IL PROGETTO RUMUNDU: QUANDO UN SARDO NON ACCETTA LA MALEDIZIONE DELLA PENTOLA BUCATA

il Progetto Rumundu nasce da un'idea di Stefano Cucca

di Fabrizio Palazzari

Agli inizi degli anni Ottanta l’economista Paolo Savona paragona l’economia della Sardegna a una “pentola bucata” a causa dei segnali di una crisi del modello di sviluppo imboccato a partire dagli anni Sessanta. Un modello che oggi appare irreversibilmente concluso.

La teoria della “pentola bucata” fotografa da una prospettiva macroeconomica i risultati di un modello di sviluppo, basato sull’industrializzazione ad alta intensità di capitale pubblico e sul potenziamento della nascente industria turistica, che determinò profonde e radicali trasformazioni culturali e sociali della società sarda accompagnate dall’abbandono di modelli economici consolidati, soprattutto in campo agricolo e pastorale, in virtù di modelli ritenuti più moderni.

Spesso il “non sapere”, il fatto che non si possedessero gli strumenti culturali e analitici per valutare la portata globale di quei modelli, giustificò l’accettazione degli stessi. In realtà alcuni sapevano e cercarono, con straordinaria capacità di analisi, di animare un dibattito. Come nel caso, per esempio, degli scritti di Antonio Simon Mossa relativi all’industrializzazione della piana di Ottana o alla nascente industria turistica della Costa Smeralda. Il problema è che quel sapere non divenne mai un sapere generalizzato e condiviso.

Oggi quel mondo sta venendo meno. Dall’ultimo rapporto Istat 2013, emerge che il tasso di inattività sardo è pari al 40.3% (in altri termini ci sono 456mila persone , in età lavorativa, con le braccia incrociate). Non solo, con la ripresa dell’emigrazione e la fuga dei cervelli, l’effetto della “pentola bucata” è aggravato dai costi sociali ed economici dell’investimento in capitale umano perso per l’espatrio delle giovani generazioni.

Pertanto è diventato comune guardare a quella stagione mettendone in luce solo gli aspetti più deteriori senza evidenziarne alcuni importanti meriti, come quello di aver determinato un miglioramento basato sul reddito delle condizioni di vita materiali e, parallelamente, di aver così sostenuto una scolarizzazione di massa capace di aumentare la dotazione di capitale intellettuale e relazionale dell’intera regione.

Non solo, dietro la promessa della creazione di nuovi posti di lavoro, continuano ad essere proposti modelli di sviluppo antitetici rispetto alla vocazione dell’isola, come testimoniato di recente dalla vicenda del Qatar e degli stazzi galluresi, dai tentativi della Saras di estrarre metano nel Campidano o della Matrica di impiantare colture di cardo per alimentare la cosiddetta “chimica verde”.

Sebbene la protesta e la nascita di movimenti spontanei dal basso testimonino oggi una sensibilità e un’attenzione diffusa da parte delle popolazioni interessate rimane, in termini più generali, una forte predisposizione verso l’accettazione di questi modelli. Perché?

Il vero dramma Perché il vero dramma del nostro tempo è non solo nel lascito di quel mondo che oggi ci appare non in grado di garantire continuità tra passato, presente e futuro, quanto nella nostra incapacità di rimuovere tutte quelle barriere che impediscono di valorizzare pienamente il capitale intellettuale e relazionale esistente dei sardi residenti e di quelli che vivono oltremare.

Un capitale alimentante una domanda crescente di partecipazione che però troppo spesso rimane latente, inespressa e che solo in pochi casi riesce a diventare progettualità, fare e agire concreto capace di incidere sulla realtà e sulla nostra capacità di elaborare e condividere modelli di sviluppo sostenibili e rispettosi del territorio, dell’ambiente e delle persone.

A questo proposito, il riflettere sulle barriere che impediscono l’attivazione di questa “riserva” inesplorata di capitale sociale, potrebbe aiutarci a capire quali potrebbero essere oggi i meccanismi di valorizzazione della stessa.

Una prima barriera può essere individuata nella tendenza all’autoreferenzialità delle istituzioni oggi delegate a questa elaborazione. Un ulteriore limite è rappresentato dall’inerzia della politica e dell’amministrazione regionale. Infine, la terza, e probabilmente la più importante barriera, è che la nostra straordinaria capacità di analisi e di interpretazione della realtà non è sostenuta da una piena fiducia nei nostri mezzi. Rimaniamo insicuri, costantemente in attesa che siano gli “altri” a legittimarci.

Il progetto Rumundu In questo scenario il Progetto Rumundu appare non soltanto paradigmatico ma metafora di una Sardegna che non si rassegna ma viaggia, si apre al mondo e da questo mondo vuole riportare un sapere condiviso, che sia globale ma allo stesso tempo locale, in una parola “glocale”.

