MEMORIA, RADICI, STORIA: IL PASSATO CHE CI ASPETTA. EVENTI AL GREMIO DEI SARDI DI ROMA, IL ROMANZO DI DOLORES DEIDDA E IL CARTEGGIO SATTA / CALAMANDREI

di LUISA SABA

Nei giorni della memoria capiamo come ricordare non basta! I dati impressionanti sull’antisemitismo, le  cui manifestazioni aggressive e delittuose si sono moltiplicate negli ultimissimi tempi, ci portano a riflettere  sul quel passato che abbiamo alle spalle ma non abbiamo ancora elaborato e conosciuto a sufficienza benché racchiuda molte delle  nostre storie personali, familiari, amicali e rappresenti gran parte delle vicende che  hanno segnato la vita di chi è nato nel secolo scorso, un Novecento caratterizzato da due grandi guerre e dai cambiamenti straordinari provocati dalle stesse. Ci lamentiamo, a ragione, della scarsa, incompleta e parziale importanza data nei libri di storia al Novecento collettivo, in particolare alla seconda parte di esso, ma sottovalutiamo quanto poco conosciamo della nostra storia privata di quegli anni, di un passato che preferiamo ignorare o liquidare dicendo erano altri tempi, altre idee, altri  valori etc. etc.  In molti cimiteri della Sardegna, sopra le  lapidi di granito o cemento si trovano  scritte, alcune in lingua logudorese come a Ploaghe, che ricordano i defunti com: grande lavoratore rinomato artigiano, padre premuroso, combattente coraggioso… nessuna memoria per le donne, a meno che non fossero nobili ricche di cui si ricordano gli illustri casati e le cospicue donazioni poiché fare la madre o la casalinga o sostituire gli uomini morti o richiamati in guerra in  complesse e gravose attività, come accadde alla Signora della Stazione, non fosse uno status degno di ricordo. 

Parliamo di un passato così vicino e così lontano, pur sapendo che esso, al di là che ci restituisca episodi belli o meno belli, errori o successi, è davanti a noi, conoscerlo aiuta a sapere chi siamo e come siamo fatti, ignorarlo non ci permette di capire il presente e  porta a dolerci impotenti di fatti e tragedie che abbiamo giurato non  dovessero ripetersi.

 Portando avanti l’obiettivo sul quale il Gremio dei Sardi fonda la sua ragione culturale, costruire e rafforzare il capitale narrativo che racconta del passato, dei ricordi, dei  fatti anche recenti  che collegano i sardi alla loro memoria storica, il  Gremio  ha ospitato il 15  gennaio due importanti testimonianze, rappresentate: una dal romanzo di Dolores Deidda, La signora della stazione, Book Sprint 2020 , l’altra dal saggio di Carlo Felice Casula e Angela Guiso, Salvatore Satta, Lettere a Piero Calamandrei  dal 1939 al 1956, Il Mulino 2020.

Queste opere, pur tra loro molto diverse, permettono di conoscere i semi di quei progetti che hanno caratterizzato la vita di genitori, nonni, personaggi delle generazioni nate e vissute a metà o alla fine del Novecento.

Il racconto delle loro vite, di come hanno concepito e sviluppato progetti, sogni e ambizioni, il modo in cui hanno affrontato e superato prove terribili come la guerra e la fame, la descrizione dei pregiudizi e dei vincoli della società in cui sono vissuti, rappresentano quel percorso che il grande educatore  Don Lorenzo Milani chiamava il fare storia partendo dalle storie, il prezioso tesoro che collega le generazioni, capitale narrativo da investire sulla strada che dobbiamo ancora percorrere e da trasmettere a chi il percorso della vita lo ha da poco iniziato. E lo scrittore Alessandro Barricco, che in questi giorni affronta la lotta con una dura malattia, nel suo capolavoro Novecento, dice che non ci perderemo mai finchè terremo in mano dei libri di memorie. Non solo per quello che i libri raccontano e per come sono fatti, ma perché fino a quando sapremo usarli saremo in buon rapporto con il nostro passato che rappresenta un bene durevole, da investire sul difficile percorso della vita.

