I TENORES DI NEONELI PER COMMEMORARE ENRICO BERLINGUER: L’INIZIATIVA A MILANO DELLA F.A.S.I. E DEL CIRCOLO SARDO DEL CAPOLUOGO MENEGHINO

di SERGIO PORTAS

Per farsi dare l’Audiutorium “Giorgio Gaber”, al grattacielo “Pirelli” di Milano, devi essere o molto famoso o molto raccomandato e, considerando che qui siamo in terra leghista, seppure non più per l’indipendenza della Padania ma “solo” per Salvini (Dio ci scampi dal suo piano di pace per Putin), avere delle aderenze con Roberto Mura, presidente della commissione rapporti con L’Europa della Regione Lombardia, è più che una garanzia. E’ pur vero che, con quel cognome che si ritrova, lui nato a Pavia da genitori sassaresi, non deve essere stato difficile a Giovanni Cervo del centro sardo di Milano e a quelli della F.A.S.I. (Fed. Sard. Ital) convincerlo che per commemorare Enrico Berlinguer con la presenza dei Tenores di Neoneli, domenica mattina 22 maggio, ci volesse un posto prestigioso. E poi, si sa, a Sassari si conoscono un po’ tutti: racconta quando nel ’72, lui diciassettenne, il babbo gli propose di andare a sentire il comizio di Berlinguer, a Pavia, ricorda bene che si imbatterono nel neo-segretario del partito Comunista che usciva da un ristorante, seguito da pochi altri: Ciao Enrico, ciao Guido, e ambedue si avviarono chiacchierando delle loro cose di Sardegna, neanche l’avessero lasciata qualche settimana prima. Che Enrico Berlinguer sia nato nel 1922 non me lo posso dimenticare mai, è l’anno di nascita di mamma, tutti e due si sono sciroppati il fascismo imperante, certo avere alle spalle una famiglia “studiata” faceva una bella differenza, il nonno materno di Enrico: Giovanni Loriga è stato un medico famoso, i suoi studi sono legati alla prevenzione, alla sicurezza e all’igiene sul lavoro. Il nonno paterno, anche lui un Enrico Berlinguer, aveva fondato “La nuova Sardegna”, contatti con Mazzini e Garibaldi. Il padre Mario era stato parlamentare socialista prima che il Duce mettesse fuori legge tutti i partiti politici tranne il suo. Insomma pare quasi di sentire una fiaba sennonché toccò proprio al nonno Loriga diagnosticare la davvero terribile malattia durata un decennio, che si portò via la figlia Mariuccia, mamma di Enrico e Giovanni, giovanissima, nel 1936, i figli appena adolescenti. Ne scrive, alla sua maniera, Giuseppe Fiori, nel suo “Vita di Enrico Berlinguer” per Laterza (1989) che dice dei due fratellini:   “Crescono privati dell’affetto materno; peggio, testimoni impotenti di una tragedia che si prolunga negli anni, la mamma ridotta a struggente immagine di sofferenza” (pag.39). Non sorprende che il tutto si rifletta nel rendimento scolastico, almeno per Enrico, studia solo le materie che più lo interessano, quindi al liceo prende 8 in filosofia, 7 in storia, ma anche 3 in latino e greco, 2 in storia dell’arte. E’ spesso rimandato a settembre.  Solo dopo essersi iscritto a Giurisprudenza, all’università, saranno solo trenta e trenta e lode ( ma non la finirà).

