AL CIRCOLO SARDO DI MILANO, LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI CARLO PORCEDDA E MADDALENA BRUNETTI "LO SA IL VENTO"

da sinistra: Tonino Mulas, Pierangela Abis, Carlo Porcedda

di Sergio Portas

Poca gente al circolo sardo di piazza Santorre di Santarosa in Milano, per il libro di  Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti “Lo sa il vento”, edizioni Verdenero. Ma quando l’autore Carlo Porcedda si è messo a raccontare ha tenuto tutti i presenti inchiodati alle sedie finché ci siamo accorti che s’erano fatte le 21 e trenta ed era venuta l’ora di berci qualche cosa, giusto per sciogliere l’angoscia. Che adesso non è solo il vento a sapere  di quali mali atavici è percorsa l’isola dei nuraghi, ma anche i presenti ne hanno davanti il quadro apocalittico. Non che le cose scritte nel libro siano una novità assoluta, il fatto è che vedersele squadernate l’una dopo l’altra , in bell’ordine cronologico, con tutti i riferimenti che fanno capo a relazioni di commissioni parlamentari, analisi tossicologiche  e ambientali, studi epidemiologici e buoni ultimi anche articoli di giornali, questi  viene da dire troppo pochi e esaustivi visto la gravità degli argomenti trattati. Ma non è da poco che sono convinto che se la libertà di stampa è in Italia ai limiti della decenza democratica, in Sardegna le cose sono ancora più nere. Senza questo alibi che comunque dice del diritto ad una informazione negata nei fatti, non si spiega l’acquescenza che tutta la nazione sarda ha sinora tenuto verso i temi qui trattati: servitù militari, cancro e malformazioni di ogni tipo dai poligoni, scorie industriali smaltite senza alcun criterio e controllo, poli industriali che inquinano a mani basse esportando malattie e morte. Carlo Porcedda è di Cagliari, del ’64, si è laureato in lettere e filosofia a Pisa ed è giornalista professionista dal 1989. Ha lavorato all’Ansa per una decina d’anni e poi si è messo in proprio realizzando reportage da tutto il mondo: Capoverde, Costarica, Sudan; dal 2003 è nella redazione attualità ed esteri del supplemento D di Repubblica  e ha vinto premi come fotografo e sceneggiatore, insomma la sua credibilità è frutto della sua professionalità. E i suoi padroni sono anche i suoi lettori, non altri. Ora mi dovrei mettere ad elencare almeno parzialmente le brutture di cui il libro è intessuto e lo farò anche se per sommi capi, almeno per giustificare la rabbia che mi monta nell’elencarli e nel riviverli, perché la vergogna è di tutti i sardi, quelli che vivono nell’isola e quelli che vivono fuori. Quando si dice che in Sardegna ci sono il 60% delle servitù militari d’Italia è come dire che vaste estensioni del territorio, del litorale, sono a tutti gli effetti interdette alla popolazione residente: “…sono centinaia di chilometri dove vita e morte, bellezza e incubo, guerre simulate e morti vere si confrontano lungo un confine sempre più labile. Da più di mezzo secolo, nei territori di Perdasdefogu, Capo San Lorenzo, Teulada, Capo Frasca, e poi su, sino all’arcipelago della Maddalena, si estende il più grande fronte interno d’Europa.” (pag.17) E il tutto, stante che l’Italia del Duce la guerra l’aveva persa, e che nelle clausole di pace la Sardegna sarebbe dovuta essere smilitarizzata, il tutto dicevo all’insaputa dei sardi, che poco avevano sempre contato nell’economia della nazione italiana, ma persino all’insaputa degli italiani stessi, che per l’intanto stavano dandosi da fare per mettere in piedi una Costituzione che li garantisse dal rischio di ripiombare in un sistema totalitario come quello subito nell’ultimo ventennio. Gli accordi che i vari ministri democristiani (da Scelba a De Gasperi) hanno sottoscritto con la NATO e gli Stati Uniti non sono MAI stati portati alla ratifica parlamentare. In pratica sono stati vergati su carta straccia, un accordo tra privati, uno schiaffo per ogni paese che si determini come democratico. E durano da oltre cinquant’anni. Certo le genti di Quirra col poligono ci sono nate, i pastori hanno continuato a farvi pascolare le greggi, nessuno ha mai messo in dubbio che la “servitù” facesse parte della natura delle cose: era così e basta. Agnelli nati morti e con malformazioni ci sono sempre stati, ora che dieci dei diciotto pastori che vivevano, operavano all’interno del poligono si siano ammalati di cancro, comincia a essere scandalo. In un posto dove nel giro di 80 chilometri non c’è una sola industria. E naturalmente queste verità sono “atomizzate” nelle pieghe dei giornali locali, l’Unione, la Nuova. Che facessero il dovere loro