 Dolores Deidda, nata a Tonara e laureata a Cagliari, da molti anni vive tra Roma e Cagliari, svolge attività di ricerca e consulenza in materia di sviluppo locale e di progettazione innovativa in ambito europeo.  Ha curato pubblicazioni di carattere tecnico scientifico, La politica come partecipazione.  La signora della Stazione e il suo primo romanzo.

Carlo Felice Casula è professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Roma Tre. I suoi studi riguardano la storia politica, sociale e religiosa dell’Ottocento e del Novecento, mentre Angela Guiso e critica letteraria, saggista e pubblicista, autrice di monografie e curatrice di epistolari inediti tra cui quello di Salvatore Satta alla sua compagna Laura Boschian.

Le opere presentate danno, con diversi approcci, letterario, storico, politico, giuridico, una copiosa rappresentazione della Sardegna del Novecento, una galleria di persone, fatti, immagini nei quali è possibile rivedere ed amare il passato di molti di noi, almeno di coloro le cui vicende familiari si svolgono nel Novecento, tra le due grandi guerre ed il loro rispettivi dopo guerra. L’emozione e l’importanza del ritorno ad un poetico antico passato, l’aveva suggerita qualche anno fa l’opera di Antonio Maria Masia “Antiga Limba”, essa aveva fatto capire quanto il passato non ci abbandoni mai e soprattutto, attraverso la lingua, permetta di coltivare la voce della memoria come  risorsa  che ci  ricollega  alle origini   e ci  fa  abbracciare chi non  si può  più materialmente vedere e sentire.

Per scrivere La signora della stazione Dolores Deidda ha  interrogato  con accanimento le memorie familiari delle generazioni che l’hanno preceduta, ha frugato  nei cassetti dei vecchi comò, negli armadi, nelle dispense, nei solai, alla ricerca di elementi dimenticati, di  indizi di  cose mai dette, punti di vista, modi di dire  reperti di archeologia familiare per ritessere un percorso che teneva  insieme individui e famiglie e segnava i confini tra un mondo interno tradizionale e  arcaico, arcaico non arretrato! E un mondo esterno più moderno e aperto alla partecipazione e alla valorizzazione delle persone che le società di appartenenza tendevano a soffocare.  La protagonista del romanzo è Eva. Una figura di donna aperta al mondo e fiera delle sue origini, una ragazza cresciuta in un mondo che quando c’è il pane c’è tutto, ma che quando cresce e va a scuola, grazie ai libri e allo studio capisce che un altro bene, la conoscenza, può trasformare la sua esistenza e sottrarla a quella sorte cieca ed immutabile che sembrava decidesse della vita delle persone nella società arcaica di Serri, il piccolo paesino della Sardegna dov’era nata. Anche lo sposo di Eva, Antonio, nativo anche lui di Serri, beneficia dei frutti della conoscenza, grazie alla frequenza del Seminario negli anni giovanili ed alle esperienze di lavoro a Genova e nel mondo ferroviario. Straordinaria ed entusiasmante la storia di Eva ed Antonio, coppia moderna che condivide l’idea della libertà legata alla emancipazione e alla indipendenza,  alla idea del progresso legato all’istruzione, alla fiducia reciproca come base di affetti profondi e duraturi,  alla solidarietà come strumento per  creare comunità aperte e meno conflittuali di quelle che caratterizzavano le zone interne dell’Isola, del sacrificio, non come condanna divina ma come modalità per mirare a un bene superiore.

In soli 13 anni, metà dei quali separata da Antonio di cui riesce a prendere il posto di capostazione quando viene richiamato alle armi, Eva crea una solida famiglia, anima all’interno della Sardegna più tradizionale, a Montecorte, intorno allo scalo ferroviario,  una comunità che funge da  zona franca tra paesi  dilaniati da ataviche rivalità , fa la mediatrice… epistolare e  culturale per le famiglie che hanno figli o parenti emigrati, sostiene  e sostituisce Antonio in compiti considerati al tempo esclusivamente maschili! Eva voleva portare le figlie a Cagliari perché lì avrebbero avuto la opportunità di frequentare l’Università intesa come luogo di ampliamento di conoscenze umane e scientifiche e lì avrebbero trovato le opportunità di crescita offerte a una classe media che si formava nel dopoguerra, abbandonati i vincoli rappresentati dalle vecchie economie pastorali e agrarie.

