IL MARE AVANZA E DIVORA LE SPIAGGE: IN SARDEGNA A RISCHIO PIU' DI UN TERZO DEI 450 CHILOMETRI DI SABBIA

la spiaggia di Pistis - Torre dei Corsari nella Marina di Arbus (Costa Verde)
la spiaggia di Pistis - Torre dei Corsari nella Marina di Arbus (Costa Verde)

di Stefano Lenza

Una mareggiata e via, la spiaggia non c’è più. È capitato, capita e capiterà. La scomparsa improvvisa delle strisce di sabbia non è comunque un dramma. La natura prende ma poi ridà. Arraffa in inverno e restituisce in estate. Il vero problema è un altro. «Al di là di situazioni legate all’andamento meteorologico, a fenomeni estremi che possono verificarsi nei mesi invernali e che modificano l’assetto di alcune aree particolarmente esposte, c’è una tendenza all’erosione che interessa dal 36 al 39% dei 450 chilometri di spiagge dell’isola», spiega Felice Di Gregorio, docente di Geologia ambientale al dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Cagliari. «Una tendenza – dice – che non interessa solo le coste sarde, ma quelle italiane e un po’ tutto il Mediterraneo all’interno di una fenomeno su scala planetaria che ha destato allarme a livello internazionale». Tanto che in Spagna, ad esempio, si sono lanciati in un imponente opera di ripascimento, riversando milioni di metri cubi sabbia su centinaia di chilometri. Questo non significa che non ci siano aree in cui la tendenza è inversa e la terra avanza verso l’acqua. Altre sono in equilibrio. «A noi interessa però – precisa Di Gregorio – quel che accade in generale nell’arco di venti o trent’anni perché solo così si può cogliere la tendenza evolutiva. Non è invece affidabile un’analisi limitata alle contingenze stagionali connesse ai fenomeni meteorologici» L’erosione è contenuta sul versante orientale e decisamente più accentuata su quello occidentale dove colpisce da nord a sud un po’ ovunque a partire Golfo dell’Asinara, dal litorale di Alghero (il lido a ridosso del porto, Maria Pia, le Bombarde,) a Stintino (La Pelosa). A seguire scendendo verso la parte meridionale, Santa Caterina, Bosa (dove una parte è in accrescimento ma l’insieme non sfugge all’erosione). Nell’Oristanese persiste un complessivo equilibrio a Is Arenas, mentre nel Sinis sono il mare risucchia sia le spiagge che le coste alte, le falesie: a Su Tingiosu, e con maggiore aggressività, tra Torre Seu e San Giovanni di Sinis, nel promontorio di Capo San Marco. Il Golfo di Oristano è colpito non tanto verso la parte riparata di Mare Morto ma più giù, verso il Porto Industriale. Nella costa Arburese e a Piscinas sono in corso fenomeni accentuati così come a Portixeddu, Funtanamare, Porto Paglia e sul litorale di Portoscuso. Altrettanto accade da Teulada verso Cagliari, nel Golfo di Palmas, Santa Margherita, Nora, e lungo tutta la fascia costiera fino a Su Siccu, il Poetto e verso Villasimius dove preoccupa quanto avviene alla Spiaggia del Riso. La Costa Orientale è più riparata e il fenomeno si presenta quindi meno accentuato ma con punti critici come Cala Gonone dove già da tempo si è dovuto effettuare il ripascimento. Diverso il caso di Cala Luna: «La spiaggia era scomparsa in seguito all’alluvione del dicembre 2004 che portò una grande quantità di sedimenti, anche grossolani. Successivamente l’energia del mare ha ricreato l’equilibrio e tutto è tornato come prima», osserva il professor Di Gregorio. C’è, comunque, chi se la passa peggio. Da uno studio pubblicato dalla Rivista italiana di studi costieri risulta che in alcune regioni il fenomeno è più accentuato. Il Molise, ad esempio, ha circa il 90% della costa in erosione. Nel Veneto, in Emilia Romagna e nel Lazio la situazione era talmente grave che si è dovuti intervenire con lavori di ripascimento e di ricostruzione delle dune per frenare l’ingresso del mare all’interno delle aree costiere o di luoghi abitati. Molte spiagge diventano sempre più sottili per cause innanzitutto di carattere generale legate al progressivo innalzamento del livello del mare. «Abbondantemente documentato – spiega Di Gregorio – e che negli ultimi tempi si aggira tra i due-tre millimetri l’anno e che potrebbe accentuarsi nei prossimi decenni. Per capire la portata di quanto sta accadendo, ci si può basare su una legge, da alcuni contestata ma valida comunque come indicatore. Stima per ogni centimetro di sollevamento del mare un metro di