FEDERICO CONI E' "MAESTRODASCIA": AD ALES, PASSIONE PER IL LEGNO E L'ARTE DEL CREARE


di Giulia Madau

 

Federico Coni, in arte Maestrodascia, è un artista o un creativo o un artigiano, non saprei come definirlo in realtà. Vive in Marmilla, più precisamente ad Ales, paese natio di Antonio Gramsci, ma è sempre  in giro per la Sardegna e oltre a far conoscere i suoi interessanti lavori. Io l’ho conosciuto (più o meno) al Posidonia Festival di Carloforte. Maestrodascia lavora il legno nella falegnameria di famiglia: lo taglia, lo colora, lo trasforma. La sua fantasia, unita alla sua abilità, dà vita a personaggi, animali, sorrisotti. Porta avanti con entusiasmo il suo mestiere e la sua passione, nata quando era ancora un bambino grazie al nonno e al padre, anche loro falegnami. “Chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista“. Questa è un’affermazione di San Francesco D’Assisi.

Cosa penserà a riguardo Maestrodascia che non ama essere chiamato artista? “Mi sembra che S.Francesco, per me che sono allergico a santi e croci, ha visto giusto. C’è una parola che però racchiude meglio quello che siamo noi, che siamo artigiani, nel vero senso della parola, che facciamo un lavoro ascrivibile alle arti applicate, e che quindi si tende a creare qualcosa che può anche essere ripetibile. Si sconfina tra l’arte e il design. Per tagliare la testa al toro, e ci scusiamo con i vegani per l’eventuale polemica, San Francesco aveva visto giusto, ma siccome io non voglio essere racchiuso in un’affermazione medioevale in questi tempi postmoderni, sostengo a gran diritto di essere un creativo dell’artigianato artistico!”.

Qual è il tuo rapporto con il legno? “Il legno, bella storia. Diciamo che è la conseguenza di essere discendente da generazioni di falegnami. Quello che può capitare ad un marmocchio nato in quell’ambiente è la familiarità con il materiale, che volente o nolente, entra di gran carriera tra quelli che da piccolo sono i giocattoli. Mio nonno  mi metteva da parte ritaglietti che potevano andare bene per il caminetto e io li usavo per costruirci i miei castelli. Poi è arrivato Pinocchio, e allora non potevo esimermi di provare anche a rifarne uno. O che almeno gli assomigliasse da lontano, possibilmente in penombra e ad occhi chiusi!”.

La tua filosofia quando crei qualcosa? “Non sapevo di doverne avere una pure io! Diciamo che ci sono due strade: se sto studiando un nuovo pezzo di linea o ne faccio il restyling è un conto, quello è il mio lavoro, del resto. Quando invece devo arrivare al momento creativo, questo può essere indotto da due motivi differenti. Il primo è l’illuminazione celeste (o di altri colori): mi viene in mente qualcosa che deve necessariamente essere fissata su carta con un pastrocchio, che se non c’è la traccia iniziale non c’è poi neanche il resto. Oppure, c’è la richiesta dei clienti che vogliono un soggetto personalizzato. E allora devo unire alla creatività la fisionomia della persona che mi sta chiedendo il pupazzo”.

Che storia c’è dietro a ciò che crei? “È una domanda complessa e a tratti un po’generica, per cui rischierei di farmi prendere dalla logorrea e avviare un romanzo. Ma sarò breve. Oddio, non so cosa rispondere! Non sempre c’è una storia dietro quello che creo. Negli anni sono riuscito a definire un mio stile pinokkiesco, per cui tutto riesce ad assomigliarsi facendo venire fuori animali e personaggi che si vede appartengono alla stessa famiglia. Cerco sempre di essere rispettoso dei materiali che adopero, evito gli sprechi e solitamente non butto mai via niente. Nemmeno gli elementi che non mi sono usciti come volevo. Lavorando per assemblaggio di pezzi, ciò che ritengo non buono per il soggetto che sto realizzando lo conservo, perché può sempre diventare fondamentale per qualcos’altro che ancora non mi è passato per la mente!”.

Se un Sorrisotto, avrebbe il dono della parola cosa direbbe? “Adottatemi!!! Il Sorrisotto è consapevole che viviamo in questa valle di lacrime, che tutto va a rotoli, che non c’è lavoro, che non c’è speranza per il futuro, che potrebbe arrivare la piaga delle cavallette o peggio, che potremo essere falcidiati da una marea di malanni, che potrebbe caderci una croce che si stacca dal campanile della chiesa. Insomma, il Sorrisotto è consapevole che non abbiamo troppi motivi per sorridere, e allora, siccome un mondo senza sorriso è ancora più brutto, SORRIDE PER NOI! Un sorriso è meglio di mille parole!”.

Come già scritto all’inizio dell’intervista, Federico è cresciuto tra schegge e trucioli assieme al nonno e al padre, anche loro abili lavoratori e artigiani del legno. Dai, raccontaci qualche aneddoto legato al vostro mestiere… “Mi fa piacere parlare di un ricordo legato a sa bon’anima di mio nonno, che ha sempre lavorato fino a pochi mesi prima di morire. Faccio pupazzi da quando ero bambino e i primi che possono essere somiglianti ai miei attuali già li realizzavo quando lui era ancora in vita. Da un rametto particolarmente significativo avevo realizzato le gambe e il pisello di un pupazzo priapesco, che avevo esposto in ufficio nella falegnameria di famiglia. Vicino a questo Priapo c’erano altri due personaggi. Mio nonno era un cattolico old school, molto morigerato e severo, e aspettava il momento per dirmi una cosa. Una mattina estiva, ero nell’ufficio a scartabellare fatture e scartoffie contabili. Si avvicina dicendomi: Deddu, ti dda potzu nai una cosa? Certo, dimmi! Lo vedi quel tuo lavoro là in fondo? Quello? (E indicavo col dito quello più innocuo). Ovviamente non intendeva quello e continuava: No, ge m’as cumprendiu, seu narendi cudd’atru. E lì, come per giustificarmi, bofonchiavo che a Roma, nella Cappella Sistina, Michelangelo li aveva fatti tutti così, con la ‘dindarola di fuori’. Ma lui non era soddisfatto della mia risposta e proseguiva: Certu, e immoi tui ti oisi poni cun Michelangelo! Tocca, castia ca po essi artista no depist’essi miserabili, ascutta a aiaiu, piga una lima e torraddu a acconciai! Chiaro che non l’avevo “aggiustato” come mi diceva mio nonno, ma posso garantire che quel discorso mi aveva profondamente umiliato!”.

 

E infine parlaci dei tuoi progetti futuri. “Diventare ricco e famoso, possibilmente in un’età che mi permetta di goderne ancora in armonia, altrimenti, povero per essere povero, provare a esportare il progetto dei pinokkietti altrove. Mete o Sud America o Africa, perché voglio il caldo!”.

Bè facci sapere quando i tuoi progetti futuri saranno messi in atto, magari verremo anche noi a farti compagnia al caldo.

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