I CASTELLI DEL GIUDICATO DI TORRES: FRA STORIA E SUGGESTIONE, ALLA SCOPERTA DEGLI ANTICHI MANIERI

Mariella Cortès e Francesco Ledda al circolo AMIS di Cinisello Balsamo
Mariella Cortès e Francesco Ledda al circolo AMIS di Cinisello Balsamo

di Mariella Cortès e Francesco Ledda

 

Ardara, Burgos, Monte Acuto e poi ancora Burgos. Nel corso della sua travagliata vita, Adelasia de Lacon Gunale, ultima regina del giudicato di Torres, uno dei quattro giudicati in cui era divisa la Sardegna, migrò di castello in castello, alla ricerca di una serenità che non arrivò nemmeno in punto di morte, quando si ritrovò costretto a cedere alla Chiesa tutti i suoi beni. Chi decide di avventurarsi sulle tracce dei condottieri bizantini, dei giudici medievali, dei signori settecenteschi e dei loro castelli, scoprirà un tempo lontano, ricco di storie e suggestioni che si susseguivano rapidamente tra le stanze di quei manieri disseminati nel territorio anticamente detto “Giudicato di Torres” o “Logudoro” più o meno corrispondente all’attuale provincia di Sassari. Le circa venti fortificazioni frutto dell’ingegno militare di epoche differenti, avevano in qualche caso fondamenta bizantine, con una logica che rispondeva al dettame giustinianeo, quello di proteggere i territori ancora “romanizzati” dai pericoli esterni e dalla pressione delle popolazioni dell’interno. Muoversi oggi tra pinnacoli rocciosi e i ruderi di quelle che dovevano essere strutture difficilmente raggiungibili, aiuta molto a comprendere quali fossero le ragioni e il progetto difensivo che stava dietro la loro edificazione e il volto imponente che queste strutture mostravano a chi vi transitava o soggiornava in passato. Ma con la conquista aragonese e i mutati interessi, quasi tutti i castelli e le opere fortificate persero di importanza tanto che già in epoca cinquecentesca molti di essi si presentavano, come riportano le cronache del tempo, disabitati e in avanzato stato di disfacimento. Quando rimangono solo le pietre, a ricostruire le trame della storia, ci pensano le lettere e i documenti, come quelli, risalenti al Medioevo, che ci parlano di un sinodo vescovile svoltosi tra le stanze dell’impervio castello del Monte Acuto, rocca di confine vitale per il controllo delle principale arterie di comunicazione che collegavano il giudicato di Torres con le montagne dell’interno della Gallura. Oggi, risalendo il ripido e boscoso pendio, si giunge su una cima che, pur non conservando quasi nulla dell’antico maniero, continua a stupire per la visione mozzafiato a 360 gradi che si offre in tutta la sua bellezza. A lungo conteso, il castello fu infine ceduto al legato pontificio Alessandro per mano dell’ultima giudicessa di Torres, Adelasia. La sua vicenda umana si ricollega al giorno in cui venne investita del titolo di regina nella reggia di Ardara. La capitale del regno, recentemente ricoperta da uno scavo archeologico, conserva ancora in tutta la sua maestosità la cappella palatina in pietra vulcanica la cui costruzione, ad opera di un anonimo architetto, seguì nel tempo, pari passo, quella del Duomo di Pisa. Ripercorrendo i passi di Adelasia di Torres, giungiamo in un’altra importante fortificazione che ancora oggi domina la valle del Tirso. Siamo a Burgos, tra le stanze e la torre maestra del castello del Goceano nel quale la giudicessa, che qui passò gli ultimi anni di vita, tenne una fitta corrispondenza con i capi della Chiesa, Gregorio IX prima e Alessandro IV poi, invocando il perdono dopo le sfortunate nozze con il primo marito Ubaldo di Gallura e con lo scomunicato Enzo Hohenstaufen, figliastro di Federico II di Svezia. La costruzione della maggior parte dei castelli giudicali si deve invece all’opera delle famiglie signorili dei Doria, provenienti dalla Liguria, e dei Malaspina, potente famiglia della Lunigiana, che chiamarono, per la loto edificazione, maestranze