IL DESIDERIO DI CONOSCERE: DUE COSE IN BORSA E VIA. ED E’ STATO BELLISSIMO! UNA VACANZA IN SARDEGNA TRA DOMU ANTIGA, GERGEI ED ISILI

Domu Antiga (foto di Claudia Zedda)
di CLAUDIA ZEDDA

Sono nata testarda. E a guardarmi non si direbbe, forse. Ma sono nata testarda e con un’ottima memoria. Così succede che se un’idea mi entra dentro rimane in circolo anche per anni, nei casi più acuti per decenni: è come un veleno. A quasi quarant’anni ho imparato a gestire la cosa. Sono in grado di tenerlo a bada per qualche tempo, il veleno intendo, ma non per sempre. E così, dopo un anno che il desiderio pungente di visitare Domu Antiga mi ronzava in testa, ci sono riuscita. Ho chiuso due cose in borsa e sono partita. Ed è stato bellissimo.

Samuel e la sua famiglia. Samuel è stato fantastico. E non lo dico tanto per dire. Insieme al padre, alla madre e alla sorella gestiscono questa grande casa che antica lo è per davvero. Una casa storica, appartenuta a due donne di Gergei, destinata in parte alla vita del bestiame, che poi è stata ritrovata, adottata e ristrutturata dagli odierni proprietari.Su Instagram seguivo ogni suo passo, della casa intendo, e vederla dal vero è stato come tornare in un luogo che già conoscevo. La più grande sorpresa d’altronde è stata proprio questa: l’autenticità. Se le foto erano belle, i luoghi lo sono ancora di più. E non succede tutte le volte.Quando, dopo lunga attesa, visito luoghi che ho caricato di grande aspettativa, possono succedere almeno due cose: che l’aspettativa sia abbondantemente delusa o che l’aspettativa sia sinceramente superata. Domu Antiga non è folklore, non è relitto culturale che barcolla ma non molla, non è ricordo nostalgico dei tempi passati. Domu Antiga è tradizione che si innova, che diventa funzionale, che si adatta alla quotidianità rendendola ampiamente più piacevole da vivere. A Domu Antiga si usano gli antichi mattoni sardi, le opere di molti artigiani spiccano colorate, l’antico pozzo è funzionante e abitato da sa mama ‘e funtana, il legno dei pavimenti scricchiola davvero e tiene calde le stanze, alle pareti erbe secche profumano gli ambienti e li distinguono immediatamente come “casa”. Al suo interno si fa per davvero il formaggio, si preparano i culurgionis o i ravioli, qualcuno cucina per davvero la gallinella selvatica e la mattina c’è chi si sveglia presto persfornare biscotti al profumo di cannella e torte al cioccolato. La sera invece, sotto le stelle, si balla sardo, anche se non lo hai fatto mai prima di allora. Lo fai e senza vergogna perché le stelle non ridono di te, e l’erbetta verde, sotto i tuoi piedi ti dice che sì, puoi farcela anche tu. E ce la fai, con un grosso affanno alla fine, ma ce la fai a ballare sardo. E poi ridi, perché felice lo sei per davvero. E ti chiedi com’è che non l’ho fatto prima?Samuel è stato fantastico dicevo: mi ha accompagnato a destra e a manca con una cortesia disponibile ed inusuale. Grazie a lui ho conosciuto Daniela e Dolores Ghiani, Luigi Pitzalis, ho visitato il Pozzo sacro Coni e la suggestiva chiesetta di San Sebatiano.Tutto in un giorno? Ti starai domandando. Sì, ma lo sai che un po’ matta lo sono.

Daniela e Dolores Ghiani. Che belle donne abitano il piccolo laboratorio di Isili. Mi hanno mostrato i loro telai, i loro lavori e tutti i propri colori, naturali chiaramente. Daniela decenni fa ha frequentato un corso di tessitura, e nella tessitura ha trovato la ragione. Dolores oggi è in pensione, ma la famiglia è stata di tessitrici. Lei ragazza avrebbe voluto lavorare nel mondo delle belle arti, e ci è riuscita in fondo. Fa qualcosa di meglio che pitturare, scolpire, o fotografare, lei racconta storie con i fili.Delle janas, che loro stesse amano e cercano, mi hanno raccontato qualcosa. La leggenda del Nuraghe Is Paras ad esempio. Secondo la tradizione è lì che le fate di Isili vivrebbero, lontane dagli uomini, amanti dell’imbrunire e della notte calata la quale, laboriose e forse piccole, monterebbero all’esterno i propri telai per tessere tessuti sorprendenti.Noi da ragazzini, sfidandoci un po’, perché ne avevamo un certo timore, al nuraghe, all’imbrunire qualche giorno ci siamo andati per davvero. Ma le fate non le abbiamo mai viste – mi ha raccontato Daniela.In fondo senza saperlo lei stessa è diventata una jana tessitrice. E forse sono state proprio le fate a innestarle fra le dita quell’arte.Sul mito delle janas Dolores invece ci ha creato una vera e propria mostra visitabile ad Isili.Non sono sorelle, ma si guardano come se lo fossero. Sono amiche, sono fate e fra janas ci si capisce, evidentemente.Delle janas ho forse trovato traccia anche nei tappeti ed arazzi più antichi di Isili nei quali si era soliti disegnare un uccello con in bocca una serpe. Si tratta di un motivo insolito, che prima di allora non mi era capitato di vedere. Cosa hanno a che fare uccelli, serpenti e janas? Le fate, secondo alcune leggende, se proprio dovevano spostarsi rapidamente, erano in grado di trasformarsi negli uni e negli altri. E gli uni e gli altri, guarda caso, sono simboli di antica saggezza e potenza. Guardando quei simboli ho sentito più vicina Nil, la tessitrice del mio Janàsa.

