LEGGENDE SARDE: CHI FURONO VERAMENTE I BANDITI? DA OMICIDA SANGUINARI A EROI ROMANTICI


di Valentina Vanzini

“Belli, feroci, prodi” così lo scrittore Sebastiano Satta descriveva, in una delle sue opere di fine Ottocento, i banditi sardi, figure mitiche e avvolte dal mistero. Sconosciuto a molti, e poco esplorato, per lungo tempo il fenomeno del banditismo sardo è stato bollato come semplice manifestazione di una criminalità rurale figlia della povertà e dell’ignoranza. Scuri, sporchi, cattivi, i briganti venivano paragonati ad animali, uomini che non erano uomini, ma bestie, capaci di compiere ogni efferatezza ed omicidio solo per il gusto di veder scorrere il sangue. Solo oggi, a distanza di tempo, e nella giusta prospettiva storica, è possibile iniziare a comprendere e a studiare il banditismo sardo andando al di là dei classici stereotipi cercando le risposte e soprattutto ponendosi le domande giuste. Chi furono dunque questi uomini e queste donne che decisero di darsi alla macchia? Quali erano le loro storie personali? Perché fecero una scelta così radicale sapendo di mettere in pericolo la loro vita? Dare una risposta non è facile soprattutto di fronte ad un evento così intricato e complesso come quello del banditismo. Un fenomeno antico almeno quanto la Sardegna perché questo popolo, vessato e conquistato da forze straniere per secoli, la ribellione l’ha sempre avuta nel sangue. Basti pensare che le prime tracce di banditismo risalgono addirittura alla fine del Duecento e all’inizio del Trecento, sono presenti infatti accenni ad alcune ribellioni e atti criminali contro le autorità in due documenti molto antichi risalenti a quel periodo, ossia gli Statuti Sassaresi e la Carta De Logu. A partire da questo momento il fenomeno del banditismo si sarebbe consolidato sempre più, sia nel periodo medievale che in quello della dominazione spagnola. In una terra abbandonata a se stessa, dove vigeva la legge del più forte e quella del sopruso, la ribellione sembrava, per le classi più povere, l’unico modo per salvarsi da una fine ormai scritta. “Il banditismo” scriveva l’avvocato Gonario Pinna all’epoca analizzando il problema “nasce come degenerazione della latitanza o come forma diretta di ribellione, era la sola possibilità” conclude nei suoi scritti “di reazioni ad angherie economiche o la disperata risposta ad atti di denegata giustizia” Già da queste parole sembra emergere un particolare interessante, ecco dunque per cosa si ribellavano questi uomini e queste donne: la mancanza di giustizia. Tanto che qualche secolo dopo, fra il Seicento e il Settecento, il banditismo era ormai diffuso a macchia d’olio su tutta l’isola. La Sardegna divenne negli anni aragonese, spagnola e piemontese, senza che nulla cambiasse di fatto: sfruttata e derubata delle sue risorse fino a quando il conquistatore ne aveva bisogno, per il resto lasciata poi a se stessa, soggetta alla legge della sopravvivenza e controllata dalla prepotenza e dai soprusi dei singoli e dei gruppi locali più forti. Ma la vera svolta avvenne tra il 1820 e il 1840, fu in quell’epoca che fu emanato l’Editto delle Chiudende e quando i sardi videro scomparire per sempre su connottu (il conosciuto). Le riforme dei re piemontesi infatti mettevano fine all’antico sistema di vita fino ad allora conosciuto e spazzavano via l’orientamento sociale dei sardi. Fino a quel momento tutte le terre che si trovavano intorno ai villaggi erano considerate di comune proprietà, non esisteva un singolo proprietario dei possedimenti e le terre venivano condivisi dagli abitanti del paese che le utilizzavano per i loro bisogni. Il 6 ottobre 1820 questo sistema di vita venne eliminato completamente generando una lotta per il possesso che avrebbe scatenato l’inferno. L’editto infatti stabiliva che chi “chiudeva” un determinato territorio ne diveniva proprietario, da qui una corsa all’accumulazione senza controllo con violenze, chiusure abusive e soprusi messi in atto da chi possedeva abbastanza mezzi ed era abbastanza forte da potersi accaparrare tutta la terra che voleva. Innalzare muri, sbarrare le entrate, difendere il terreno conquistato da chi voleva invaderlo, divennero gli imperativi. La solidarietà paesana e l’idea di condivisione scomparvero lasciando spazio a sanguinose faide e lotte che bagnarono di sangue l’intera isola. La legge escluse tutti coloro che non erano riusciti a divenire padroni della terra e creò un’enorme abisso fra i ricchi possidenti, pochissimi, che costringevano gli altri cittadini a pagare per utilizzare i terreni, e i tanti pastori e agricoltori rimasti senza nulla. La prima rivolta scoppiò nel 1932 quando a Nuoro i pastori, affamati e disperati, abbandonati al loro destino, iniziarono a distruggere le chiusure. I soldati del re intervennero per sedare la rivolta portando con sé una scia di arresti, torture e uccisioni sommarie, ed acuendo sempre più l’idea di una vera e propria aggressione da parte degli abitanti del  “Continente” contro il modo di vivere e di lavorare dei Sardi. Fra il 1835 e il 1840 un altro trauma investì la Sardegna, questa volta ancora più forte e violento: l’abolizione del feudalesimo. Un’operazione che avrebbe dovuto portare libertà ed eguaglianza non fece altro che sostituire i vecchi padroni con altri nuovi padroni forse ancora più crudeli ed esigenti. Lo Stato, che poteva difendere la popolazione ed aiutare quelle terre a crescere, non fece altro che impoverire ancora di più coloro che erano già poveri, mentre dall’altra parte conferì nuovo potere “alle grandi famiglie” che in ogni paese assunsero il controllo arricchendosi e divenendo sempre più potenti. Disperate rivolte scoppiarono in tutto il paese senza ottenere nessun risultato se non nuove sanguinose repressioni. Fra il 1820 e il 1870 il sistema di vita della Sardegna fu allineato a quello del resto del Continente con una serie di misure in cui i Sardi, e soprattutto la gente semplice, pagarono il prezzo più alto. Si iniziava a delineare allora un distacco, sempre più forte e drammatico, fra l’isola e il resto dell’Italia, uno Stato che sembrava in grado solo di dettare leggi che affamavano e depredavano la popolazione. Il rifiuto orgoglioso di una situazione di miseria, abbandono e sfruttamento, avrebbero portato centinaia di uomini e donne a ribellarsi in un modo disperato e feroce ad un sistema che non volevano né potevano accettare. Il resto è storia: la Caccia Grossa, con migliaia di soldati impegnati a ricercare con ogni mezzo e a giustiziare i banditi, una vera e propria “caccia” in cui le bestie da ammazzare erano i banditi e i cacciatori i soldati inviati dal Continente, spietati e pronti a tutto. Ma anche i primi processi, le rivolte delle città e la Disamistade di Orgosolo, fino a forme più estreme di criminalità e violenza. Giudicare nel modo esatto il banditismo sardo, e soprattutto i banditi, ancora oggi appare difficile. Non solo per la situazione sociale ed economica in cui si trovarono a vivere e in cui, di conseguenza, nacque questo fenomeno, ma soprattutto perché prima di essere banditi queste persone furono uomini e donne, ognuno con la sua storia di povertà e di soprusi, ognuno con la volontà disperata di trovare un riscatto di fronte a qualcosa che sentivano di aver perduto per sempre. Belli, feroci, prodi, ma anche coraggiosi e sanguinari, eppure così umani, spogliati del mito e della fantasia questi banditi ci appaiono oggi per quello che erano: dei ribelli, a tratti violenti, a tratti quasi romantici, eppure mai così vicini a noi.

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