dovrebbero uscire listati a lutto ogni giorno finché un’inchiesta seria non dia conto alla gente di queste morti sospette. Visto che, seppure da poco tempo, questi territori sono stati equiparati a “territori di guerra” e quindi se ti capita una disgraziata malattia che ritieni sia dovuta alle polveri provenienti dal poligono militare puoi fare domanda per ottenere un indennizzo, salvo riuscire a dimostrare che la morbilità viene da lì. E la cosa è molto complessa e contraddittoria. Quando sentite blaterare i giornalisti televisivi di “poteri forti” e altre amenità vi sovvenga che uno di questi poteri, reali, è da sempre l’esercito italiano. Anche in tempo di crisi nera come quella che stiamo attraversando il ministero della difesa ha confermato l’acquisto di novantacinque caccia bombardieri di ultima generazione. Fin-meccanica, l’azienda italiana che produce sistemi d’arma (leggi, cannoni e radar e elicotteri e missili e carri armati) che vende a mezzo mondo in guerra e non, è sulla prima pagina dei giornali per storie di tangenti milionarie, in euro, che hanno travolto i vertici del consiglio di amministrazione. Ma è tuttora uno dei centri di potere che contano eccome. E’ con questi signori ( verrebbe da scrivere della guerra) con i quali tocca scontrarsi ai pastori e agricoltori di Quirra e dintorni. Vedete voi se c’è una sola possibilità che la spuntino. “Sindrome di Quirra” la chiamano, bene occorre anche dimostrare che facendo brillare 800 quintali di bombe al giorno, natale compreso, per venti anni di seguito, non si è creata morbilità. Il ricatto dei posti di lavoro, una manciata di buste paga fatte da pulizie, servizi mensa, lavori gregari, è perenne.  E poi ci sono trenta radar all’interno del poligono con onde altamente nocive anche loro. E il torio radioattivo che finalmente spunta dalle viscere degli agnelli nati malformati. Che rimanda alla possibilità che coloro che possono spendere la bellezza di 50.000 euro all’ora per provare missili e proiettili d’ogni tipo abbia usato armi all’uranio impoverito. Del resto i controlli, segreti naturalmente, se mai ci sono stati li ha fatti l’esercito. Un controllore quantomeno sospetto, perchè incontrollabile per definizione, dinanzi al “segreto di stato” neanche il Parlamento riesce a farsi dare risposte esaustive, figuratevi i sindaci della zona, ammesso che mai abbaino in mente di chiederle. Eppure farebbero bene a svegliarsi tutti i politici che finora hanno tollerato tali impunità che, a mio modesto avviso, i venti che vanno soffiando in Sardegna potrebbero mutarsi in tornado che tutto butti giù della vecchia casta che ha retto le redini politiche isolane. Degli ultimi cinquant’anni almeno. Da un rapporto degli anni 60 di un’illustre agenzia investigativa sicuramente poco neutrale, la CIA possiamo legger anche noi che: “L’Italia è una mega portaerei che si affaccia sul Mediterraneo. All’interno c’ la Sardegna, che fa parte della portaerei, ma non ha il fastidioso problema della gente e delle città. Una sorte di ponte libero, ettari ed ettari non cari, quasi spopolati ma  comunque abitati da gente, i sardi, tenaci e coriacei ma come risaputo incapaci di costituire movimenti collettivi o iniziative comuni. L’isola è povera e per questo facilmente comprabile con poche centinaia di posti di lavoro nelle basi militari,da offrire come mangime a qualche compiacente politico nazionale e regionale”. Fotografia perfetta del tipo “cosa pensano di noi e dei politici sardo-italioti  i reggitori  e mestatori del mondo”. Ora che questo libro vada fatto leggere per le scuole sarde tutte è un auspicio. Che circoli nei Circoli ( la ripetizione è voluta) sardi tutti è doveroso. Che se ne parli dif
fusamente su internet sarà mia cura nel futuro ( e spero non solo mia). Per quello che riguarda “il mangime” che viene dato come elemosina ai politici sardi in cambio del cancro che permettono si sviluppi, a eredità pei loro figli, nelle vicinanze dei loro comuni e provincie, isole minori (leggi Maddalena) ha da farsi un referendum al più presto. Ogni candidatura a qualsivoglia carica pubblica in Sardegna, da oggi, deve passare al vaglio di una dichiarazione firmata da notaio di solenne impegno a rigettare dall’isola ogni servitù militare. Diversamente non si è candidabili neppure per la raccolta dei fichi d’india selvatici. Come dice Paolo Fresu nella Prefazione: “In quel Paradiso Terrestre che si chiama Sardegna dove le pietre e i venti restano gli unici testimoni di un progresso che si fa ogni giorno più scomodo”.

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