Luigi Pitzalis il maestro ramaio. La prima volta che ho sentito parlare di Luigi Pitzalis ero a Nuoro con una delle sue strepitose creazioni in mano, che ovviamente mi sono dovuta portare a casa. Si trattava de su pratu de cassa, il piatto da caccia, se vogliamo tradurre letteralmente, il tegame che i cacciatori usavano un tempo durante le battute di caccia, per cucinare piatti semplici ma gustosi, se vogliamo tradurre non letteralmente. Ebbene dopo due anni sono riuscita ad andare a trovarlo nel suo laboratorio e ne sono stata felice. È un uomo grande e forte, e come spesso accade per gli uomini grandi, forti e dalle mani abili, gentile e generoso di racconti. Quello che ho imparato negli anni è che le cose belle, – mi ha confidato – hanno sempre un’utilità. Forse a noi sfugge, ma ce l’hanno sempre. E su pratu de cassa non fa eccezione. Consentiva di preparare piatti semplici ma gustosi. D’altronde in montagna si trovava tutto quello che serviva: erbe, carne, verdura e fuoco. Mi ha consigliato come pulire su pratu, con sale e aceto e abbondante risciacquo, mi ha mostrato come si lavora il metallo che diventerà il piatto da caccia e anche come si batte il rame. Mi sarei fermata per chiacchierare ore. Le sue ricerche lo hanno portato a ritenere che il piatto, noto in alcune zone della Sardegna, ma non in tutte, fosse utilizzato solo da famiglie benestanti, perché la caccia non era una disciplina per tutti. Forse proprio per questo il suo uso ha rischiato di perdersi. Il primo piatto l’ho prodotto su commissione. Un uomo me lo descrisse con attenzione e cura di dettagli. Ne conservava una memoria nitida e pulita – e dopo alcune insistenze glielo ha preparato, ritrovandone poi la tradizione in molte località dell’isola, ma pure d’Italia e d’Europa. Anche nel suo magico laboratorio ho trovato il ricordo delle janas, incredibile no? Con l’intenzione di mostrarmi su pratu in versione maxi (che ancora mi manca ma che prima o poi dovrò acquistare), sono passata accanto a ceste piene di campanacci, la mia nuova passione. Ne produce di ogni dimensione, dai più piccoli ai più grandi (e quando dico grandi intendo grandi per davvero) e ogni suono è diverso. Dipende da come lavori il metallo, dal suo spessore, dal batacchio, dai pascoli nei quali il bestiame gironzola. In pianura il suono è più tenue e dolce, fra i monti deve essere più acuto e stridulo – perché il pastore, è proprio vero, dalla sinfonia che le campanelle producevano, sapeva dove stava e come stava il proprio bestiame. E le janas, che amano la notte e la natura, sembra che al suono di una buona campanella, non sappiano davvero resistere. Non dubito che al suono di quelle di Luigi Pitzalis gli sia inevitabile mostrarsi.

I luoghi. Nel pomeriggio Samuel mi ha accompagnata a visitare altri due luoghi che mi sono rimasti nel cuore: il Pozzo sacro Coni (Nuragus), bellissimo, a pochi passi da un nuraghe e domu de janas (eccole che ritornano). Purtroppo è privo di acqua ma che importa: ci siamo seduti in cerchio intorno alla scalinata d’accesso e abbiamo parlato di identità, storia, lingua e magia, tanta magia sarda. Infine ho potuto ammirare la bella chiesa di San Sebastiano: la chiesa è protetta dal lago omonimo, bacino artificiale della diga de is Borrocus e raccoglie le acque del Fluminimannu. La più bella leggenda che parla del dintorno è quella di Maria Friorosa, una fragilissima adolescente, erede de sa mama e su potzu, che inabile a qualsiasi attività, a causa della sua salute, un giorno per salvare le sorelle, il padre ed un cugino assetati prende forma di una sorgente della quale non ho trovato traccia, ma che non dubito esista ancora.

La curiosità – Su sessineddu di Gergei. Esplorando la casa mi sono imbattuta in su sessineddu, ma visto prima di allora. Ho scoperto che si tratta di un oggetto protettivo fatto in occasione della festa di San Biagio (3 febbraio). Il santo (in sardo Santu Brai) sarebbe in grado, se festeggiato a dovere, di proteggere dai malanni invernali, specie dal mal di gola.Durante la festa non mancano gli elementi tipici e ricorrenti delle feste propiziatorie sarde: i bambini (in questo caso i veri organizzatori della festa), il fuoco, la legna, le erbe, i dolci e l’amuleto. Su sessineddu appunto. Lo si compone utilizzando frutta, fiori e fili del sessini, il cipero (cyperus longus) tipicamente palustre, fichi secchi, lardo e salsiccia con in aggiunta un rosario fatto in pasta e cotto al forno con il pane. Non mancano i fiori di narciso e su cordonittu, un cordoncino di lana di diversi colori. Proprio questo verrà portato al collo tutto l’anno per tutelarsi dai mal di gola.L’uso e la tradizione è unica in Sardegna e proprio per questo tanto affascinante. Quest’anno credo non mancherò all’appuntamento.

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