“CUORI ROSSOBLU”, LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI LUCA TELESE AL GREMIO DEI SARDI DI ROMA

Luca Telese a destra, con i sardi del Gremio di Roma

di LUISA SABA

L’esecuzione magistrale di musiche di Chopin e Lizst e in particolare quella del maestro Ennio Porrino (Cagliari 1910-Roma 1959) che ricordiamo fra i nostri soci fondatori nel 1948, in uno dei suoi pezzi più belli: “Preludio in modo religioso e ostinato”, per accompagnare la presentazione del libro di Luca Telese; “Cuori Rossoblu”. 

 Prosegue così la riapertura delle iniziative culturali che il Gremio dei sardi di Roma riprende dal vivo e all’interno dei locali UnAR, dopo aver, lungo il periodo più duro della pandemia, promosso incontri virtuali di pur grande interesse, ma non partecipati e intensi come quando è possibile dal vivo vedere e vedersi, ascoltare e sentire i protagonisti delle opere che si presentano.

Il primo saluto è con la vedova del maestro Ennio Porrino, Malgari Onnis, scrittrice, sceneggiatrice e pittrice che regala al Gremio un quadro da lei realizzato: una suggestiva immagine di Porrino al pianoforte, ritratto in una immagine che offre a chi la guarda la figura di un artista di spalle, con il volto in penombra e le mani illuminate dalla luce che tocca il pianoforte sulle note di una musica che il bravissimo pianista Emanuele Frenzilli ci ha fatto appena sentire.

 Un pezzo straordinario, illustrato dalla figlia di Ennio Porrino, Stefania, lei regista teatrale e drammaturgo, che ci riporta agli anni cinquanta, quelli nei quali Porrino, sardo da parte di madre, riuscì a dare un’importante e forte voce musicale internazionale, ma anche identitaria, a un patrimonio culturale isolano, salvandolo da una folklore omogeneizzante che le mode dell’epoca e lo sviluppo delle nuove tecnologie mediatiche andavano operando sui costumi musicali e artistici delle realtà locali.

Sono gli anni che vedono il passaggio dalla cultura “alta”, appannaggio fino allora solo dell’élite culturali, ad una cultura “popolare”, di massa, che pur nell’intento di allargare i consumi culturali a un pubblico vasto e non più elitario, tuttavia trasforma quei consumi in prodotti commerciali privi di valore e di identità e crea eroi e simboli dati in pasto dai media a chi è avido di novità ed ammaliato dal successo e dalla notorietà mediatica.

Nel decennio successivo, la “musica” non cambia… e sono gli anni a cui il racconto di Telese ci riporta, gli anni in cui la Sardegna esce dal cono d’ombra grazie al miracolo di uomini che riuscirono a portare una modesta squadra regionale, il Cagliari, a vincere il trofeo sportivo più importante nel nostro paese, lo scudetto nazionale del calcio. In maniera diversa l’opera di Ennio Porrino e l’impresa del Cagliari campione si assomigliano.

Nel campo della musica Porrino, che da bambino aveva lasciato la Sardegna dov’era nato, sceglie l’isola della madre sarda, l’isola materna, artisticamente controcorrente, per farne uscire dal letargo l’anima musicale più antica e salvarne il patrimonio folcloristico portandolo sul podio della musica più alta, come nel capolavoro de ”I Shardana, gli Uomini dei Nuraghi”, definita  dal noto musicologo tedesco Felix Karlingeruna delle più importanti opere liriche del novecento!  

Nel campo dello sport Gigi Riva segue un percorso analogo: arriva dal Nord, giovanissimo ed ancora in fase di maturazione atletica e calcistica, in un’isola marginale e depressa,e trasforma quel Cagliari senza sardi in una sardissima leggenda da scudetto.

Qualche anno fa il Gremio dei Sardi aveva già ospitato Paolo Piras, giornalista Rai, e il suo saggio: “Bravi Camboni”, sottotitolo: epica minore del Cagliari, piedi storti, teste matte e colpi di genio! La prefazione era di Gianni Mura, anche lui sardo che non viveva nell’isola, e parlava di quella Sardegna da cui si partiva pur di non fare il pastore o dove si finiva per punizione.

