TRA LE MIGLIAIA DI RECENTI PAGINE SU GRAMSCI SCEGLIAMO IL LIBRO DI LUCA PAULESU, "NINO MI CHIAMO", E UN ARTICOLO DI RAZMIG KEUCHEYAN, "GRAMSCI, UN PENSIERO DIVENUTO MONDO"


di Paolo Pulina

 Ho letto la bella recensione che in “Tottus in Pari” Bruno Culeddu ha dedicato all’opera del genere graphic novel intitolata – con efficace, tipico stilema della lingua sarda – “Nino mi chiamo: fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci”,  scritta e disegnata da Luca Paulesu (avvocato e vignettista), nipote di nonna Teresina Gramsci, sorella prediletta di Antonio, e di nonno Paolo Paulesu (che ebbero quattro figli: Franco, la compianta Mimma sposata con Elio Quercioli, Diddi e Marco; Luca è figlio di Marco).

In quest’ultimo periodo in Italia si è avuta una vastissima  fioritura di articoli relativi a Gramsci sui maggiori quotidiani e sulle riviste culturali più diffuse in particolare a seguito dell’uscita del libro “I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista” di Franco Lo Piparo, che non poteva non attizzare polemiche fin dal titolo e che in più  ipotizza addirittura la “sparizione” di uno dei “Quaderni del carcere”: le tesi che si sono confrontate su questi due temi sono difficili da seguire per un (sia pure modesto) “addetto ai lavori” come me che si è appassionato  alle problematiche gramsciane  fin dall’uscita (presso Laterza nel 1966) della benemerita “Vita di Antonio Gramsci” di Giuseppe Fiori; figuriamoci per un lettore comune.

Michele Filippini, che aggiorna la “Bibliografia gramsciana” semestre per semestre per l’International Gramsci Society – sezione italiana, ha schedato per il solo primo semestre 2012: n. 9 libri e fascicoli di rivista monografici su Gramsci (compreso il libro di Luca Paulesu); n. 5  libri con capitoli o riferimenti a Gramsci; n. 3 testi su Gramsci in opere di Gramsci; n. 13 saggi apparsi in libri e riviste; n. 43  recensioni di opere su Gramsci; n. 85 commenti, interventi, interviste, articoli di cronaca (quotidiani).

Ma l’interesse per Gramsci non  rimane alto solo in Italia; ormai non conosce confini, cresce in tutto il mondo. Faccio simbolicamente riferimento a un solo Paese, la Francia, perché mi sono laureato nell’Università Statale di Milano con una tesi su “La ricezione del pensiero e delle opere di Antonio Gramsci in Francia” (relatore il compianto prof. Franco Fergnani). Ho continuato a documentarmi sull’argomento anche per gli anni successivi al periodo che io avevo preso in considerazione (fino a metà degli anni Settanta del Novecento). Dopo la “Gramsci-Renaissance” in Francia degli anni  1965-1975, nel 1987 (cinquantesimo anniversario della morte di Gramsci) André Tosel, uno degli  studiosi francesi più impegnati nel  ripercorrere l’itinerario della difficile penetrazione del pensiero gramsciano in Francia e a riproporre l’attualità della lezione gram­sciana, dovette prendere atto della realtà e dichiarò:   «Oggi, in Francia, la figura di Gramsci sembra cancellata»; eppure concluse il suo intervento al convegno di Cagliari dell’ot­tobre 1987 con queste parole di speranza: «Non è da escludere che un giorno in Francia Gramsci venga ripreso. Verrà forse ripreso non come depositario della strategia giusta, ma come immenso contenitore di problemi, come fonte di un pen­siero rivoluzionario inedito».

