non trovano spazio. A me piacerebbe andare oltre nei miei lavori, memore della lezione della mia amica e collega Marina Anedda, andare a ricercare le persone per quello che sono, nella loro ‘verità’, senza imbellettamenti fatti ad hoc per il turista frettoloso. Quando giro un documentario cerco di farlo per interessare un ipotetico viaggiatore esigente, alla Ernst Junger, che cerca di andare al di là della facciata della rappresentazione di se stessi. Questo è ovviamente un’aspirazione a cui tendo, poi non spetta a me dire se riesco ad ottenerlo.”

A quali progetti lavori attualmente? “Ora porto avanti l’Archivio audio-visivo della terra cruda, andando in giro per l’Italia dal sud al nord, per raccontare le storie degli anziani che abitano le case in terra; è un’esperienza stimolante e ricca poiché partendo dall’abitare conduce a scoprire i mondi delle persone che incontro: il lavoro, il cibo, gli affetti; un mondo contadino ricco e affascinante ma a rischio di estinzione.

Questa estate ho collaborato con il regista italo canadese Frank Sanna per la realizzazione del taser del film “Le voyage de mon pere”; ora spero che Frank trovi dei produttori disposti ad investire nel progetto per poter cosi lavorare nuovamente con lui il prossimo anno. A breve girerò un documentario su una giovane coltivatrice di riso piemontese, dopo aver vinto un concorso del Ministero dell’Agricoltura, chiamato Giovani Fattori di Successo, e un altro documentario sui giovani suonatori di launeddas in Sardegna. Vedremo cosa succederà. Un altro impegno che ultimamente mi sta appassionando è la direzione artistica di un Festival di documentari chiamato Sole Luna che si tiene da nove anni tra Palermo e Treviso. Questo mi da la possibilità di vedere tantissimi film per selezionarli, quest’anno ne sono arrivati più di duecento, e di tenere d’occhio la produzione mondiale di documentari, le sue storie e i modi diversi di raccontarle. Essendo un Festival itinerante spero di riuscire presto a portarlo nella mia Sardegna.  Il riconoscimento al festival di Martis è una legittimazione importante per il suggestivo lavoro che hai realizzato con “Ladiri”.” 

L’individualismo da sardo, anche in complesse attività artistiche e creative, talvolta premia…? “Mentre realizzavo “Ladiri” francamente non mi aspettavo che avrebbe avuto un riscontro cosi positivo di pubblico e critica; volevo semplicemente raccontare a chi non la conosceva una tipologia abitativa che a me riportava alla mia infanzia, alla casa di mia nonna, ad un mondo fatto di terra e tempi lenti. Per questo ho scelto di far parlare gli anziani, tutti ultra ottantenni, che ancora hanno il dono, sempre più raro nella nostra epoca televisiva e iper comunicativa, di saper raccontare storie. Per quanto riguarda l’individualismo, non so se appartenga propriamente ai sardi, a me sicuramente sì, se con individualismo intendiamo camminare per la propria strada senza farsi distrarre dal chiacchiericcio, credere in quello che si sta facendo e circondarsi di poche persone con cui ci si capisca. Penso che fare documentari risponda a questa mio modo di essere, più difficilmente compatibile con produzioni più complesse e affollate del cinema di finzione.”

Considerato che per lavoro viaggi tantissimo, oltretutto attualmente vivi principalmente nel Nord Italia, quale rapporto coltivi con il mondo dell’emigrazione sarda? “Da un po’ di tempo è come se fossi una tartaruga, con la mia casa dentro una valigia sempre appresso. Mi sento a casa un po’ dappertutto e in nessun luogo. Certo, quando da qualche parte trovo un ristorante sardo mi fermo volentieri per riassaporare i malloreddus o una seada, poi porto sempre con me il libro del grande linguista tedesco Wagner “Lingua sarda”, una vera enciclopedia storica, antropologica e linguistica della nostra Sardegna. Trovo assurdo che ancora nel 2014 molti sardi siano costretti ad emigrare per lavorare, con un territorio immenso e ricco come la Sardegna in cui siamo poco più di un milione di persone; c’è evidentemente qualcosa che non va nel sistema politico ed economico che ci governa. Poi ben vengano i viaggi di scoperta dell’altro e dell’altrove, arricchimento essenziale di ogni persona, però deve essere una scelta libera e non un obbligo dettato dal bisogno primario di mangiare. Mi piacerebbe andare nei circoli sardi sparsi per il mondo per mostrare i miei documentari sulla Sardegna e saperne di più sulla loro vita da emigrati; forse presto andrò in Canada per un lavoro e certo non mancherà un incontro con la folta comunità sarda emigrata lì negli ani ‘60.” 

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