Nato da un’idea di Stefano Cucca, un trentaquattrenne di Sorso, consulente aziendale di professione e ciclista per passione, il progetto Rumundu consiste in un viaggio in bicicletta intorno al mondo alla ricerca di storie e stili di vita per dare voce a una community fatta di persone, storie, situazioni, micro mondi, momenti e stili di vita sostenibili che non senza difficoltà, si muovono in controtendenza rispetto a un’impostazione della nostra società fortemente legata ai consumi.

Stefano è partito da Sorso la mattina dell’8 giugno2013, haattraversato l’intera Sardegna,la Siciliae adesso sta risalendo lungo la penisola italiana. Attraverserà l’Europa, l’Islanda, il Nord America, l’Asia, l’Oceania per poi, dopo aver raggiunto il Madagascar, spostarsi dal Sudafrica alla volta del Medio Oriente e infine fare rientro a Sorso nel giugno del 2014.

Strada facendo, raccoglierà spunti, consigli, racconti, foto, suoni e sensazioni provenienti dalla rete che verranno veicolati nel sito e nei social network per dare vita alla comunità Rumundu. Alla fine avrà percorso, dopo 365 giorni di viaggio e 9.000.000 di pedalate,30.000 Kmsuddivisi in 300 tappe

Al di là dei numeri quello che più colpisce è la straordinaria capacità di questo progetto di popolare il nostro immaginario collettivo di freschezza, energia ed entusiasmo e di indicarci una delle tante vie alternative per superare le barriere che impediscono una piena valorizzazione del nostro capitale intellettuale e relazionale.

2 risposte a “IL PROGETTO RUMUNDU: QUANDO UN SARDO NON ACCETTA LA MALEDIZIONE DELLA PENTOLA BUCATA”

