LA PRESENTAZIONE A POSADA DEL ROMANZO ANTROPOLOGICO DI BACHISIO BANDINU "L'AMORE DI UN FIGLIO MERAVIGLIOSO"

nella foto della serata a Posada: Bachisio Bandinu e Angelo Canu

nella foto della serata a Posada: Bachisio Bandinu e Angelo Canu


di Angelo Canu

Il 22 agosto uno splendido cielo stellato e alcuni dei più bei scorci del centro storico di Posada (NU) hanno fatto da cornice all’incontro con Bachisio Bandinu per la presentazione del suo ultimo lavoro. In questo splendido borgo della costa nord orientale della Sardegna il dibattito sull’opera narrativa è stato il buon viatico per affrontare  molteplici temi di stretta attualità. Una grande serata di cultura per Posada all’insegna della narrativa e dell’antropologia.

L’AMORE DEL FIGLIO MERAVIGLIOSO (Il Maestrale, Nuoro, 2011) rappresenta l’esordio nella narrativa di Bachisio Bandinu. Si tratta di un romanzo che illustra  vicende collaterali alla nascita di una favola turistica, quella della Costa Smeralda famosa oggi in tutto il mondo. Attraverso la voce di una narratrice che riporta la vita e la storia di cinque personaggi facenti parte della stessa famiglia (padre, madre, due figli e una figlia) si racconta contemporaneamente il cambiamento culturale ed economico che ha investito in poco tempo la parte nord-orientale della Sardegna, la Gallura.

Per addentrarsi maggiormente nel romanzo si è raccontato in breve la storia e il mito della Costa Smeralda, di quando, a cavallo tra gli anni ’50 e gli anni ’60 Karim Aga Khan IV, un principe ismailita allora ventiduenne e studente all’università americana di Harvard, passando con il suo panfilo davanti alle coste della Sardegna, s’innamorò di quella lussureggiante vegetazione e di  quei monti a ridosso di un mare color smeraldo che facevano da splendida scenografia a delle spiagge bianchissime. Quello spettacolo della natura lo convinse che quella porzione della Sardegna poteva diventare il nuovo paradiso terrestre dei vacanzieri miliardari di tutto il mondo.

Da lì a poco il principe ed i suoi amici acquistarono in brevissimo tempo, a partire dal 1962, oltre tremila ettari adiacenti il mare gallurese. Su questi territori sorsero ben presto degli alberghi: i primi in assoluto entrarono in funzione già nel 1963 e nel 1964, dando inizio ad un’impressionante espansione urbanistica e ad uno sviluppo economico sino ad allora inimmaginabile  per la Gallura e per tutta la Sardegna.

Bachisio Bandinu in quegli anni era professore di Lettere alle medie di Arzachena e, da buon osservatore, registrò i mutamenti dell’assetto socio-culturale di quella comunità stravolta da un repentino cambiamento economico. Nel volgere di un brevissimo tempo quella parte dell’isola passò dagli stazzi agli hotel a 5 stelle, da un’economia di sussistenza a un’economia di mercato: un balzo temporale in avanti di 4000 anni! Non è un caso che egli abbia scritto Costa Smeralda (Rizzoli 1980) aggiornato in Narciso in Vacanza (AM&D 1994) ed oggi L’amore di un figlio meraviglioso: tutti e tre nascono insomma da un’osservazione partecipante dell’autore.

Le vicende narrative s’innestano in un’epoca storica ben precisa, a partire dal 5 maggio 1963 e in un luogo ben preciso, quei Montes de Mola (italianizzati in Monti di Mola) oggi conosciuti come Costa Smeralda.