 Ma La vita di Eva non finisce con il prematuro ingrato momento della morte di Antonio, continua e vive nelle scelte di vita e negli ideali che trasmette alle sue figlie e soprattutto della sua ultimogenita, Delia, nella quale non è difficile riconoscere la stessa autrice del romanzo.  Aperta al mondo, alle responsabilità civili, appassionata di studi e… di  militanza politica, con  interessi europei senza dimenticare le sue origini locali,  alla  fine dell’incontro  l’autrice si interroga e ci interroga su cosa è successo  in Sardegna dopo gli anni raccontati, quale e se c’è stato progresso nell’abbandono della campagna  e l’inurbamento nelle località costiere investite da un turismo incontrollato, quale  posto ha  occupato  la Scuola nella democratizzazione di una società stretta tra le sfide della globalità e il bisogno di proteggere una peculiare identità  ambientale territoriale. La realtà che abbiamo davanti è sconcertante, abbandono scolastico tra i più alti nel paese, Università priva di attrattiva poiché essa non funziona né come ascesa sociale per i singoli né come motore di sviluppo per la società, spreco delle risorse ambientali a favore di uno sviluppo turistico predatorio e disordinato. Ma ciò che pare allontani più di altri fattori il passato della Sardegna della Signora della Stazione da quella di oggi è la mancanza di visione in un futuro, Il crollo di  fiducia nelle Istituzioni ed il prevalere di una chiusura politica identitaria che fa arretrare i valori storici  di accoglienza e solidarietà dei sardi. Possibile ritornare al passato per trovare stimoli e strumenti che permettano di affrontare i cambiamenti posti dalla pandemia paragonabile per gravita e vastità alla grande guerra del Novecento?

Ad essa e a quel passato ci collega la seconda opera presentata, il saggio su un epistolario inedito, intercorso tra il 1939 ed il 1956 tra Salvatore Satta e Piero Calamandrei, due giuristi letterati uniti da una profonda amicizia, da una comunanza di idee, di sentimenti e speranze maturate in quello stesso periodo del Novecento in cui vive la storia della Signora della Stazione.