  1. DI TUTTO UN PO’ – I MIEI ARTICOLI – di Ennio Porceddu
    LA RECENSIONE DELL’ULTIMO LIBRO DI ENNIO PORCEDDU
    LE MALEDIZIONI DELL’ISOLA ICHNUSA
    libro scritto da un sardo che ama la Sardegna
    Sono rimasta da subito colpita dal titolo dell’opera scritta dal giornalista Ennio Porceddu, sono sensibile ai richiami di questa terra, perché una parte di me ha proprio lì le origini e ciclicamente sento il bisogno di recarmi in Sardegna, dove tutto appare candido come quando ero bambina e già appena sbarcata dalla nave il profumo del mirto inebriava le mie narici. Leggendo questo libro sono venuta a conoscenza di particolari che ignoravo, non avrei mai immaginato che la bellissima terra che mio padre amava intensamente avesse avuto tutta una serie di maledizioni causate da malattie contagiose, o dal cattivo comportamento di persone che pensano di poter fare i propri comodi in questa terra baciata dagli Dèi. Nella prima parte del libro, Porceddu illustra molto approfonditamente le pandemie che hanno portato morte e orrore sull’isola già da tempi remoti, si parlerà quindi dell’arrivo della malaria dall’Africa, della peste, dei casi di lebbra, colera, poliomielite e del favismo. Andando avanti nella lettura, si leggerà della dannazione causata dalle droghe, le quali sono approdate anche qui, trasportando in un viaggio senza ritorno numerosi giovani sardi che a loro volta portarono alla disperazione le proprie famiglie come già accadde nel resto del mondo. Uno speciale capitolo è dedicato all’Aids, alle cause, le conseguenze e alla prevenzione, perché anche in questo caso, la Sardegna ha pagato un prezzo molto alto per l’importazione di questo Virus del quale non esiste ancora un vaccino. Si arriva quindi alla descrizione di una malattia che colpisce i suini, e per il quale la Sardegna adotta leggi speciali. Terminato il lavoro sulle malattie, Porceddu illustra altre maledizioni causate dalla mano dell’uomo, si parlerà quindi degli incendi boschivi che ogni estate, provocano la perdita di migliaia di ettari di terreno, dove spesso dietro al dolo, si nascondono imprenditori privi di scrupoli. Il penultimo capitolo, dedicato alla “Maledizione di Quirra” ha trovato nuovamente un posto nel mio cuore, perché conosco molto bene la zona: da ragazza, inconsapevole del pericolo, andavo con il mio fidanzato a nuotare nelle bellissime ed apparentemente incontaminate acque di Quirra, l’omertà delle persone faceva da padrone, il mio fidanzato ed io non capivamo come mai certe spiagge meravigliose fossero deserte, solamente dopo qualche anno, guardando un documentario ne capii il motivo. Ora trovo veramente scandaloso che per un centinaio di posti di lavoro, si metta così a repentaglio la salute dell’intera popolazione, e mi spiace vedere il popolo sardo continuamente ricattato per l’occupazione, che da sempre costituisce un problema per gli isolani spesso costretti ad abbandonare la propria terra come fece mio padre. Il libro termina con una storia di orgoglio di un contadino sardo, il quale non vuole cedere la propria terra fatta di coltivazioni e pastorizia agli imprenditori del mattone, i quali per denaro sarebbero pronti a distruggere uno dei tratti di costa più belli del sud, lungo circa 35 km. Tale Ovidio Marras, ha detto no, ed è diventato il beniamino degli ambientalisti, sono queste le storie che mi piacciono, la Sardegna non è una specie di Eldorado da depredare, come scrive Porceddu, ed è meglio che lo capiscano presto tutti. (Donatella Frongia*) da: ILMIOLIBRO.IT
    *Scrittrice genovese di padre sardo e madre francese, è autrice del libro Quando si dice Liguria…) DA: ILMIOLIBRO.IT
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    CRONACA DI UNA DOMENICA SPECIALE (1 MAGGIO) PER ASSISTERE ALLA SAGRA DI S. EFISIO. MENTRE IL SANTO SI APPRESTA AD INCAMMINARSI PER NORA, LUOGO DEL SUO MARTIRIO, I TURISTI INVADONO LA CITTA’, IL POETTO E CASTELLO
    CAGLIARI
    E IL TEATRO CIVICO
    Nei pressi del Teatro Civico, a ridosso della scuola Santa Caterina, una piazza è stata intitolata al Professor Goffredo Angioni, emerito specialista di malattie infettive dell’Ospedale SS. Trinità di Cagliari
    di Ennio Porceddu
    Domenica primo maggio, a Cagliari, una moltitudine di turisti la occupa per rendere omaggio al Santo protettore della città e della Sardegna tutta. Quando Sant’Efisio s’incammina, dopo aver viaggiato per le vie del centro con il suo cocchio, verso la chiesetta di Giorgino di proprietà dei Balletto, per cambiare gli indumenti e riprendere il cammino verso Nora, molti forestieri si avviano verso le strade di Cagliari per raggiungere un luogo di ristoro. Dopo essersi rifocillati, molti di questi “graditi ospiti”, se ne vanno, a piedi, in giro per Castello, che, diciamolo, per molti sono un’attrattiva stupenda, con le sue strade, i palazzi, le torri e la storia. Altri, invece preferiscono farsi scarrozzare con i bus-turistico o il trenino (che sembra ricordare una vecchia canzone che titolava: il trenino di latta verde), che dal Largo Carlo Felice li porta verso Castello. Il pomeriggio, la giornata è calda, non è proprio adatta alle passeggiate ma certi turisti, sembrano non risentirne e s’incamminano tranquilli e determinati dentro il quartiere storico. Un gruppo, dopo aver attraversato via Pietro Martini e costeggiato il Palazzo Viceregio, la Cattedrale e il vecchio Palazzo Civico, s’incuneano verso via De Fossario, lasciandosi alle spalle la chiesetta della Speranza degli Aimerich.
    Qui il panorama che si presenta suscita, negli ospiti, grande stupore: il quartiere di Villanova, la chiesa di Bonaria, monte Urpino, il Poetto e tutto il Campidano, con le mura del castello S. Michele si manifestano in tutto il loro splendore. In questo caso le foto non si sprecano, perchè in questo modo l’immagine della città saranno una prova evidente che Cagliari e il suo circondario, è meraviglioso.
