SI PUO' ESSERE PROVINCIALI ANCHE VIVENDO A NEW YORK: LE PAROLE DI ANTONIO MARRAS, SARDO E CITTADINO DEL MONDO

vive tra Alghero e Parigi lo stilista Antonio Marras
vive tra Alghero e Parigi lo stilista Antonio Marras

di Antonella Matarrese – Panorama

La sua mano è più veloce della lingua. Lo schizzo più rapido della parola. Uno dopo l’altro, i cartoncini d’invito per un evento speciale cadono sul pavimento dopo essere stati disegnati in punta di china e colorati con un cucchiaino intinto nel caffè. Per Antonio Marras, stilista sardo globalmente noto, disegnare è un gesto meccanico, naturale e spontaneo, mentre parlare è un’azione lenta che richiede pause, riflessione e anche un po’ di sofferenza. Che si trasforma in disappunto quando l’argomento è fastidioso: ma insomma, come è possibile preferire Alghero a Parigi? La risposta arriva al rallentatore. Marras chiude gli occhi… Alghero, Parigi, Londra, non ha importanza. Credo che il provincialismo non sia una questione geografica quanto piuttosto spirituale. SI può essere provinciali anche vivendo a New York o, al contrario, estremamente cosmopoliti pur non muovendosi da un buco isolato come Alghero. E la fiera lezione arriva al primo botta e risposta. Un sospiro e poi il discorso continua: l’ho spiegato tante volte anche a mio figlio Efisio, il primogenito. Lui si che andrà a vivere a Parigi. Ha deciso ormai. Vuole studiare fotografia e frequentare la scuola d’arte e design. Così se lo prenderanno, sarò costretto a trovargli un appartamento. E pensare che anni fa me lo avevano offerto, gratis e pure in una zona favolosa. E’ il 2003 quando Antonio Marras viene chiamato in qualità di direttore artistico alla Kenzo. A convocarlo, Bernard Arnault in persona, patron del gruppo Lvmh. La candidatura di Marras gli arriva da Concetta Lanciaux, allora sua consigliera e potente braccio destro, nonché fautrice di altre esportazioni di talenti italiani in Francia.

Conosceva Lanciaux, aveva avuto modo di frequentarla? Io? Figuriamoci. Concetta Lanciaux chiedeva spesso di venire a vedere le mie sfilate a Milano. Dopo qualche stagione di assidua presenza in prima fila chiede un appuntamento perché vuole vedere e parlare con me della collezione. Sapevo, per sentito dire, che si trattava di una persona influente, tutto lì. Quando arriva in showroom vedo i miei assistenti mettersi sull’attenti. Così ho capito che era un generale. Ma non mi sono scomposto. Abbiamo parlato per ore, tanto che ha dovuto spostare l’aereo di partenza per ben due volte.

Anche quando hai incontrato Arnault non hai fatto una piega? Sono arrivato con un sacco di disegni, ritagli, collage e gli ho presentato un progetto con visioni, stoffe, rimandi tutto in italiano. Lui mi guardava e non parlava. E io andavo avanti, imperterrito. Quando sono uscito mi sono detto: ma che ho fatto? Ho parlato in italiano? Io, di fronte a uno degli uomini più potenti di Francia, a far vedere i miei schizzi in Avenue Montaigne, e non ho saputo dire niente?

Non conoscevi neppure il francese. Ora lo parli? Lo parlo, come si dice da noi in sardo “a mala gana”, di cattiva voglia. Comunque ci capiamo molto bene.

Dopo Gianfranco Ferrè, primo italiano a disegnare per un marchio francese come Dior, è arrivato lei. E in seguito molti altri. Non mi sembrava vero, anzi quando Lanciaux me lo comunicò le chiesi se erano pazzi. Io ero un perfetto sconosciuto. All’inizio non è stato facile: il marchio Kenzo era terra di nessuno perché il fondatore  lo aveva lasciato già da 10 anni. Da sei stagioni non sfilava. Era un marchio che viveva di rendita del passato ma da rimettere in piedi, da rispolverare e riposizionare sul mercato. Così, quando mi hanno comunicato che volevano mettermi in mano tutto, la collezione donna, uomo e bambino, mi sono opposto. Io sono un sardo marino, quindi svizzero, preciso. Se faccio le cose, le faccio bene e alla mia maniera.

E soprattutto le vuoi fare in Sardegna. Esatto. Ho spiegato che il mio metodo di lavoro era perfettamente conciliabile con le loro esigenze, perché avrei ideato nel mio studio e poi viaggiato tutte le volte che fosse stato necessario. Ma poi paradossalmente l’ufficio stile di Parigi si è trasferito ad Alghero. La prima volta che li ho convocati ho sentito molta resistenza: i francesi pensano di essere l’ombelico del mondo. Una volta arrivati qui, nell’esotica Sardegna, non hanno trovato indigeni strani ma una luce e un mare da sogno. E adesso ogni tre per due mi chiedono di venire a disegnare e a stare un po’ qui.

Come sono i tuoi rapporti con i colleghi italiani a Parigi, e i colleghi in genere? Sono un animale, non solitario ma molto selettivo. Scelgo con cura le persone con cui voglio andare a cena o a vedere un film. Ho poco tempo. Sono molto mattiniero e per i francesi è stato un trauma, perché erano abituati ad arrivare in ufficio nel pomeriggio, magari lavorando sino alle 2 di notte. Io ho detto basta con questi orari. Certo, gli stilisti, quelli veri, tornano a casa tardi, la notte sono in giro. Nella realtà e nell’immaginario collettivo lo stilista è mondano. Io invece, la sera, ancora adesso, devo far ripetere la “Divina Commedia” a memoria a mio figlio Leonardo.

Ma non hai risposto su come sono i rapporti con i colleghi. Allora diciamo che abbiamo orari diversi.

La vita sociale potrebbe essere fonte d’ispirazione? Certo, anche osservare la gente per strada lo è. Come andare a teatro, dal rigattiere, leggere un vecchio manoscritto. La moda per me è un mezzo attraverso il quale posso concentrare e fare confluire varie mie passioni, la danza, i libri, il teatro, il cinema. Io cerco di fare dialogare tutti questi universi che ruotano intorno al mio lavoro che poi è la mia vita.

La tecnologia non fa parte del tuo universo? Mi affascina moltissimo, ma ne sono un po’ spaventato perché non so governarla.

E i social network li frequenti? Il vero social network sono io. Un social network molto glocal.

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