Durante la “chiacchierata” sul romanzo ho sottolineato la data: 5 maggio 1963. In questo giorno, si legge nel romanzo, il protagonista principale (Priamo Solinas) si reca dal notaio e firma la cessione dei suoi terreni al Consorzio Costa Smeralda. La data scelta come incipit di tutta la trama narrativa ho ipotizzato non fosse casuale: così come ha un riferimento storico reale e preciso (1963) allo stesso modo, in questa data, si può leggere un riferimento simbolico (5 maggio). Credo che Bandinu abbia infatti voluto fare riferimento al “Cinque maggio” di Alessandro Manzoni: egli pare operare questa scelta per mettere in risalto, mediante una trasposizione, la morte di una cultura ultramillenaria.

Il suo romanzo sembra avere inoltre delle strette analogie con l’ode scritta dal Manzoni, per alcune tematiche (tema del ricordo, evocazione del passato) e per struttura (la prima parte più narrativa e con un’ampia descrizione delle grandezze terrene, la seconda con un tono più contemplativo, lirico ed introspettivo poiché entra nell’animo dei personaggi e dove avviene il ripudio delle illusorie glorie mondane e il sollevarsi spirituale).

La strofa del “Cinque maggio” “Ei si nomò: due secoli, l’un contro l’altro armato, sommessi a lui si volsero, come aspettando il fato; ei fe’ silenzio, ed arbitro s’assise in mezzo a lor” pare calzare poi a pennello sul personaggio di  Priamo Solinas. Dal giorno che vendette i terreni ereditati dai suoi avi, egli si trovò stretto tra due culture, tra due mondi, tra la tradizione e la modernità e anch’egli, nel suo silenzio, cercò di fare da arbitro tra le due, ma soprafatto aspettò il destino. Soccombendo ad esso.

Il soffermarsi direttamente su questo tipo di analisi è servito a spiegare immediatamente la tipologia di opera cui si stava andando a parlare. Si è evidenziato come essa viaggi su due binari paralleli ma contigui e complementari: da un lato l’aspetto romanzesco, dall’altro quello antropologico. Si potrebbe perciò parlare di L’amore di un figlio meraviglioso o come di un romanzo antropologico o          come di un’etnografia romanzata: in entrambi in casi non si commetterebbe errore alcuno.

Durante l’incontro si è evidenziato come Bandinu in questo libro lasci tantissime tracce o, se si vuole, tantissimi input da cui poter trarre argomentazioni e discussioni. Per motivi di tempo se ne sono evidenziati solo alcuni.

Si è per esempio accennato al fatto che quest’opera è incentrata sul tema dell’incontro/scontro tra due mondi e due culture, della tradizione con la modernità, di un’economia di sussistenza con l’economia di mercato, di una cultura locale con la cultura globale.

Questo incontro tra due mondi crea nei protagonisti un vero e proprio shock culturale (al quale reagiscono in modi differenti)  in quanto, stretti tra due culture, essi perdono i propri valori di riferimento. Prendiamo per esempio lo shock culturale che si crea in Priamo, nell’appurare che esiste un diverso sentimento del tempo: egli fa il pastore e, come scrive Bandinu, “fare il pastore non è un mestiere, è un modo di vivere”. La sua vita era scandita dallo scorrere delle stagioni: il tempo regolava il suo lavoro, la sua giornata quotidiana e quella delle feste. Durante le trattative della vendita dei suoi terreni gli spiegano che questi serviranno a creare delle strutture che accoglieranno uomini miliardari che verranno in Sardegna a trascorrere le proprie vacanze, il proprio “tempo libero”. Per Priamo è inconcepibile pensare che l’uomo possa avere del tempo libero: per lui il tempo è sempre occupato! E ancora più inconcepibile è pensare che si possa vendere e riempire il tempo agli uomini. Egli non riesce a entrare nell’ottica che l’uomo possa essere padrone del tempo, sezionarlo, confezionarlo e immetterlo nel mercato. Così come non riesce a capire a fondo come si possa diventare padroni dei luoghi: com’è possibile trasformare la località L’Unfarro (l’inferno) nell’Eterno Paradiso?