Un avamposto dell’Africa, scomodo da raggiungere, come ai tempi di Gigi Riva, ci dice Telese, che per arrivarci doveva prima arrivare a Roma, prendere l’aereo per Alghero, e li attendere il collegamento per Cagliari, un giorno di viaggio dal continente e se rifiutavi il trasferimento addio all’ingaggio!

 Ma una volta arrivati Riva e gli altri scoprivano ricchezze naturali e soprattutto umane che li avrebbero legati alla Sardegna in alcuni casi a viverci per sempre. Uomini come Riva ne nascono ogni cinquant’anni, diceva Mura, e se nascessero ora non andrebbero a Cagliari! Quella esperienza rimane irripetibile!

Perchè allora tornare agli anni dello scudetto? Lo fa il romanzo di Luca Telese, anche lui noto giornalista televisivo, anche lui sardo di madre e di cuore. Con un racconto che si nutre di testimonianze dirette e di una ricchissima documentazione.

 Telese ricostruisce con la passione di uno storico-antropologo la storia di una squadra di uomini che cinquanta anni fa sbarcarono in Sardegna avendo alle spalle non storie di vita patinate e facili, ma storie di sacrifici e di continui spostamenti che tanto somigliano alle odierne migrazioni.

 In particolare attraverso le biografie dei protagonisti, anche quelli minori, Telese ci riporta allo spirito di un tempo, gli anni 60-70, alla nascita, nella società di massa di cui si è parlato, dove fioriscono delusioni e ingiustizie anche nel mondo del calcio.

Disagi che pur offuscati dalla propaganda e dalla pubblicistica sportiva non sono estranei alla coscienza di un campione di umanità come dimostrò di essere Gigi Riva. A sua volta figlio povero del Nord già ricco, Riva riscatta attraverso lo sport altri poveri di un’isola che lo sviluppo aveva tagliato fuori. Riva li fa sentire protagonisti, campioni di civismo e legalità insieme.  Entusiasmante l’episodio che vede Riva chiedere e farsi garante di un ritardo di carcerazione di due inquisiti per permettere loro e alle guardie che li avevano in consegna di assistere alla finale di partita del Cagliari.

 Molti altri sono i fatti e le storie che rendono affascinante il romanzo d Luca Telese: sfilano tutti i protagonisti di quella stagione irripetibile: Albertosi, Greatti, Tomasini, Niccolai, Brugnera, Gori, Poli, Cera, Martiradonna, Domenghini, l’allenatore Manlio Scopigno, detto il filosofo,  Claudio Nenè il brasiliano che finisce il suo percorso umano malato e povero a Cagliari, ma con l’assistenza continua materiale e morale e il conforto solidale e affettuoso di tutti i suoi ex compagni di squadra.

E Luca Telese, da navigato e simpaticissimo show men televisivo, per oltre un’ora di fila, ci racconta, tenendoci attentissimi e coinvolti, non tanto le gesta calcistiche di questi personaggi, ma soprattutto la loro vicenda umana, la loro origine: tutti figli di operai, muratori, osti, elettricisti, alcuni orfani e con vissuto in convitto e a loro volta lavoratori e giocatori nelle fasi iniziali della loro carriera.

 Li racconta dal punto di vista umano e così ce li fa “amare” ancora di più, e così ci risveglia il ricordo di un calcio fatto di passione e di cuore, ruvido ma vero, e non pattinato, griffato e miliardario come ora.

 La vicenda del Cagliari dai cuori Rossoblu è l’esempio, conclude Telese, applauditissimo, di risultati prodigiosi che l’incontro Nord Sud come quello tra culture diverse può generare, sviluppando energie e risorse solidali se si rompono barriere di diffidenze e pregiudizi tra gli ospiti e le comunità di accoglienza.

Lezione storica di cui forse proprio oggi possiamo cogliere la portata, ringraziando Luca Telese per avercene dato testimonianza attraverso il suo bellissimo racconto, scritto con la sua forte identità sarda, con la passione e con il cuore: un cuore rossoblu!   

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