Tosel aveva visto giusto. Lo studioso francese Jean-Yves Fretigné (specialista anche di Giorgio Asproni), con il lungo saggio  “La réception et l’influence de Gramsci chez les intellectuels français de 1945 à nos jours”, pubblicato in “La Rassegna storica del Risorgimento”, aprile-giugno 2003, pp. 293-324, ha sottolineato un  rilancio degli studi gramsciani in Francia avvenuto agli inizi del 2000. E oggi è il caso di segnalare per la Francia il nome di  Razmig Keucheyan, professore di sociologia all’Università Paris-Sorbonne (Paris-IV), curatore dell’antologia di testi di Gramsci “Guerre de mouvement et guerre de position”, Parigi, La Fabrique, 2012, e autore di uno splendido articolo  uscito su “Le Monde diplomatique” di luglio 2012 con  un titolo di eccezionale efficacia “Gramsci, une pensée devenue monde” (“Un  pensiero divenuto mondo”).

L’articolo di Keucheyan, oltre che ammirevole per la completezza della documentazione (vi ho ritrovato  anche i riferimenti al “gramscismo di destra”, di cui mi ero a suo tempo anch’io occupato) risulta un modello per la capacità di dare una sintesi  dell’argomento: “Dalla Francia, dall’Europa all’India, [ai Paesi Arabi,] passando per l’America latina, gli scritti di Gramsci circolano e arricchiscono il pensiero critico”.

Nell’impossibilità di leggere l’intera messe di libri e di articoli su Gramsci, concentriamoci in questi mesi estivi almeno su un libro (“Nino mi chiamo: fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci” di Luca Paulesu) e su un articolo, quello che ho citato di Razmig Keucheyan,  pubblicato  in traduzione italiana in “Le Monde diplomatique”-“Il manifesto”, luglio 2012.

 

Des concepts toujours agissants

Gramsci, une pensée devenue monde

Mener la bataille des idées pour soustraire les classes populaires à l’idéologie dominante afin de conquérir le pouvoir… Fréquemment citées, mais rarement lues et bien souvent galvaudées, les analyses qu’Antonio Gramsci développe alors qu’il est incarcéré dans les geôles fascistes au début des années 1930 connaissent une remarquable résurgence. De l’Europe à l’Inde en passant par l’Amérique latine, ses écrits circulent et fertilisent les pensées critiques.

 

par Razmig Keucheyan, juillet 2012

Aperçu

Pourquoi ce qui a été possible en Russie en 1917, c’est-à-dire une révolution ouvrière, a-t-il échoué partout ailleurs ? Comment se fait-il qu’à l’époque le mouvement ait été défait dans les autres pays européens — en Allemagne, en Hongrie, mais aussi dans l’Italie des « conseils de Turin », lorsque les ouvriers du nord du pays, en 1919-1920, occupèrent leurs usines pendant plusieurs mois ?

 

Cette question est au point de départ des célèbres Cahiers de prison d’Antonio Gramsci, lequel, jeune révolutionnaire, avait fait ses premières armes lors de l’expérience turinoise. Rédigée quelques années après le reflux de ce processus, cette œuvre politique majeure du XXe siècle livre une profonde méditation sur l’échec des révolutions en Europe, et sur la façon de surmonter la défaite du mouvement ouvrier des années 1920 et 1930. Trois quarts de siècle après la mort de Gramsci, elle continue de parler à tous ceux qui n’ont pas renoncé à trouver les voies d’un autre monde possible.

 

Etrangement, elle parle aussi à ceux qui s’acharnent à empêcher que cet autre monde advienne. « Au fond, j’ai fait mienne l’analyse de Gramsci : le pouvoir se gagne par les idées. C’est la première fois qu’un homme de droite assume cette bataille-là », déclarait ainsi M. Nicolas Sarkozy quelques jours avant le premier tour de l’élection présidentielle de 2007.

 

La récupération de l’auteur des Cahiers de prison par l’extrême droite, dont étaient issus certains proches conseillers de M. Sarkozy — notamment M. Patrick Buisson —, est en réalité une vieille affaire. Il est ainsi une référence centrale pour la « nouvelle droite », son principal théoricien Alain de Benoist qualifiant sa stratégie de « guerre culturelle » de « gramscisme de droite ». Ce détournement n’a pourtant pas empêché que, tout au long du XXe siècle, Gramsci fasse l’objet de réinterprétations stimulantes par les courants révolutionnaires à travers le monde.

 

Que la révolution ait été possible en Russie mais non en Europe occidentale tient selon Gramsci à la nature de l’Etat et de la (…)

 

 

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