Il tema del tempo è strettamente associato a quello della memoria che diventa uno dei concetti fondamentali di questo libro (a pag. 8 “Fu stravolta la memoria delle persone e delle cose”). La nozione della memoria è presente anche (come direbbe un altro antropologo sardo, Pietro Clemente) come il “ricordare”, ossia nella sua forma di aspetto culturale, in quanto Priamo Solinas usa i propri ricordi come “legittima difesa” della propria identità e delle proprie certezze. Nella memoria soggettiva di Priamo Solinas è possibile trovare la robusta impronta di una “memoria collettiva”, tesoriera di una identità etnico-culturale a cui il protagonista ricorre, con piena coscienza o inconsapevolmente, nei momenti di difficoltà esistenziale quando, turbato da una nuova vita che non riconosce più come sua, deve mettere ordine ed equilibrio a quel mondo che, pur essendo suo, gli appare ormai completamente estraneo. Se lo sradicamento culturale crea un vuoto, la memoria lo colma: diventa il mezzo attraverso il quale è possibile il ritorno etnologico, alle proprie origini e alla propria identità. La memoria nella sua forma di aspetto culturale, altro non è che  una manovra per cercare di rompere lo sviluppo rettilineo del tempo e per renderlo circolare, fuggendo così in qualche modo alla morte e seguitando a vivere.

Da queste poche cose sin qui  dette si può evincere come Bandinu  nel libro faccia un largo uso della metafora.

 La metafora si usa nel quotidiano quando si stenta ad esprimere e a dire qualcosa, è una parte del linguaggio, un gioco di parole che permette di organizzare in idee qualcosa di “lontano” per renderlo a noi più “vicino”.

In antropologia e in questo libro è uno strumento fondamentale per poter riportare e far sentire le sensazioni dell’altro. Compito dell’antropologo è infatti viaggiare e perdersi in altre realtà, ma anche tornare e raccontare (metafora del naufrago). Per fare questo egli deve innanzitutto dare un ordine a ciò che ha visto per poi descriverlo ai lettori attraverso un testo antropologico che è quindi principalmente un testo di metafore, che permette a noi di viaggiare mentalmente in mondi geograficamente e culturalmente lontani dal nostro. In questo caso il mondo descritto è quello sardo e, teoricamente, questo mondo lo si dovrebbe conoscere: invece dagli anni ’60 ad oggi buona parte di quell’universo simbolico-culturale si è perso e quindi Bandinu, per descriverlo e farlo percepire al lettore (anche sardo), ricorre alla metafora.

Al discorso di quest’ultima si può accostare quello del simbolo (di cui nel romanzo si fa un largo uso) poiché entrambi infatti rappresentano due strategie retoriche delle lingue letterarie. In questo libro si fa spesso riferimento ad un simbolismo culturale arcaico, che però diventa un mezzo di conoscenza dell’allora mondo attuale (la Sardegna degli anni ‘60) così come di quello futuro. L’utilizzo che Bandinu fa del simbolo in ambito narrativo diventa perciò propedeutico all’ambito antropologico, perché serve al lettore per ricevere nozioni sulla cultura dei protagonisti e quindi avvicinare il lettore stesso alla cultura sarda.

 In un sogno fatto da Priamo (descritto a pag. 85), per esempio, la moglie intravvede dei simboli forieri di sciagure: tramite il sogno i protagonisti vengono avvisati di ciò che li attende nel futuro e il lettore informato su di una parte dell’universo simbolico-culturale dei personaggi principali.

In antropologia c’è un ampio studio sul simbolo poiché si ritiene che ciascuna cultura abbia una vasta gamma di simboli che diventano strumenti di ordinamento del mondo e dell’esperienza. La stessa cosa che è stata detta fondamentalmente della metafora. Dove sta allora la differenza? La diversità tra simbolo e metafora la fa l’interpretazione. Se la metafora fa parte del contesto culturale in cui viene realizzata, e può, quindi, essere decifrata e decodificata con una indubitabile certezza normativa, il simbolo è invece inesplicabile, misterioso, poco pronunciato, irraggiungibile: possiamo averne un’idea ma non afferrarne il senso totale.

