MARIA CARTA, CUORE E VOCE DELLA SARDEGNA: L’ULTIMO LAVORO PUBBLICISTICO DEL GIORNALISTA TELEVISIVO GIACOMO SERRELI

ph: Giacomo Serreli

di SERGIO PORTAS

Giacomo Serreli nasce a Cagliari nel ’55, suo padre gestiva il “Bar Centrale” nella centralissima piazza Jenner, assieme a Marius, il capofila dei tifosi cagliaritani che avrebbero accompagnato coi loro: “Forza Cagliari!” l’escalation della squadra rosso-blu sino all’incredibile scudetto del ’70.

La sua competenza musicale è figlia del juke-box che imperava allora in ogni locale dell’isola e da lì gli nacque quella voglia di dedicarsi al “giornalismo musicale” che lo contraddistingue e ne fa sicuramente uno dei più profondi conoscitori della scena musicale sarda. Considerando i suoi inizi a “Radiolina” nel ’75 (la sua iscrizione all’albo dei giornalisti professionisti porta la data del 1980) si può ben dire che tutta la sua carriera si è svolta sotto il segno di questa vera e propria passione, sfociata in innumerevoli articoli, decine di libri, conduzione di rubriche e spettacoli per “Videolina” e altre emittenti sarde.

Persino una esperienza in Polonia, seguendo uno dei tanti sogni di quel Niki Grauso, vulcanico imprenditore cagliaritano, che fu anche editore spregiudicato e sicuramente uno dei primi che ebbe chiara la svolta che il “web” avrebbe impresso a tutto il mondo editoriale dell’epoca.

Non è giornalista da “social” Giacomo, verrebbe da dire che appartiene a quella vecchia guardia che prima di dare una notizia si premura di approfondirne le fonti, il suo è, da sempre, un giornalismo mai strillato, garbato, che si fa apprezzare per il substrato culturale che lo sorregge. Impareggiabili le sue cronache, al primo di ogni maggio, per la festa di Sant’Efisio, ultimamente appostato all’uscita della chiesa, attendendo che la statua del Santo si accinga a fendere la calca che inevitabilmente si crea nell’attesa dell’evento.

Ogni spettacolo musicale che comprenda artisti sardi in “continente” lo vede immancabilmente presente, o per lo meno sono io che ho la ventura di incrociarlo in quei casi, l’ultima volta l’8 di febbraio in occasione della “festa di compleanno” del circolo culturale milanese. Come regalo si porta dietro l’ultimo dei suoi lavori di scrittura, un libro che è uscito anche assieme alla “Nuova” alla fine dell’anno scorso: “Maria Carta, voce e cuore di Sardegna”, nel retro di copertina una citazione del “Corriere della Sera” dell’11 giugno 1982: “Ci sono donne il cui talento, la cui voce o il cui viso hanno la perfezione dei simboli, l’evidenza delle bandiere, donne che da sole rappresentano un paese. La Francia aveva Edith Piaf e il Cile Violeta Parra. La Grecia Irene Papas, una certa America Joan Baez; la Sardegna è Maria Carta”. Nel 1982 Maria ha 48 anni ed è dai primi anni ’70 (il suo primo LP: “Sardegna canta”, insieme a Tore Canu e Mariano Lilliu e Serafino Murru, suo il brano in italiano: “Alè Riva”, che inneggia al Cagliari fresco di scudetto) che si è messa sulle spalle la Sardegna e ne porta il peso. Vi è da dire che la nostra isola è stata da sempre poco raccontata e quando qualcuno lo ha fatto, è stata quasi sempre una donna. Chi sapeva qualcosa della Sardegna prima che grazia Deledda caparbiamente, in spregio a tutta una Nuoro che l’avrebbe voluta “madre di famiglia” come tutte le sue coetanee, si mettesse a scrivere le sue novelle, i suoi cento romanzi? In Italia praticamente nessuno, giusto un qualche generale sabaudo venuto da noi in cerca di miniere e minerali, nessuno nel vasto mondo. La Sardegna fece il suo ingresso tra le nazioni “civili” quando la scrittrice di Nuoro ebbe a vincere il premio Nobel per la letteratura. Era il 1926 e Grazia si pose sulle spalle la Sardegna e la portò con fatica, che l’isola non ama essere portata in giro al di fuori dei suoi confini: queste artiste che se ne vanno a Roma a sposarsi con dei “continentali qualsiasi” sanno di fuga, di gente che un po’ ripudia le usanze di sempre. Che non ne vuole sapere di vivere “da sarde”.