Ma dov’è che incontrerà i “comunisti” che lo porteranno alla sua precoce iscrizione al Partito:  al bar; gli piace giocare a carte, a poker sino a tarda ora, e lì non ci sono certo i suoi compagni di liceo, bensì operai, artigiani, camionisti, falegnami, siamo nell’agosto 1943. L’anno dopo in gennaio è già in galera (si farà tre mesi), scoppiano a Sassari i moti per il pane e i giovani comunisti osano manifestare apertamente. Erano anni brutti (annos feos), è qui che inizia il libro di Tonino Cau, il leader e fondatore dei “Tenores” che, con quest’opera porta a termine una trilogia di  “omines balentes” iniziata con quello dedicato ad Antonio Gramsci, seguito da quello per Emilio Lussu (2017 e 2019): un lavoro ponderoso questo fatto di 1000 ottave per qualcosa come 8000 versi: cantano i “Tenores”, su “zippone” nero dai grandi risvolti rossi, Tonino Cau “su bassu”, Roberto Dessì, “sa contra”, Ivo Marras “sa mesu boghe”, Angelo Piras il solista: “sa boghe”: “ In su barantabatoro (44) annu feu/ est sa nazione in duos isperrada/ de Roma in susu restad occupada/ de sos tedescos, regnat s’ischiacheu (caos)/ imbetzes s’ala ‘e basciu est libberada/ e prusu non bi dominat s’ispreu ( timoria manna in campidanese)/ e sa Sardigna in custa trista iscena/ sende isulada/ faghet tropu pena”. In contemporanea, a Roma, lo zio di Enrico (ha sposato una sorella del padre): Stefano Siglienti (zio Fanuccio), funzionario di banca, frequentatore di antifascisti ( i coniugi Lussu, Amendola, La Malfa), è finito a “Regina Coeli”: il 23 marzo scoppia la bomba di via Rasella: “ sa bomba artesanale at investidu/ cussa colonna, iscopiat tronante/ intotu trintatrese ndat bochidu”. Siglienti non finisce alle Fosse Ardeatine per puro caso, lo avevano mandato ad Anzio a scavare trincee: “issu fit pretzetadu in sa trincea/ in  su ‘e Anzio, cun pala e marrone (zappa)/ e cussu l’at salvadu in s’ocasione”. Sul palcoscenico del teatro milanese fanno la loro comparsa anche Orlando e Eliseo Mascia, sono padre e figlio, di Maracalagonis, polistrumentisti: suonano di tutto, dalla chitarra classica al solittu, alle launeddas. Camicia bianca, calzoni corpetto e berritta nera, “a sa campidanesa”, il babbo comincia con l’organetto, Eliseo con le launeddas, il pubblico balla nelle sedie. In Italia è tornato dalla Russia dei soviet un altro che ha preso la maturità al liceo “Azuni” di Sassari, come i Berlinguer, Cossiga, Antonio Segni, una fucina di politici che faranno la storia d’Italia, si chiama Palmiro Togliatti, lunga la sua militanza politica con Antonio Gramsci, come d’incanto cade il governo Badoglio, il CNL forma un nuovo governo “d’unità nazionale”: Stefano Siglienti diventa ministro, era in galera pochi mesi addietro, Mario Berlinguer è chiamato a Roma ad occuparsi dei fascisti che avevano commesso reati nel ventennio. Vi arriva scarcerato anche Enrico e, presentato a Togliatti, come disse il perfido Paglietta “venne iscritto da subito al Comitato centrale del PCI”. L’anno dopo è qui a Milano, sostituisce Piero Secchia nella direzione dei giovani comunisti, fa un freddo cane, con Pajetta e Pontecorvo prima di andare a letto si fanno una corsa intorno all’isolato, nell’intento di scaldarsi un po’: “ in s’astragadu ( agghiacciato) ierru de Milanu/ non b’est azudu ‘e su termosifone/ e antzis , pro si poder caentare si dan a currer prim’e si corcare”. Nel ’50 è presidente mondiale della gioventù comunista, nel ’57 si sposa con Letizia Laurenti, viaggio di nozze a Cagliari dove è inviato a dirigere il partito comunista sardo che non è in grande spolvero: “su viazu de sa coja est in Casteddu”. Vi rimarrà 10 mesi. Nel ’68 è vice segretario nazionale insieme a Longo. Nel ’72 “tenet chimbanta cando est seberadu/ cale suprema comunista ghia (guida)” nominato segretario generale del PCI. E’ Tonino Cau che fa da narratore, prima che il quartetto traduca cantando in logudorese, è lui che sceglie cosa privilegiare nello spettacolo odierno. Non solamente il Berlinguer politico, ma anche il padre di famiglia che porta in vacanza i figli a Stintino, scrive la figlia Bianca nella prefazione del libro: “ Non potrò mai dimenticare il piacere che papà- scioccamente considerato parco di emozioni- provava ogni volta che sbarcava in Sardegna…E ci ha portato, tutte le volte che ha potuto, in ogni angolo della regione per farci vedere i luoghi preferiti, i siti archeologici che considerava importanti, i paesi che aveva scoperto, e che magari amava, anche solo per uno squarcio di panorama brullo, o per un costone di granito che si tuffava in mare. E a noi, figli nati “in continente”, ha insegnato, come prima cosa (potrei dire: insieme all’alfabeto e al lessico degli affetti familiari), l’amore per la sua terra, che voleva fosse e diventasse la “nostra” terra…Partivamo in traghetto per andare in vacanza a Stintino, tra gli anni Sessanta e Settanta, e, come cominciava il viaggio, per papà iniziava una lunga corsa verso il porto, verso il gozzo dell’amatissimo cugino Paolo, e verso il mare. Il mare della Sardegna per lui non era un confine, ma il cuore della Regione che amava”.  “Cun velas e timone lu bidian/ che marineri a fagher su dovere/ connotu fit in tota sa marina/ campione ischietu de vela latina”. I due Mascia alternano tamburello a solittu, poi insieme con due launeddas corrono dietro ai dilliri dei Tenores: dilliri dilliri dilliri di/ dilliri dilliri dilliri da. Tonino Cau (Cavaliere della Repubblica per meriti culturali) è nato a Neoneli (Or) nel 1955, ha insegnato per trent’anni nella Formazione Professionale. E nel 1976 ha fondato ed è stato direttore artistico dei tenores di Neoneli. Tanto per darvi un’idea, lo spettacolo riferito a Gramsci e Lussu oltre a girare per tutta Italia è stato visto in sedici nazioni diverse. Ha scritto Salvatore Cherchi, ex sindaco di Carbonia: “I versi del poema per Berlinguer e dell’intera Trilogia nascono per il canto, cioè per essere cantati da un palco di una piazza o di un teatro. Sebbene scritti a tavolino e quindi appartenenti al genere colto, hanno tuttavia le caratteristiche del canto popolare in poesia: la metrica, l’ottava, il verso endecasillabo. La rima è a croce, secondo lo schema delle “rimas in rughe” che “cade bene nella poesia più propriamente popolare”, ha scritto Paolo Pillonca, tra i maggiori studiosi della poesia in lingua sarda”. In questo libro c’è il Berlinguer che maledice l’intervento russo in Afganistan, l’intervista a Scalfari e la “questione morale”, il “compromesso storico” dopo il golpe fascista in Cile del ’72. Il “caso Moro” e la “solidarietà nazionale”. Tutto in rima. Anche la morte: “In s’urtimu comiziu, ‘e su partidu/ in Padova est faladu su sipariu,/ su fadu prus crudele s’est cumpridu/ e sena prus alenu( fiato) illaendidu (sfinito)/ est rutu che un eroe leggendariu/ Enrico Berlinguer, su Segretariu,/ totue l’ana prantu e lastmadu/ su coro de s’Italia at infritadu”. Il cuore dell’Italia ha raggelato. “Dae sa terra de su Nuraghe, una forte oghe de paghe…”.

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