FIANCO A FIANCO IN "SA OGHE DE SU CORO" CON IL PROFESSOR FRANCO SANNA: PARLA ITALIANO, RECITA IN LATINO E GRECO, CANTA IN SARDO

partendo da sinistra, il secondo è Franco Sanna. Il terzo Sergio Portas

di Sergio Portas

Con Franco canto, spalla a spalla che siamo due “tenori”, nel coro di Pino (maestro Martini Obinu, direttore de “Sa oghe de su coro”) e , data la mia  cultura musicale che dire scarsa è eufemismo, anche sulla sua voce mi appoggio perché venga ancora tollerato in seno a questo organismo che opera nel segno di una ricerca culturale con radici sarde in terra meneghina. Franco qui suona anche la chitarra quando serve, del resto l’ha suonata per decenni nel gruppo “Sopralenote cover band”, che ha portato in giro per il bel paese le canzoni degli anni sessanta e settanta ( e tutto De Andrè). E continuano a farlo. Per un bel trentennio Franco ( milanese del ’49) è stato il “professor Sanna”, docente di greco e latino nei licei lombardi ( ha finito la sua carriera al milanese Beccaria) è inevitabilmente gli è rimasto dentro il metro, il suono di quegli autori che hanno fatto l’architrave della nostra lingua, che più romanza non si può, e il tentativo che ripropone oggi, alla mediateca di Santa Teresa, estensione della prestigiosa biblioteca Braidense, è quello di “trasmettere la musica della lingua, prima ancora del suo significato”, come scrive su “Repubblica del 11 dicembre del 2008, Simone Mosca. In pratica lui legge i testi latini di poeti più o meno noti, proiettando alle spalle testo e traduzione intervallati da diapositive inerenti il tema o l’autore dei carmi. Quattro anni fa si trattava di Omero e Virgilio, nonché Catullo e Lucrezio e Ovidio e Apuleio, oggi si butta sui poeti latini del quarto secolo d.C. Non per caso naturalmente, gli è che qui a Milano, a palazzo reale, una mostra che finirà a marzo 2013 vuole rammentare alla pubblica opinione l’anniversario del cosiddetto “editto di Milano”, roba del 313, mille e settecento anni da che l’imperatore Costantino ( per i sardi Santu Antine, quello dell’Ardia di Sedilo, e santo lo è anche per i cristiani ortodossi, i cattolici hanno santificato solo la mamma Elena) con un “rescritto”, una specie di risposta giuridica a una istanza che gli veniva da terzi, ribadì che nell’impero tutto non s’andava di fare graduatorie tra una religione e l’altra. E poiché la religione cristiana era in grande spolvero, dopo gli anni tristi degli imperatori Diocleziano e Galerio in cui ai cristiani era stato imposto di tutto, dal bruciare i loro libri sacri all’ordine di tradirli, dal latino tradere, alle competenti autorità, fu un vero capovolgimento di paradigma: si passò dal pericolo di essere crocifissi all’incredibile possibilità che i simboli cristiani sventolassero sugli stendardi degli imperatori. Come il cosiddetto Krismon, in cui le lettere greche Chi e Ro intrecciate l’una con l’altra stavano a significare il nome di Cristo ( bello l’anello che qui alla mostra viene dal Victoria & Albert Museum di Londra ). Che poi Costantino avesse davvero visto il famoso “segno”, quello della croce, prima del fatale ponte Milvio, dove sconfisse il rivale Massenzio, facendo ancora più rossi quei massi di tufo denominati “saxa rubra”, pare proprio una leggenda metropolitana, anche perché di quel segno non vi è traccia nell’arco di trionfo che solo due anni dopo fu eretto a ricordo del fasto (per lui) evento. E l’arco di trionfo è ancora lì, a due passi dal Colosseo, nessuno che vada a Roma anche per un solo giorno può dire di non averci buttato l’occhio. Milano era allora sede dell’impero romano d’occidente, Costantino ancora non aveva fondato,in quel che diverrà Bisanzio, la Costantinopoli che reggerà ancora mille anni alla caduta del ramo occidentale. Una delle più famose falsificazioni della chiesa cattolica ( ve ne furono molte altre) parla di “Donazione costantiniana”, secondo cui l’imperatore avrebbe regalato all’allora vescovo di Roma Silvestro I oltre alla città anche una serie di provincie nel Lazio e in altre parti d’Italia. La bufala su cui i pontefici medievali poggiarono la sovranità sulle cose temporali di questo mondo durò fin oltre il mille e quattrocento, fino a che Lorenzo Valla ne dimostrò l’inautenticità. E sempre in quel periodo iniziò quel culto per le  reliquie che, si può dire, non è del tutto mai finito. Fu l’imperatrice madre, Elena, che recatasi a Gerusalemme se ne tornò con pezzi della “vera croce”, miracolosamente ritrovata mentre si demoliva un tempio di Afrodite. Il paganesimo era “impuro”: anche la più piccola traccia del tempio doveva essere cancellata, i detriti gettati fuori della città, fin la terra “risultava contaminata dal sangue versato nei diabolici sacrifici”.  Così scriveva Eusebio di Cesarea, vescovo cristiano, nella sua “Sulla vita di Costantino”, che molto ebbe a influenzare il pensiero teologico dell’imperatore, lui che era un ariano convinto e pure si vide messo in minoranza nel primo concilio ecumenico della Chiesa, quello di Nicea nel 325, presieduto naturalmente dall’imperatore stesso. Che molto teneva alla pace interna tra le varie fazioni che si disputavano il dogma. Lì, una volta per tutte, si stabilì che “il Figlio era della stessa sostanza del Padre”. Insomma sembra di capire che fu da quel quarto secolo che, almeno in Italia, la storia prese quell’indirizzo che conosciamo così bene. E si passò dal “dare a Cesare quel che è di Cesare” a fare distinzioni sul pagamento dell’IMU per i beni immobiliari, per tacere delle guerre sanguinose spese in nome dei “possedimenti vaticani”. E Porta Pia cannoneggiata dai soldati di Cavour, da cui i vari concordati, prima fascisti poi socialisti, a sanare l’affronto al Papa re. Potevano non risentire del mutato clima i poeti del tempo? Chiaro che no, per Publio Porfirio Optaziano la critica dice di una sconcertante fioritura barocca delle lettere e delle arti. Di lui Franco Sanna legge parte di un panegirico che scrisse per ingraziarsi nuovamente l’imperatore che l’aveva esiliato ( una storiaccia di donne e adulteri). Sempre a lui si deve la grande facilità nell’usare i “versus intexti”, i versi intrecciati, disposti in modo da formare figure allegoriche, con possibilità di leggere, magari in greco e non in latino, un  testo del tutto altro se si seguono le linee della figura che appare in sottofondo. Di Decimo Magno Ausonio c’è una statua, qui a Milano in piazza dei mercanti, sulla facciata delle scuole palatine , di lui nativo di Bordeaux ci è pervenuto un minuzioso resoconto di viaggio in versi. E i versi latini che Franco legge si sposano con le immagini della Mosella odierna, che si insinua sinuosa nei vigneti da cui il mitico vino. Dice Franco che, oramai in età avanzata, visse fino a ottantacinque anni, dedicava splendidi carmi alla schiava germana Bissula, teneramente amata. E il pensiero scorre veloce a quel politico italiano, anche egli d’età ahimè non più verdissima, che ama circondarsi di Bissule a cui dedica canzoni e chitarrate. “Più che alla traduzione e al senso della parola” dice Franco, “guardo al suono e al ritmo della poesia, guardo alla radice, all’essenza che ha dato origine alle nostre parole. I suoni giocano con un livello ancestrale del linguaggio che non possiamo avere estinto e che nessuna traduzione può risvegliare”. Quando Franco si mise a leggere l’Odissea, ovviamente in greco, ci eravamo trastullati nell’ipotesi di inserire una serie, magari breve, di versi in sardo. “Per vedere poi l’effetto che fa”, come dice quella canzone di Jannacci. Poi non se ne era fatto niente, ma il progetto resta in quell’area di possibilità giocose che hanno lunga vita.

