PROGETTO DELLE UNIVERSITA' DI PARIGI E LEEDS: RADIOGRAFIA EUROPEA DELLA SARDEGNA IN UN CONVEGNO NELLA CAPITALE FRANCESE

L'Università a Parigi "Ouest Nanterre la Défense"

di Gigliola Sulis – Sardi News

L’inquadramento dell’identità sarda nel ventunesimo secolo, tra dimensione locale globale e postcoloniale, è stato il tema della ricca giornata di studi tenutasi a Parigi, promossa dalle sezioni di Italianistica dell’Université de Paris Ouest Nanterre la Défense e della University of Leeds. Sui due centri di ricerca, francese e britannico, caratterizzati entrambi da un forte interesse per gli studi sulla narrativa italiana moderna e contemporanea, gravitano sia ricercatrici sarde sia dottorande, sarde e no, impegnate in ricerche linguistico-letterarie sulla Sardegna contemporanea. Incontratesi in prima battuta lo scorso maggio, per iniziativa di Silvia Contarini – co-direttrice del dipartimento di Italiano di Paris Ouest, oltre che promotrice e coordinatrice di molte delle ricerche sulla letteratura sarda condotte in Francia –, Margherita Marras (Avignone), Giuliana Pias (Paris Ouest) e Gigliola Sulis (Leeds), insieme alla Contarini, hanno deciso di ritrovarsi, a ranghi allargati, per tentare proporre un bilancio provvisorio sullo stato attuale della cultura sarda, e proporre alcune linee interpretative. A questo scopo, hanno invitato a confrontarsi sul cinema, sulla lingua e sulla letteratura della Sardegna sia docenti stranieri (Birgit Wagner, da Vienna), sia una folta schiera di dottorande (Sylvia Frigau, Laura Nieddu e Ramona Onnis da Paris Ouest, Francesca Congiu e Naomi Wells da Leeds), mentre da Cagliari sono arrivati Maurizio Virdis e Giulio Angioni. Gli interventi si sono concentrati sulle opere di Francesco Abate, Giulio Angioni, Sergio Atzeni, Michela Murgia, Salvatore Niffoi e Flavio Soriga. Questioni ricorrenti, e ampiamente dibattute, sono state le seguenti: come viene rielaborata l’identità – individuale e collettiva – all’inizio del ventunesimo secolo? Com’è vissuta la tensione tra difesa della specificità locale e spinte omologatrici? Che ruolo ha, oggi, la lingua sarda, nei suoi usi reali e negli aspetti simbolici? E l’italiano regionale? Si può parlare di una dimensione prima coloniale e poi postcoloniale per la realtà sarda? E di una letteratura (o arte) sarda postcoloniale? I lavori sono stati aperti da Naomi Wells, con una riflessione sul ruolo dello stato centrale nella difesa e promozione della lingua sarda, che ha sottolineato la dimensione fondamentalmente politica della questione – a partire dalla stessa distinzione fra lingua e dialetto: ‘una lingua è un dialetto con un esercito’, per l’icastica definizione di Max Weinreich –, e ha ribadito la portata nazionale, e non solo locale, della tutela delle lingue di minoranza all’interno dello stato. Birgit Wagner ha poi indagato le autorappresentazioni identitarie proposte dalla nouvelle vague del cinema sardo, da Gianfranco Cabiddu a Giovanni Columbu, Piero Sanna, Salvatore Mereu ed Enrico Pau: storie più o meno spinte sulla peculiarità isolana o sugli elementi ormai globalizzati della sardità. Per tutti, si riscontra il fortissimo attaccamento e la tenacia nel proporre storie isolane, in film prodotti comunque in dimensione transazionale, nonostante la loro ricezione risulti penalizzata dalla scarsa distribuzione nazionale e internazionale. La sezione letteraria è stata aperta da Maurizio Virdis, che ha proposto un excursus, tra lingua e letteratura, delle prospettive identitarie. In primo piano, per comprendere gli scrittori contemporanei, gli anni settanta, nei quali la questione sarda comincia a essere letta sullo sfondo delle guerre di liberazione anticoloniale, in chiave terzomondista. Diversi gli esiti del processo innescato in quegli anni: il recupero di un’immagine composita dell’isola, al di fuori della Barbagia ‘resistente’, o a suo completamento, con la rivendicazione di altre specificità sarde, forti anche quando non ‘gridate’ (es.: la città), l’aumento dei fenomeni di mescidazione linguistica, gli esperimenti narrativi in sardo, l’identità come crisi e come dato intimamente morale, il permanere di residui di esotismo. Due interventi sono stati dedicati alla figura di Sergio Atzeni, e agli elementi che consentono un’analisi della sua opera in termini postcoloniali. Gigliola Sulis ha ripercorso le istanze anticolonialiste e i primi germi postcoloniali della cultura degli anni sessanta e settanta all’interno della quale lo scrittore si forma, in un ambiente fortemente permeato di stimoli gramsciani, e segnato altresì dal fascino e dalla pervasività del mito della ‘costante resistenziale sarda’ elaborato dall’archeologo Giovanni Lilliu. Stimoli, questi, che Atzeni recupera e rilegge sin dagli anni ottanta in chiave postcoloniale, come dimostra già il suo primo romanzo Apologo del giudice bandito. Ramona Onnis ha approfondito la lettura della produzione atzeniana secondo i parametri delle teorie postcoloniali, con riferimento ad articoli programmatici dello scrittore, dal 1977 al 1995, messi in rapporto prima con Frantz Fanon