VELE, FARFALLE E CAMBALES: ROBERTO ZIRANU E L’ARTE DI BATTERE IL FERRO RISCALDATO

ph: Roberto Ziranu

di LUCIA BECCHERE

«L’immane tragedia della pandemia deve essere per noi tutti una rinascita, una lezione di vita che lasci un segno indelebile nel cuore degli uomini altrimenti questo grande flagello non sarà servito a nulla. Affinché l’umanità possa rialzarsi al più presto, ognuno di noi deve mettere a disposizione di chi ne ha più bisogno la sua parte migliore. Con la mia arte darò vita ad un’altra farfalla quale simbolo di quel volo metafisico che ci porterà ad essere ottimisti e a credere nella fratellanza fra i popoli». Sono parole di Roberto Ziranu, oranese con bottega a Nuoro, ex ragazzo ribelle e trasgressivo, oggi poco più che cinquantenne, artigiano e scultore del ferro: dal Covid-19 ha subito, come tanti, non pochi danni economici ma, nonostante tutto, cerca di vedere il lato positivo delle cose parlando a cuore aperto della sua vita e della sua arte.

Com’è nata questa passione per il ferro? «Nasce da molto lontano, fin da bambino giocavo a fare il fabbro coi miei fratelli nel vraile di mio padre Silverio e nonno Angheleddu. Rappresento la quarta generazione, ero un predestinato insomma. Nel 1985, dopo aver perso mio fratello maggiore Angelo di soli 19 anni vittima di un incidente in moto, abbandonati gli studi ho ripreso a frequentare la bottega di famiglia. A 21 anni ne ho aperto una tutta mia. Ricordo ancora le parole di mio padre: “Vuoi fare da solo? Ebbene vai”! Parole intrise di speranza, fiducia e libertà. Ricco del suo insegnamento fatto di sacrificio, impegno, onestà e delle mie idee, volevo misurarmi con tutti i Ziranu che mi avevano preceduto. Ho voluto collocare l’insegna sulla porta di quella che era la mia minuscola butteca situata nella strada principale, per dire: “esisto anch’io”. Nel 2004 da Orani mi sono trasferito a Nuoro con la mia famiglia».

Il lavoro d’esordio? «Una particolare ringhiera tinta di giallo: stranezza che sorprese i miei primi clienti».

Il primo pezzo di arredo? «Un canapè commissionato da un cliente di Cannigione, divano che dopo tanti anni seppi in vendita. Fui io ad acquistarlo e oggi lo custodisco nella mia officina».

Che cos’è l’arte? «Mente e cuore, un dono che un vero artista deve saper porgere. Le mani sono lo strumento che ti permettono di veicolare questo dono».

Il suo percorso artistico? «Ai primi lavori di artigianato, sono seguiti anni alla ricerca di qualcosa di diverso che desse un’altra dimensione al ferro, sprigionando l’anima fluida che il metallo racchiudeva davo vita ad una vera e propria opera, grazie al cannello che col fuoco estrae i colori dalla forma grigia del ferro plasmato e sagomato».

Quale la differenza fra cannello e pennello? «Il pennello è lo strumento che permette al pittore di realizzare i suoi quadri, di aggiungere o sottrarre colore, mentre il cannello permette di estrarre dal ferro i suoi colori, la sua anima ma non di aggiungere, rimescolare o cancellare».

Da dove viene tanta originalità e forza creativa? «Dalle mie lontane origini. Mi sono ispirato alle zappe che mio nonno realizzava per i contadini, che riprodotte in forme morbide, riavvolte e chiuse, altro non sono che delle figure arcaiche femminili, mentre l’anello dove viene ancorato il manico richiama su mucadore che copre il viso. Ritengo le riproduzioni in ferro dei corpetti femminili cuciti in raso, che mi hanno visto tra i vincitori della Biennale internazionale Roma 2018, una delle più belle opere della mia produzione artistica, un omaggio a mia madre oggi ottantenne a cui devo tanto e che forse non ho mai ringraziato abbastanza, a mia moglie sempre presente in tutto il mio viaggio nell’arte, a mia figlia ma anche a tutte le donne».

A seguire? «Le farfalle, simbolo di libertà (le ali che mio padre Silverio, venuto a mancare a 62 anni nel 2000, mi aveva dato fin da piccolo) che hanno spiccato il volo a Assisi, vicino a San Francesco, mi hanno segnato in modo indelebile per la sacralità dei luoghi. Tuttavia l’opera che mi ha proiettato nel mondo è stata la vela…».

