IO SONO L’UMILE ANCELLA: LIA ORIGONI, STORIA DI UN’ARTISTA SARDA DEGLI ANNI 40/60 TRA OPERA LIRICA, RIVISTA E TEATRO

ph: Lia Origoni

di Claudia Origoni

Questa abitudine unita al riserbo che da sempre la distingue, l‘hanno fatta apparire a molti suoi concittadini distante e diversa, mentre è solo l’abitudine professionale di una vita. Una vita ricca di successi e di riconoscimenti internazionali che però per lungo tempo sono stati misconosciuti proprio dalla sua terra. Lia Origoni è stata tra le artiste più significative degli anni 40/60 spaziando tra opera lirica, rivista e teatro, per la sua voce e per le sue capacità interpretative è stata la vedette dei teatri più importanti d’Europa: dal Teatro Valle di Roma al Winter-Garten e alla Scala di Berlino, dal Sistina e dall’Opera di Roma alla Scala di Milano, dalla Sala Pleyel e al Moulin Rouge di Parigi al S. Carlo di Napoli, dai microfoni della Rai alle tavole del teatro di prosa impegnato. Prima artista a cui la TV sperimentale di Stato nel 1939 ha concesso un contratto, prima artista italiana ad interpretare l’Opera da tre soldi di Brecht. Lia Origoni nasce il 20 ottobre del 1919 a La Maddalena, da Pietro e Rosa Francesconi, il ramo materno è di origine viareggina, la famiglia Origoni è invece tra le più antiche insediatesi alla Maddalena, è presente infatti sull’isola fin dal 1776 ed è di origine ligure – spagnola. Un certo temperamento artistico è già presente in famiglia, suo zio Giacomino Origoni infatti sarà uno tra i primi attori del cinema muto italiano, mentre la sorella Nena diventerà negli anni ’60, un’affermata pittrice con il nome di Metella Pattis. L’amore per la musica è sempre stato presente in casa, soprattutto alimentato dalla nonna e il suo temperamento artistico e la capacità di “sentire il palcoscenico” saranno ben chiari già all’età di 4 anni quando, davanti alla mitica Madre Superiore Gotteland fondatrice dell’Istituto S. Vincenzo e dall’Ammiraglio comandante della piazza, continuerà a cantare una canzoncina “ai polli porto il grano” nonostante che i mutandoni del costume di scena si fossero sganciati durante l’interpretazione. A otto anni il primo spettacolo da protagonista nell’operetta “Ricevimento di piccoli personaggi” di Costa dove, ironia della sorte, impersonerà una famosa soubrette di ritorno da grandi successi. Ma il vero debutto, la sua prima audizione, avviene nell’estate del 1934: il grande tenore Bernardo de Muro era ospite, a Caprera, della figlia de1l’eroe dei due mondi Clelia; Lia, appena quindicenne, accompagnata dallo zio Giacomino, viene invitata a cantare davanti alla tomba di Garibaldi alcune arie tratte dai ?lms di Marta Eggerth. Sia Clelia che De Muro saranno unanimi: questa ragazza deve studiare canto e dedicarsi alla musica. Proprio questo giudizio unanime e autorevole fatto da due dei simboli più prestigiosi della sua terra, la convincerà a lasciare gli studi già intrapresi di violino, e a continuare gli studi di canto.

Dopo il giudizio positivo sulle sue potenzialità Lia Origoni interrompe gli studi di violino e si impegna a studiare canto. Nel 1936 vince a La Spezia il concorso nazionale per le voci nuove, indetto dalla famosa casa di produzione bambole Lenci, e nel 1938 vince la borsa di studio del Teatro dell’Opera di Roma presentandosi alla commissione esaminatrice composta dal Maestro Sera?n, dal tenore Lauri Volpi e dal maestro Mulè con “Ritorna vincitor” dall’Aida di G. Verdi. Ma l’aria scelta dal suomaestro di canto privato non le si addice, il maestro Sera?n comprende le vere qualità dell’aspirante borsista e le chiede di imparare in pochi giorni “Io son l’umile ancella” dall’Adriana Lecouvreur di F. Cilea, che ritiene più adatta ai suoi mezzi vocali e alla sua giovane età, romanza questa che segnerà i momenti più importanti della sua carriera. Alla seconda prova risulta vincitrice.

La borsa di studio di ben 8000 lire, le apre le porte del Teatro dell’Opera dove avrà l’occasione di cantare con la Pederzini famoso mezzo-soprano; il suo talento e la sua voce la porteranno eccezionalmente a vedere riconfermata la borsa di studio ancora per un anno. Alla fine del corso si presenta all’Eiar, per un’audizione, con “Tu che mi hai preso il cuor” di F. Lehar e viene scritturata: sarà la prima cantante ad ottenere dall’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche e fonovisive un contratto, il numero 1. Le prime trasmissioni sperimentali in video, nel 1939, venivano irradiate solo per pochi apparecchi, quelli di Mussolini, del Papa, del Re e di alcuni notabili, insieme al concessionario di apparecchiature radio “Germini “ in via del Corso a Roma dove potevano essere viste dai passanti. Soltanto loro videro la Origoni, insieme agli altri cantanti dell’epoca, partecipare al primo spettacolo di musica in diretta da via Asiago. Il 1939 fu davvero un anno importante: sempre in quell’anno infatti Lia Origoni decise di partecipare alle audizioni indette per costituire il cast di una rivista della ditta Totò – Magnani. All’epoca i cantanti, pur di lavorare in una compagnia così prestigiosa, qual’era la “Totò – Magnani”, accettavano paghe giornaliere anche non elevate (30, 40 lire), mentre i grandi arrivavano a interessanti compensi (Totò 1000 lire, la Magnani 500). Lia questo non lo sapeva, il suo parametro era la prestigiosa borsa di studio vinta per ben 2 volte, e chiese quindi per la scrittura 300 lire al giorno. Quando Epifani l’impresario della rivista la ascoltò, negli studi di via Veneto mentre cantava “Tu che mi hai preso il cor…” accadde un piccolo incidente, si staccò infatti alla ?ne del pezzo, un pezzo di intonaco dal soffitto, l’impresario, attento a quello che poteva apparire un episodio banale, le chiese di riprovare e l’incidente si ripeté. Non era un caso:le vibrazioni prodotte dalla sua voce erano il motivo di tale distacco. “La parte è tua, e l’hai davvero meritata!” le confermerà Epifani. Così Lia Origoni, la cui voce era stata giudicata dal Maestro Sera?n “un campanello” per la ricchezza di armonici, debutterà il 25/12 1940 nel teatro leggero, dopo un anno di preparazione, al Teatro Valle di Roma nella rivista “Quando meno te l’aspetti” di Galdieri con Totò, la Magnani e Castellani; spettacolo che la porterà in tournée per 1 anno nei più grandi teatri italiani.