Ha casa in Castelsardo Franco ( babbo e nonno di Monserrato), e sempre cerco di scroccargli un invito per la settimana santa e conseguente pellegrinaggio di “lunissanti” fino alla vicina basilica di Tergu. Come dice lui, non ha avuto cuore che chiudesse una sezione del PCI, ora Partito Democratico, che presiede e tiene in piedi. Cura il sito latinamente.it ( il ritrovamento delle statue nella casa di Messalla da lo spunto al nostro eroe di citare per esteso Ovidio e il VI libro delle Metamorfosi). Collabora con l’Università Statale di Milano per la quale tiene il laboratorio di Multimedialità e studi letterari per il dipartimento di filologia moderna. Ha una famiglia con due figli e cinque nipoti, e si sa che di questi tempi i nonni sono da considerarsi risorse strategiche. Ama le nuove tecnologie informatiche, da poco ha chiuso il suo sito di Facebook perché “gli portava via troppo tempo”. Suona nel suo complesso storico, canta per “sa Oghe”. Cittadino del mondo globale, amante delle letteratura italiana, e della musica classica e moderna. In attesa di una cattedra  ha fatto anche il tassista, per due anni, a Milano. Da allora, mi dice con sguardo mite, guido senza che mai nulla mi faccia andare in collera, non hai idea di quello che ho visto nel comportamento dei guidatori milanesi in quei fatidici due anni, cose che a dirle stenterebbero ad essere credute, nulla che accade nel traffico della strada mi può più stupire.  E sembra di sentire quel replicante di «Blade Runner»: «Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi…».

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