arretramento della costa. Questo in generale, con tutti i limiti che ne derivano. Localmente vanno fatte delle differenziazioni perché anche la terra si abbassa o si innalza, come avviene per la penisola scandinava a causa dello scioglimento dei ghiacciai. Diciottomila anni fa c’era uno spessore di oltre mille metri e la Penisola si era abbassata, ora che quel carico è quasi completamente scomparso la terra viene su. Viceversa altrove la terra si abbassa, come accade nel delta del Nilo, per il mancato arrivo del sedimento provocato dalla costruzione sul Nilo della grande diga di Assuan. Questi sono tutti fenomeni locali di segno opposto». Su scala planetaria, però, gli studiosi hanno rilevato un innalzamento costante delle acque dovuto all’aumento della temperatura collegato all’emissione di gas-serra e altre cause astronomiche. «Il surriscaldamento previsto – precisa il docente – è di due, tre e forse quattro gradi nel prossimo secolo, dal 2100 in poi, con un incremento del livello del mare prima valutato in 90-94 centimetri e rivisto, in base ai dati portati alla conferenza di Copenaghen, fino a 140. L’intensità reale dipenderà dalle politiche di controllo delle emissioni. Le evidenze attuali impongono di rivedere la pianificazione costiera, gli insediamenti, le opere realizzate e adattare i nuovi insediamenti agli scenari ipotizzati dagli studiosi». La Sardegna sconta i saccheggi del passato sugli alvei fluviali. Ottenevano autorizzazioni per qualche migliaio di metri cubi di ghiaia o sabbia ma poi ne prelevavano centinaia di migliaia. Tutto materiale sottratto all’equilibrio naturale. «Le spiagge – ricorda Di Gregorio – hanno un loro bilancio sedimentale. Una parte del materiale rimane lì, circola all’interno di un bacino ristretto mentre un’altra può uscire ma la sua scomparsa è compensata da quel che arriva dai corsi d’acqua, dall’erosione delle rive o dalle dune costiere. L’erosione avviene quando si altera questo bilancio. Innalzando, ad esempio, le dighe si creano le condizioni per mutamenti che si avvertiranno a distanza di tempo sulle spiagge. Un effetto ineludibile ma non ci si è mai posti il problema in totale assenza di una visione strategica globale». Altri mancati apporti sono stati provocati dalla chiusura delle miniere. È il caso della zona di Piscinas che da Montevecchio riceveva milioni di metri cubi attraverso le acque di lavaggio. Ora non è più così. Altrettanto si può dire di Buggerru dove nel secolo scorso la spiaggia è cresciuta sensibilmente. Ci sono poi i porti e tutte le opere a mare che non incidono sull’apporto sedimentario ma alterano le correnti litoranee e quindi il trasporto dei sedimenti lungo la costa. «In pratica – sintetizza Di Gregorio – si crea una condizione di dissimetria con aree che si ampliano e altre che regrediscono». L’edificazione, invece, non incide se non localmente in maniere insignificante ma la presenza umana può alterare pesantemente la situazione delle dune. Lo si visto a Chia dove, prima dei controlli e dei divieti, il continuo vai e vieni dei bagnanti ha provocato il degrado e il calo di quota delle dune. L’erosione c’è e nessuno può negarlo. Il problema è come contrastarla. «A parte la governance globale delle emissioni, – propone Di Gregorio – per le coste occorre un’adeguata presa di coscienza che ancora manca». Le spiagge isolane costituiscono una straordinaria risorsa ambientale e hanno un enorme valore dal punto di vista estetico, paesaggistico e soprattutto economico. Sono la grande attrazione turistica. Pensiamo al Forte Village, resort apprezzato in tutto il mondo. Non sarebbe lì se negli anni ’60 a Santa Margherita non ci fosse stata una meravigliosa spiaggia. «Bisogna monitorare il fenomeno – commenta Di Gregorio – creare le professionalità necessarie per gestirlo e pianificare le opere a mare e sulla costa. Con molta attenzione badando alle conseguenze. Il ripascimento andrà fatto con cura meticolosa, adottando soluzioni che non stravolgano l’identità dei luoghi.
È indispensabile che la Regione si doti presto di un piano per la gestione della costa per salvaguardarne il valore economico e paesaggistico. Vanno stabilite le priorità, tenendo conto delle risorse e avendo chiaro il quadro della situazione così da prevenire i danni». Facile a dirsi.

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