    La passeggiata continua raggiungendo il bastione Santa Caterina, oggi Piazza Goffredo Angioni un medico che chi scrive ha conosciuto molto bene per la sua professionalità e per la sua umanità. E per questo, mentre il gruppo dei turisti, affascinati dalla terrazza del Bastione San Remy, ammira il panorama, faccio una breve scheda di questo medico che tutti chiamava legittimamente “Professore”. Coniugato con Donna Anna Aimerich, era primario dal 1946 al 1982 della Divisione Malattie Infettive dell’Ospedale SS. Trinità di Cagliari. Molto apprezzato per la sua indubbia professionalità, aveva dovuto affrontare e risolvere molti problemi legati alla sanità. Nel 1973 e nel 1979, aveva combattuto con i casi di colera. Per il professore, che non conosceva pause, fare il medico voleva dire affrontare giornalmente casi di meningite, epatite, tifo e quant’altro con grande senso di responsabilità. Autore di tantissime pubblicazioni scientifiche è scomparso nel 1988. La città di Cagliari gli ha intitolato la piazza.
    Intanto il gruppo scendendo dalla scalinata della terrazza del bastione Santa Caterina, si sofferma sul teatro Civico che lo storico Francesco Corona definì “assai meschino”. E chiedono notizie alla guida che li accompagna.”Il teatro civico del Castello, nel quale si rappresenta l’opera in autunno e in inverno – è sempre il Valery che lo comunica – è stato recentemente ampliato secondo il progetto di Giuseppe Cominotti. Superiore anche all’elegante sala di Sassari, è uno dei principali ornamenti della città. Il bastione di Santa Caterina serve da passeggiata d’inverno.
    Alcune parti delle fortificazioni spagnole nei pressi di Villanova, costruite nel XVI secolo, sono molto superiori alle nuove fortificazioni che non vi si ricollegano troppo. Esse dureranno molto più a lungo; vi si sente l’impronta d’una nazione allora potente, di un’epoca gloriosa che fa risaltare la mediocrità di tutto il resto”.
    Il primo teatro di cui si ha notizia a Cagliari fu il “Teatro dell’Università”, un ambiente molto limitato che prevedeva appena trenta logge e poteva contenere non più di trecento spettatori, e nacque verso la metà del XVIII secolo tra Via Canelles e Via Lamarmora e di cui si hanno poche informazioni. Demolito verso il 1764, poco prima del 1770 fu costruito, un nuovo teatro, il Regio, per l’intraprendenza del barone Zapata, aveva una capienza di circa 600 spettatori, divenendo immediatamente il centro della vita culturale e mondana di Castello. Per quasi un ventennio vi si svolsero tre stagioni d’opera l’anno (Estate, Autunno e Carnevale), spettacoli teatrali e balletto.
    Alla fine del secolo dovette interrompere le programmazioni. Fu riaperto in occasione dell’arrivo in città della famiglia reale e per quasi un quindicennio ebbe luogo una ricca attività teatrale. Dopo il rientro dei Savoia a Torino decadde rapidamente e per alcuni anni rimase chiuso.
    Nel 1831, per ordine del Re Carlo Felice, fu acquisito dall’Amministrazione Municipale, in cambio di una vigna, assumendo la denominazione di “Civico” riprendendo a pieno ritmo l’attività con rappresentazioni di ottimo livello artistico e culturale. Poi fu abbandonato e in seguito demolito, e ricostruito nel 1836 su progetto dell’architetto cagliaritano Gaetano Cima. Lo storico Giovanni Spano lo descrive: “Ha quattro ordini con 84 palchetti e il loggione; è ben decorato, e stuccato in oro. Vi si rappresenta l’opera in musica in due stagioni dell’autunno e del carnevale. Può contenere mille spettatori, compresa la platea… Non poteva scegliersi un sito più centrale per il comodo di tutti i quartieri.” Il locale di Castello si qualificò principalmente come “teatro dell’opera” ma si adeguava a mettere in scena spettacoli di altro genere, compresa la prosa, solo in momenti di difficoltà e comunque senza grande entusiasmo. Nel 1911 il Comune di Cagliari, lo cedette all’impresa Cadeddu, che lo trasformò in cinematografo. Solo dopo il cambio di gestione il Civico ospitò qualche stagione d’operetta, di varietà e di prosa e, dai primi anni venti, le stagioni concertistiche.
    Nel 1930 per iniziativa del podestà Enrico Endrich e del Maestro Renato Fasano, il Comune decise di rilanciare il Civico e organizzare stagioni liriche di alto livello. L’ultima rappresentazione d’opera si ebbe nel 1939, alla presenza di Umberto e Maria Josè di Savoia; in scena I quattro Rusteghi di Ermanno Wolf Ferrari. Il 26 febbraio 1943 i bombardamenti che colpirono la città, il Civico teatro fu colpito dalle bombe. Rimasero in piedi solo la zona del foyer e i muri esterni della sala. Fu una perdita gravissima, che seguiva di qualche mese l’incendio che nella notte del 17 dicembre 1942 aveva abbattuto il teatro Politeama Regina Margherita. In seguito al recente restauro, finitosi i primi mesi del 2006, il Teatro Civico di Castello ha ricominciato la sua attività, accogliendo rappresentazioni culturali, concerti, varietà programmazioni cinematografiche.
    Lasciato il Teatro Civico, il gruppo s’inoltra verso Piazza dell’Indipendenza, passando da Via Università, via Santa Croce e le stradine che portano in Via Lamarmora. Finita la salita e arrivati in piazza dell’Indipendenza, il gruppo, di fronte al vecchio Museo, trova il trenino turistico che li porta al Largo Carlo Felice. Qui finisce la mia cronaca improvvisata nella giornata dedicata a Sant’Efis, ma per Cagliari è ancora festa e non mancano spettacoli di musica, balli folcloristici. La notte è lunga. Forse qualche protesta potrebbe arrivare dagli abitanti del quartiere la Marina (una volta La Pola) per gli schiamazzi notturni.
    Una volta all’anno, in occasione della sagra del Santo protettore, gli abitanti di una delle appendici di Castello, tollereranno pazientemente.

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