Perché? «La genesi della vela risale al novembre 2008 a seguito dell’alluvione di Capoterra. Mentre allestivo una mostra a Nuoro in casa Chironi, nella strada antistante piena di pozzanghere ho adagiato semplici tavole a forma di zattera incastrandovi delle lame in ferro nere con su scritto “Purché la gente non anneghi ma che si aggrappi a un filo di speranza”. Avvenne poi la sua naturale evoluzione di dimensione e colore, il grigio del ferro si tinse dei colori del mare, del cielo e dell’oro».

Quali opere ritiene più rappresentative della sua realtà? «Benché in diverse forme, tutte rappresentano le fasi della mia vita. Su cambale, il sovrascarpone dedicato ai pastori e ai contadini della nostra terra, il corpetto alle donne, la vela è il mio viaggio da uomo libero sempre all’incessante ricerca della conoscenza e la

farfalla che nel suo volo perde la pesantezza della materia e si libra nell’aria, è la metafora della mia vita».

Cosa prova dinanzi all’opera finita? «Mi invade una sensazione di completezza e mi assale l’idea dell’immenso. L’opera è come uno specchio su cui ti rifletti e dove ritrovi una tua creatura che andrà in giro per il mondo».

Quale consiglio ad un giovane che vuole intraprendere il suo stesso lavoro? «Seguire i propri istinti, coltivare i suoi doni e credere in sé stesso fino alla fine».

Orani ha espresso anche il genio di Costantino Nivola: c’è qualcosa la accomuna al suo illustre compaesano? «Lui è un artista e io un artigiano del ferro. Tuttavia c’è una cosa che ci accomuna, siamo entrambi figli di artigiani: fabbro il mio, muratore il suo».

La cosa bella dell’arte? «Il privilegio di far incontrare le persone».

Roberto Ziranu, 51 anni – nato e cresciuto a Orani, prima di trasferire 16 anni fa la sua bottega del ferro a Nuoro – a breve darà alle stampe un suo libro autobiografico: racconta di un ragazzo molto fortunato che, partito da molto lontano salpa il mare e va in giro per il mondo con la sua arte e che oggi vanta numerosi riconoscimenti regionali, nazionali e internazionali, ospite in numerose trasmissioni televisive, protagonista di servizi giornalistici in quotidiani e riviste di arredamento e design come Brava Casa, Casa Viva e AD. Ha esposto le sue opere tra l’altro al Padiglione Tavolara di Sassari (1993/1997), Porto Cervo, Oristano, Alghero e Cagliari dove si trova la sua scultura permanente “La Vela” (tre metri di altezza, dedicata allo skipper medaglia d’oro Andrea Mura), poi Milano, Firenze, Padova, Torino, Venezia alla Pro Biennale dove ha portato una grande vela un quadro su lastra di ferro e colorato con la tecnica fiamma su lastra che rappresenta una città immaginaria vista con gli occhi di un bambino, con grandi palazzi in mezzo ai quali sfrecciano delle macchine a grande velocità, a Nuoro dove nella sede AREUS (Azienda Regionale Emergenza e Urgenza Sardegna) si trova il Totem Terra est mama (2,80 metri di altezza) e la grande scultura ai Caduti in guerra nell’Oristanese. E poi in Corsica, Portogallo, Londra, Qatar e New York e tante altre ancora. Lo scorso anno la sua esposizione ad Assisi è stata ammirata dai visitatori provenienti da tutto il mondo, lo ha proiettato a livello internazionale. La sua mini-personale di sei opere, prevista a Palermo alla presenza del critico d’arte Vittorio Sgarbi, è saltata per via della pandemia, così come la sua esposizione di 40 opere già programmata a Monaco è stata rinviata a data da definire.

per gentile concessione de https://www.ortobene.net/

5 risposte a “VELE, FARFALLE E CAMBALES: ROBERTO ZIRANU E L’ARTE DI BATTERE IL FERRO RISCALDATO”

  1. Non posso che dirvi grazie, grazie per le belle parole che mi avete dedicato, io finisco insieme a voi, perché senza di voi non ci sarei IO, e non esisterebbe il mio viaggio…
    Vi abbraccio , Roberto

  2. Grande Roberto un vero artista sei,nel senso più completo della parola!
    Complimenti!
    Immagino già che il tuo libro andrà a ruba,per questo ti chiedo di mantenere la mia copia che comprerò con senso di profonda stima e affetto.💖
    Ad majora semper,buona fortuna!🍀🍀

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