dalla Toscana e dalla Liguria. Giunsero così nell’isola nuovi modelli costruttivi che fecero della Sardegna un territorio di sperimentazione, di planimetrie e tecniche costruttive legate alla grande disponibilità di materiali, grazie alle sua cave. Le fondazioni signorili diedero vita dapprima a dei borghi che sorsero spontaneamente lungo le pendici dei castelli, provvedendo in molti casi al sostentamento e ricevendone in cambio protezione , mentre successivamente, con il loro sviluppo, si arrivò a delle vere e proprie cittadine fortificate. È il caso di Castelgenovese, Oggi Castelsardo, di Bosa e di Alghero, mentre una storia a parte merita la città di Sassari. Con l’uccisione dell’ultimo erede maschio della casa giudicale, Barisone III, l’antico villaggio di Thathari divenne nel 1236 ufficialmente un libero comune che, sotto la protezione di Pisa prima e di Genova poi, assunse il volto di una città protetta, dai primi del Trecento, da un’imponente cerchio di mura sulla quale aprivano quattro porte. In seguito, saranno gli Aragonesi a completare la realizzazione del castello che verrà adibito, dalla metà del XVI secolo, a tribunale dell’inquisizione e demolito poi, nel 1878, dagli stessi sassaresi. Il castello, considerato dalla storiografia uno dei più grandi dell’isola, si trovava nell’attuale Piazza Castello e si estendeva in profondità in un labirinto di sentieri e minuscole prigioni rivenute recentemente. Di fatto nell’Ottocento, l’incuria e gli attacchi ne avevano minato pesantemente l’aspetto. Infatti, nel corso del Cinquecento lo scenario dei castelli medievali mutò radicalmente e a fotografarlo fu il colto umanista Francesco Fara; mentre si avventurava tra le rocce e i pinnacoli della spopolata regione della Nurra occidentale, rimase colpito dell’aspetto selvaggio nel quale erano ancora visibili le vestigia del “castrum pisanum, in edito et ascensu difficili monte conditum naturaque ipsa munitum, in quo perspicuus erompi fons” (il castello pisano sorse nell’impervio monte, protetto dalle stesse condizioni naturali), che descrisse nella sua opera In Sardiniae chorographiam del 1850. Era il castello di Monteforte, mimetizzato tra le rocce paleozoiche che ricordano un evocativo disegno di Leonardo da Vinci. Di molti altri castelli, come quello situato in cima al colle vulcanico di Bonuighinu, non rimangono che scarse tracce murarie e, a volte, le cisterne, mentre in altri a raccontare sono una serie di segni che riportano alla casata artefice della costruzione. I Doria, per salvaguardare i loro interessi nelle regioni interne dell’Anglona e del Meilogu, fortificarono, tra gli altri, un altopiano calcareo da allora chiamato Monteleone Roccadoria. Qui ancora oggi, ogni frammento visibile racconta la storia del borgo nato per volere di questa famiglia: visi scolpiti tra gli archetti della parrocchia medievale al centro del paese, stemmi signorili come l’aquila imperiale e il leone, oppure le tracce del palazzo fortificato lungo la cerchia delle mura che cingeva il lato sguarnito dell’altipiano. I Malaspina, provenienti dalla Lunigiana, non furono da meno nel manifestare il proprio potere nel costruire rocche e castelli in luoghi strategici come Osilo e Bosa. Nel primo caso, in cima al paese, ancora oggi svetta la torre bianca di calcare dalla cui terrazza si controlla tutta la Sardegna nord occidentale, mentre il castello di Bosa presenta ancora la maestosa torre il cui progetto è riconducibile al maestro Capula, autore anche della Torre dell’Elefante di Cagliari. Muoversi tra queste antica vestigia, vedere con gli stessi occhi un paesaggio storico quasi inalterato è ancora oggi un’emozione che permette di scoprire un volto inedito della Sardegna e di giocare con l’immaginazione tentando di ricostruire quanto il tempo ha inesorabilmente sfilacciato.

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