 I curatori del saggio, Angela Guiso e Carlo Casula, offrono un profilo stringato ma affascinante ed efficace dei due protagonisti. Salvatore Satta nasce a Nuoro, nel 1902, ultimo di nove figli di un notaio e pronipote del poeta Sebastiano Satta. Studia a Sassari, al liceo Azuni, poi soggiorna a Cagliari ma lascia la Sardegna per la crisi che gli atenei sardi stavano vivendo a causa della riforma Gentile. Studia a Pavia, poi a Pisa e ritorna a Sassari per laurearsi in giurisprudenza. Conosce il prof Lorenzo Mossa, Giacomo Delitala, grazie ai quali inizia a coltivare il sogno di scrivere, che abbandona, dopo permanenze a Milano e Merano per ragioni di salute. La morte del padre e della madre lo riportano alla vita professionale e a intraprendere la strada della libera docenza e dell’insegnamento universitario di diritto civile e fallimentare che svolge in vari atenei, Camerino, Messina, Macerata, Genova, Trieste, Padova, dove conosce e sposa nel 1939 la slavista Laura Boschian. Nel 1940 nasce il primogenito Filippo e il secondo Gino nel 43 durante lo sfollamento della famiglia in Emilia e poi nella campagna del Friuli da cui proveniva la famiglia di Laura Boschian. Tra il 44 ed il 45 Satta, che non interrompe mai la sua produzione scientifica, scrive il De Profundis, originato dallo strazio della guerra. Nel 46 Satta si reca a Parigi per perorare la causa degli italiani giuliani e istriani presso la conferenza dei quattro grandi, viaggia in tutta Europa nel 56 diventa membro del Consiglio Superiore della pubblica istruzione e insegna all’ Università di Roma fino al 73, quando entra a far parte della Accademia dei Lincei e inizia a scrivere il suo capolavoro, Il giorno del Giudizio, che verrà pubblicato dopo la sua morte avvenuta nel 1975.  Le lettere, 23 inedite, che Satta si scambia con il suo amico Calamandrei, provengono dall’Istituto storico della Resistenza in Toscana, Archivio di Firenze, mentre alcune di esse fanno parte di alcuni numeri della rivista il Ponte, mensile di politica e letteratura fondata da Calamandrei a Firenze nel 1945. I contenuti dello scambio epistolare riguardano il ruolo e i temi dell’insegnamento universitario, l’impegno per la qualità della produzione scientifica, la creazione di una comunità di apprendimento che non poteva accettare, come avvenne nel 68, che gli studenti concepissero i professori come controparte da combattere e gli atenei come piazze di protesta. Questa distanza dall’azione e dalla partecipazione attiva alla vita e un cruccio ricorrente nelle confidenze che Satta fa all’amico Calamandrei. La mia povera azione è tutta sul pensiero, da qui la mia inutilità nell’ora presente, scrive all’amico nel 1951.  In diversi scritti Satta lamenta questo suo limite, che gli procura in certi ambienti il giudizio di conservatore, estraneo alla Resistenza e forse simpatizzante del fascismo! Nooooh, protesta Salvatore Satta, che si professa non un antifascista ma piuttosto un uomo tradizionale, uno che dalla tradizione dei padri attinge i suoi valori ed anche il modo di intendere la giustizia, ricordando la pratica di Homines saggi e autorevoli che in tempo passato intervenivano in Sardegna per risolvere liti e controversie senza dover ricorrere ai tribunali. Remo Bodei, il grande filosofo sardo da poco scomparso, nella prefazione per l’editore nuorese Illisso del De profundis, dice che Satta in questa opera istruisce un solitario processo su un quarto di secolo della storia italiana del Novecento. In maniera non politica ma dolorosamente meditativa, il volume offre una analisi del fascismo e della Seconda guerra mondiale con una che obbliga ciascuno ad una resa dei conti con la propria coscienza, con le responsabilità individuali e collettive di quegli anni. Satta non è un moralista, non è uno che ha rifiutato di sporcarsi le mani, dice Bodei, ma un uomo di aspro realismo e di onesto disincanto, che mai giustifica chi non intende fare memoria delle proprie responsabilità e del proprio passato. Nel 1967, sulla idea  di recuperare il passato come memoria di un  tempo diverso, di sogni e  speranze che lo avevano unito a Calamandrei, Satta, citando l’amico in un convegno di studiosi del processo civile, ne riprende le  pagine dell’Inventario della casa di  campagna, scritto nel 41  dall’uomo Calamandrei che  ricorda il tempo   della speranza e degli affetti familiari di quando era bambino proprio nel momento drammatico in cui fa i conti con il disincanto  dei  sogni di giustizia e di liberazione. Non c’è niente come la guerra per la revisione delle concezioni teoriche più forti e radicali, dice Satta, che dopo la esperienza triestina matura una riflessione profonda sulla idea di Patria e di nazione. I nostri padri e noi stessi abbiamo tante volte atteso dallo straniero la libertà che poggia invece sulla consapevolezza della nostra non intaccabile dignità.  A chi accusa chi ama l’Italia di voler fare del nazionalismo Satta risponde che l’amore per la patria altro non è che amore per la libertà.

 I contenuti di questo suggestivo epistolario, che si legge peraltro come un romanzo, fanno rimbalzare ai nostri giorni i contenuti di un passato che passato non è, i significati  di Patria e di Nazione alla luce  del rinascere  di  nazionalismi , sovranismi, spinte identitarie e patriottismi che seminano e ostacolano la strada di un percorso Europeo di collaborazione e solidarietà tra popoli.     

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