di Coscienza e cultura nazionale, poi con Homi Bhabha, del quale ha utilizzato i concetti di disseminazione, temporalità non solo verticale dello spazio-nazione, indagine degli spazi interstiziali, intesi come ‘sovrapposizione confusa delle differenze’. La riflessione si è quindi spostata sugli scrittori più recenti. Francesca Congiu ha analizzato le riscritture del genere del ‘viaggio in Sardegna’, a opera non più di viaggiatori stranieri bensì di scrittori sardi, con Raccontar Fole  di Sergio Atzeni (1999),   Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede di Michela Murgia  (2008), Nuraghe Beach. La Sardegna che non visiterete mai di Flavio Soriga (2011). La riflessione verte qui sul grado di consapevolezza di queste operazioni, rintracciato all’interno dei testi e nelle occorrenze paratestuali (prefazioni, interviste, scritti giornalistici, messaggi nei blog), e su quanto alcuni modelli canonici, da Lawrence a Vittorini, a Levi, vengano utilizzati, riletti e contestati per offrire un punto di vista interno, periferico e militante.
Laura Nieddu ha analizzato la cagliaritanità profonda che segna l’opera di Francesco Abate, ‘ragazzo di città’, individuando nella realtà urbana il vero deus ex machina delle vicende narrate: dalle scorribande, borghesi ma borderline, di Mister Dabolina e Il cattivo cronista fino all’ultimo romanzo, Chiedo scusa, in cui Cagliari irrompe negli ambienti omologati e asettici di un ospedale, con i personaggi di Piludu e dell’infermiera di notte, e il loro linguaggio regionale e popolare. Alla Sardegna dell’interno ci ha riportati Syvlia Frigau, con una carrellata di personaggi femminili nella Macondo niffoiana, mentre Giuliana Pias si è concentrata sulla declinazione (post-)postmoderna della sardità in Sardinia blues e Nuraghe Beach di Flavio Soriga, autore particolarmente insofferente alla stratificazione di luoghi comuni nelle rappresentazioni dell’isola, e alla tensione tra elementi della tradizione e omologazione globale. Con i modi della leggerezza, della noncuranza, dell’ironia quasi da cabaret, Soriga distilla in realtà importanti lezioni di riposizionamento identitario. “Accettare che siamo come tutti gli altri – ci ricorda – è la rivoluzione che ci toccherà fare prima o poi”.  Infine, Margherita Marras ha riportato l’attenzione su un decano della narrativa sarda, l’antropologo e scrittore Giulio Angioni, e sul suo romanzo Una ignota compagnia (1992), che, sotteso da un pensiero di stampo terzomondista, racconta l’amicizia di un lavoratore sardo e uno africano emigrati a Milano. Una ignota compagnia, che anticipa il boom attuale delle scritture in lingua italiana dei/sui migranti, viene letto dalla studiosa come prova della presenza, anche in Sardegna, di elementi tipici del discorso critico della creolité, nell’elaborazione del teorico martinicano Edouard Glissant: il pensiero dell’erranza, l’idea del movimento e la rivalutazione dell’ambiguità, la preferenza per la dimensione simbolica dell’arcipelago rispetto a quella insulare, il multilinguismo degerarchizzato, l’ermeneutica dell’incontro con l’Altro (e non dell’Altro). In chiusura Giulio Angioni, rispondendo con precisione e ironia alle domande postegli, ha ripreso molti dei temi trattati: ancora sulla questione della lingua, sulla scrittura in sardo e sul mistilinguismo sardo-italiano (praticati dallo scrittore fin dagli anni settanta), sul radicamento delle storie raccontate, sul contesto culturale dagli anni settanta a oggi. Fino a una preziosa anticipazione: un interesse per la misteriosa Cagliari d’età giudicale, che potrebbe ispirare qualche nuova storia. La pubblicazione degli atti, prevista per il 2012, può costituire un’importante prosecuzione del dibattito culturale, non solo in Sardegna. Si registra infatti un’attenzione internazionale per la Sardegna: all’isola è riconosciuta un’identità peculiare nel contesto italiano, mediterraneo ed europeo, in quanto luogo che ha vissuto prima le contraddizioni storiche di una colonizzazione ‘interna’ alla dimensione nazionale (la Wagner parla a ragione di una condizione ‘semicoloniale’), poi i contraccolpi di una modernizzazione tarda e accelerata, e ora il confronto con i processi di globalizzazione su scala mondiale. La letteratura sarda, in specie la narrativa in lingua italiana – da espandere fino a includere la narrazione cinematografica –, appare così un interessante caso di studio sulle ‘letterature minori’, ossia, secondo la proposta di Deleuze e Guattari, quelle che le minoranze producono nella lingua di una maggioranza. Momenti di dibattito come questo sono da ripetere, soprattutto con il fine di confrontare proposte critiche di diversa provenienza. I ‘cervelli in fuga’, e i progetti di formazione post-universitaria all’estero, come il quasi defunto Master&Back della Regione Autonoma della Sardegna, possono fungere da ponte tra punti di vista interni ed esterni sull’isola, contribuendo a inserirla in dibattiti culturali più ampi, e arricchendo allo stesso tempo tali dibattiti grazie all’apporto.

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