Eppure Maria aveva iniziato con tutti i sacri crismi del caso: a Siligo i suoi erano di una povertà “normale”, quindi impressionante per i nostri canoni odierni. Niente luce, niente acqua, niente bagno in casa. La bimba avrebbe visto morire suo padre “di povertà”, sono parole sue, che aveva poco più di nove anni. Finì presto di andare a scuola. Occorreva che lei lavorasse in casa. Per scegliersi la pietra del fiume che più le piaceva per lavare i panni: “Sa pezza manna”, la centrale delle cinque che venivano usate nel fiume, sei chilometri da Siligo, ognuna con un suo nome che la contraddistingueva, Maria si alzava poco prima dell’alba, quando ancora “le Ombre” erano padrone del paese, certo un po’ di paura le facevano, e allora si metteva a cantare, forte, con quella voce incredibile che si ritrovava. Che la faceva essere regina alla messa cantata. Avrebbe magari voluto fare come i ragazzini del paese capriole che fungessero da esorcismo, ma aveva in testa “sa corbula” coi panni da lavare. E toccava sperare che la pioggia non la sorprendesse al ritorno. Gambe e piedi erano state all’ammollo comunque, e di scarpe si poteva solo sognare. Per sfuggire a questa realtà le era servita la voce, cantava alle feste di paese e ai matrimoni, al massimo della sua popolarità riusciva a racimolare ben cento lire.

Era comunque una ragazza molto bella, occhi e capelli neri lunghi sulle spalle, nel ’57, vinta la fase regionale del concorso, andò a Pescara per la fase finale di “Miss Italia”. Tre anni dopo è a Roma dove sposa un uomo di cinema, uno sceneggiatore, conosciuto a Siligo mentre faceva ricerche per “Banditi a Orgosolo” di Carlo Lizzani. A testimone di nozze il sardo più famoso del mondo cinematografico: Amedeo Nazzari. E per dieci anni non fa che studiare canto, torna spesso in Sardegna munita di registratore, registrava canti di gruppi a tenore a carattere paesano, fondamentale l’incontro con Aldo Cabizza, fu lui ad accompagnarla sul palco nella prima gara di canto a chitarra a Condrongianus, Peppino Pippia alla fisarmonica.

Seguirono esibizioni a Oristano e Tortolì. Era il ’69.  L’anno dopo il debutto in “continente”, per lo più vestita di nero, quasi immobile al centro del palco “proprio per identificarmi nell’espressione grave delle donne del popolo della mia terra, che si muovono sempre con forme gestuali misurate” (pag.33). Da subito in grandi teatri: il Sistina di Roma, l’Olimpico, il Palalido di Milano, cantando assieme ad artisti di caratura internazionale: la portoghese Amalia Rodriguez, la brasiliana Maria Bethania, i napoletani della Nuova Compagnia di Canto Popolare, lei era già fin da subito: la Sardegna. E lo sarebbe stata sino alla fine della sua vita anche se il tumore che se la portò via tentò di minarne la vocalità (analogo il destino di Grazia Deledda, anche lei scrisse sino all’ultimo respiro). Il suo repertorio? Un esempio per tutti, accompagnata dalla sola chitarra classica incide per la RCA nel ’72 (suo sponsor Ennio Morricone) un album: “Delirio, in s’amena campagna dillirende”: una iniziale “Disisperada”, “Muttettos del Logudoro, il canto gregoriano del 1200 “Ave mama’e Deu”, “Boghe ‘e riu”. Una “Nuoresa” su versi di Paolo Mossa del 1840, tradizionali muttettos del Campidano in “Traccas”, un “Duru duru” di Aggius del 1600, un “Dilliriende” di Bitti, una “Ninna nanna ‘e Nadale” del 1700 raccolta a Thiesi da don Giovanni Sanna, “Muttettu nuoresu”. A firmare le note di copertina Giuseppe Dessì, in quell’anno il suo “Paese d’ombre” aveva vinto il prestigioso “Strega”, è allora che dichiarò: “…Dopo aver conosciuto Maria Carta, ancora una volta affermo che i soli grandi uomini della Sardegna sono le nostre donne…La sua voce pura riempie da sola spazi profondi, dove rivive la Sardegna al limita della preistoria. E quando tace riassorbe in sé questi spazi, questo tempo insondabile” (pag 39).