Ci sarebbero tantissime altre tematiche che si potrebbero trovare, analizzare e raccontare ma, come si è già detto, per ovvi motivi di tempo non si possono qui esaminare, ma si possono lasciare degli input che serviranno, a chi andrà a leggere o rileggere il libro, a focalizzare l’attenzione su altri aspetti interessantissimi presenti nel romanzo. Tra questi ciò che i personaggi raffigurano.

Battista Solinas rappresenta l’alter ego narrativo di Bachisio Bandinu: si sta laureando in antropologia all’Università Cattolica di Milano e vuole capire gli effetti che l’incontro tra due culture così differenti stanno apportando alla sua terra. È il personaggio attraverso il quale emerge la posizione dell’autore sulle tematiche trattate nel romanzo.

Grazia Mura, moglie di Priamo Solinas, incarna il personaggio cui meglio riesce mediare tra vecchio e nuovo, cultura pastorale e cultura “vacanziera”, povertà e ricchezza. Essa incarna la figura di donna sarda, forte e matriarcale, saggia e mediatrice, tanto cara all’autore (cfr. con La maschera, la donna, lo specchio).

Andrea Mura è il figlio che più di tutti si è fatto abbagliare dal luccichio inebriante della modernità. È colui che rappresenta chi rinnega la propria cultura, il proprio passato per abbracciare in toto il progresso e l’idea di futuro come battaglia da vincere a tutti i costi.

Caterina Solinas, cui Bandinu dedica ampio spazio, è una ventenne interprete di un personaggio inizialmente negativo, ma che piano piano ha un riscatto sociale, culturale e morale. Non solo (nel romanzo) agli occhi del paese, ma anche del lettore. Se inizialmente la nuova condizione di ricchezza e di vita “smeraldina” crea in lei la sensazione di un mondo che le gira intorno “come una giostra” (pag. 53) e si lancia in esperienze (sessuali e non) sino ad allora proibite, alla fine diverrà un’eroina positiva che riscatta se stessa e la condizione femminile. Con lei si assiste, nel romanzo, ad un passaggio fondamentale:  Caterina passa dalla condizione sociale di colei che at fatu su burdu (ha generato il “bastardo”, ponendo in cattiva luce non solo lei ma anche il figlio e l’intero parentado), a quella di ragazza-madre, andando cioè a rivestire la figura di donna che riprende possesso del proprio corpo, del proprio destino, della propria identità.

L’ultimo aspetto che però voglio e devo sottolineare è la poeticità presente in quest’opera, grazie alla quale l’ambito narrativo di questo romanzo si amalgama e s’intreccia a quello antropologico. Qui le considerazioni possono essere tralasciate a favore di una più diretta lettura di un passo: “Al primo strillo di pianto del bambino entrò nella casa una folata di luce che illuminò i mobili da tempo oscurati. Cadde lo scialle del lutto che pendeva all’entrata della casa. I raggi del sole mettevano in rilievo i ricami del tappeto con le sue tinte calde. Il vaso smaltato mostrava venature di colori. Una brezza leggera frugava negli angoli più segreti. Gli specchi riflettevano la luce illuminando le pareti. Una donna del vicinato ha portato fiori con parole d’augurio. Nel giardino gli uccelli tenevano pagliuzze nel becco, presi dall’amore del nido. C’era un aria di musica, nella casa era sopraggiunta la sonorità del tempo nuovo” (pag. 181).

Il 22 agosto gli angoli più belli di Posada hanno creato un ambiente suggestivo e incantato e hanno fatto da testimoni al caldo abbraccio tra narrativa, antropologia e poesia, custodite un’unica opera: L’amore di un figlio meraviglioso.

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2 commenti

  1. Bravo Angelo, Ho letto la sintesi molto chiara e convincente, che avevi anche enunciato la sera della presentazione…., questo mi fa aumentare la voglia di leggere il libro ed anche l’apprezzamento per la tua persona. mimmo

  2. Mimmo, troppo buono. Grazie.

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