PROCESSO AI COLPEVOLI DEL DISASTRO DEL VAJONT: FLORIANO CALVINO FU L'UNICO ESPERTO ITALIANO CHE ACCETTO' DI FAR PARTE DEL COLLEGIO DEI PERITI D'UFFICIO

il disastro del Vajont nel 1963

di Paolo Pulina

A cinquant’anni dalla ricorrenza del tragico 9 ottobre 1963 in cui, a causa della frana della metà di una montagna dentro il lago della grande diga del Vajont, al confine tra Veneto e Friuli, si creò una colossale massa d’acqua che superò la diga sommergendo tutti i paesi intorno a Longarone (1.910 persone persero la vita), è doveroso ricordare il prof. Floriano Calvino, geologo, fratello dello scrittore Italo. Entrambi erano figli di Mario e di Eva Mameli, botanica di livello internazionale, nata a Sassari il 12 febbraio 1886 da Giovanni Battista, alto ufficiale dei carabinieri, e da Maria Maddalena Cubeddu, originaria di Ploaghe (Sassari).

Floriano Calvino era nato a Sanremo nel 1927. Giovanissimo fu partigiano della Brigata “Garibaldi Cascione”. Laureatosi in ingegneria mineraria nel Politecnico di Torino nel 1952, era titolare della cattedra di Geologia applicata presso l’Università di Genova. Specializzato nello studio delle grandi dighe, con una vasta attività professionale in Italia e all’estero (ha realizzato importanti progetti quali la diga Bakolori in Nigeria e la bonifica del Tana-Beles in Etiopia, ed ha svolto attività didattica presso l’Università di Modagiscio), Calvino ha legato il suo nome a una puntuale e sistematica opera di denuncia dei responsabili dei disastri ambientali e di tutela delle vittime delle calamità naturali. Nel processo a carico dei colpevoli della tragedia del Vajont, Calvino, allora assistente a Padova, fu l’unico esperto italiano che accettò l’invito del giudice istruttore di Belluno che cercava tecnici disposti a far parte del collegio dei periti d’ufficio.  Dato che l’affare era scottante e che enormi erano gli interessi in gioco, molti furono i rifiuti dei periti del settore: alla fine il collegio poté essere completato solo facendo ricorso a due tecnici stranieri. Non per caso, probabilmente, pochi anni dopo, Calvino dovette lasciare Padova per trasferirsi a Genova.

Successivamente Calvino ha prestato la sua opera di esperto in favore dei parenti delle vittime di catastrofi come quella di Malga Villalta (alpini travolti da una valanga) e di Stava (la sciagura della Val di Stava si verificò il 19 luglio 1985 quando i bacini di decantazione della miniera di Prestavel ruppero gli argini scaricando 160.000 metri cubi  di fango sull’abitato di Stava, piccola frazione del comune di Tesero, provocando la morte di 268 persone).

Calvino, che fu impegnato anche in attività a sostegno dei popoli del terzo mondo (con militanza attiva nel tribunale Russell e nella Lega internazionale per i diritti dei popoli), è morto nel gennaio 1988.

Tra i numerosi scritti di Floriano Calvino, registrati nei cataloghi delle biblioteche italiane, si ritrovano vari studi geologici sulla Sardegna, regione alla quale era affettivamente legato. Calvino ha fatto rilevamenti geologici relativi ai territori di Muravera; di Orosei; del Sarrabus-Gerrei (porfidi grigi); del Salto di Quirra (idrografia carsica ipogea); di Villaputzu (basalti di Riu Girone); della Vallata di Logulentu; di Putifigari (manifestazioni termali in galleria); e di altre zone.

Due ritagli stampa ci informano sull’amore che Floriano aveva per l’isola in cui erano nati sua madre e i suoi nonni materni.

Alla morte di Italo Calvino, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga si recò a Siena per rendere omaggio alla salma dello scrittore intrattenendosi con la moglie e il fratello di lui, Floriano: «Quest’ultimo, pur nella tristezza del momento, ha avuto modo di informare Cossiga sulle origini sassaresi della madre sua e di Italo, aggiungendo che un suo antenato di Ploaghe, piccolo villaggio della Sardegna, aveva pubblicato delle poesie in lingua sarda; opera di un antenato dello stesso Cossiga» (“La Repubblica”, 20 settembre 1985).

Floriano, nella circostanza dell’intitolazione di un istituto scolastico di Cagliari alla memoria della madre Eva Mameli (morta a 92 anni il 31 marzo 1978), aveva dichiarato: «Il rigore scientifico e morale era fondamentale per lei nell’educazione dei figli così come l’origine sarda. Io e Italo siamo stati allevati dalla nonna di Ploaghe, Maria Maddalena Cubeddu, e abbiamo così imparato un italiano forbito, perfetto, da vocabolario, l’italiano dei sardi» (“L’Unione Sarda”, 27 dicembre 1986). 

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