Vent’anni prima lo scrittore di Villacidro aveva pubblicato un saggio dal titolo “La donna sarda”, ne citiamo solo alcuni stralci: “…Una specie di matriarcato vige, in realtà in Sardegna. Direi un matriarcato clandestino, che non è tornato alle antiche forme barbariche solo per una innata delicatezza e discrezione della donna sarda…L’armonia tra i due sessi, che Lawrence esaltò parlando della Sardegna, in realtà non esiste. In Sardegna la società è formata da due parti che legano male, come una medaglia fusa in due metalli diversi…E vediamo che tutto ciò che dipende dalla donna funziona, mentre tutto ciò che dipende dall’uomo funziona male. E’ l’uomo che costruisce la casa, ma le case sarde sono tra le più brutte e le più miserabili che si possono vedere sulla faccia della terra: la donna non solo rende abitabili queste povere case, ma dà loro un’impronta di civiltà con poche cose essenziali. I tappeti che essa fabbrica sono vere e proprie opere d’arte…Solo ai tempi dei Nuraghi i sardi (maschi) fecero qualcosa di veramente importante…Ciò nonostante non si trova una sola iscrizione dell’età nuragica…Il sardo odia l’alfabeto come l’acqua. Anche l’alfabeto è spazio, come il mare. Sono due ripugnanze che si spiegano a vicenda. Non così per la donna. Ladonna sarda non odia punto l’acqua: basta vederle quando vanno al fiume, estate e inverno, indifferentemente. E di solito sanno leggere e scrivere…Osservate i fregi dei suoi tappeti, i ricami delle sue tele di lino: cervi, colombi, galli e fiori…Non basta essere fieri e virili per essere mariti di Penelope”. Maria Carta ebbe un successo planetario, cantò nei più grandi teatri internazionali, all’Opera di Parigi, a Mosca, New York, Philadelphia. Fece cinema, teatro, televisione, cosciente sempre di quello che rappresentava per il pubblico di tutto il mondo. Scrisse per “Tuttolibri”, supplemento del torinese “La Stampa” il 31 gennaio 1976: “…Avrei voluto portare Pasolini al mio paese…Avrebbe capito perchè i testi del nostro canto – come scrisse- sono elevati come la poesia d’arte, ricchi di inesausta gentilezza, di trobadorica intelligenza accanita a cimentarsi nell’allusione e nell’ermetismo allegorico: perché furono creati mille anni fa, in un’area isolata, non toccata da influenze esterne, e illuminata da archetipi di poesia come concreazione di un etnos, che ricordano uno Iacopone in natura, e cioè una natura lirica pagana, religiosa, solenne di atroce malinconia”. (pag. 53) Dice Serreli di alcuni amici suoi turisti in Thailandia, in un bar locale, interpellati da gente del posto: “Italiani?”. “Non proprio…sardi”. “Ha, Maria Carta”!

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