Nel 1940 Lia Origoni interpreta con Rabagliati e Delia Lodi, Tina Pica e Virgilio Riento “E’bello qualche volta andare a piedi” di Galdieri e il suo nome è “in ditta”. I teatri di tutta Europa in particolare quelli di rivista, nonostante la guerra, richiamavano numerosi spettatori, le compagnie teatrali viaggiavano e gli impresari con loro cercando nuove stelle da proporre nei palcoscenici internazionali proprio da uno di questi – il mitico impresario tedesco Duisberg – fu scritturata Lia per La Scala di Berlino. Il suo cachet era di 300 marchi al giorno per 3mesi.La Scala di Berlino era il tempio delle grandi stelle internazionali del tempo: Jacques Tati, Werner Kroll, Loni Hoiser. Insieme alla programmazione leggera la Scala era solita organizzare un concerto speciale di musica classica, appuntamento mondano di grande prestigio, al quale veniva invitata una star internazionale per un show unico. Per il recital annuale del 2 novembre del 1942 venne invitato Tito Schipa che arrivò a Berlino in compagnia di Caterina Boratto sua partner. Quest’ultima durante il viaggio, colpita da influenza, non poté cantare, Tito Schipa allora, chiese aiuto alla Origoni che già era in cartellone con il suo spettacolo e, per convincerla, Le cedette il suo cavallo di battaglia : “Core ingrato”. Fu un trionfo. Il concerto improvvisato, la confermò ancora di più nel cuore del pubblico tedesco e il teatro La Scala di Berlino la consacrerà sul suo calendario dell’anno 1943 dedicandole la copertina. Un calendario che oggi è un cimelio per i collezionisti, dove Lia viene ritratta con uno splendido abito di scena ricco di ricami e lustrini e che rimane tra le poche testimonianze di quel prestigioso teatro che sarà distrutto dai bombardamenti.
Il 1942 è un anno pesante sul fronte della guerra e la Germania soffre, ma i teatri sono pieni, le scenografie degli spettacoli erano sempre ricche e i tessuti dei costumi, lo erano se possibile ancor più. Mentre nelle strade gli ebrei camminano con la stella gialla di Davide in evidenza, Lia si scontra con Goebbels.
Notata dal Ministro per la Propaganda e l’Illuminazione del Popolo durante l’unico ricevimento a cui aveva partecipato al Club degli artisti di Berlino, Lia fu invitata ad una cena che il Ministro voleva fare in suo onore al Plaza. Lia rifiutò, nonostante le pressioni fatte dalla responsabile dei rapporti culturali Italia-Germania e dallo stesso Duisberg, preoccupato per le possibili ritorsioni che un tale gesto poteva arrecare all’intero teatro. La Origoni non cedette: “Mi ha scritturato per cantare o per andare a cena con Goebbels?” risponderà alle insistenze dell’impresario. Duisberg aveva fondati motivi di temere per il suo teatro: Goebbels era colui che aveva messo al rogo i libri, che aveva il controllo totale di tutti media (stampa, teatro, radio, cinema), era colui che aveva come massima “la propaganda è come l’arte, non ha bisogno di rispettare la verità”, era il “microfono” del Terzo Reich. La diplomazia trovò la soluzione: la cena si tenne comunque al Plaza senza la partecipazione di Goebbels; che lascerà a rappresentarlo come omaggio alla Origoni, proprio un libro, “Gli artisti italiani in Germania”. Erano gli ultimi mesi del ‘42, probabilmente se l’evento si fosse svolto dopo l’8 settembre del ‘43, l’incontro non avrebbe conosciuto uno svolgimento così elegante.

Alla ?ne del 1942 Lia affronta una tournée in Polonia e Cecoslovacchia, per le truppe tedesche e italiane in partenza verso i fronti; l’esperienza è durissima, incontrerà neve, freddo, gelo e colera, oltre al dolore e allo strazio di tanti giovani mandati a morire e alle sempre più pressanti discriminazioni razziali. A Cracovia, due episodi la feriranno in modo particolare: i bus con il reparto per gli ebrei dove, per silenziosa protesta, ogni volta che le capiterà di usare i mezzi, salirà con loro, e il divieto per gli ebrei di camminare sul marciapiede. Per quest’ultimo episodio interverrà direttamente, frapponendosi tra un ufficiale tedesco ed un’anziana donna che stava per essere fustigata per aver osato infrangere tale divieto. Nel marzo del 1943, Lia torna a Berlino, come vedette per lo spettacolo al Winter—Garten. Sul treno, avendo ancora viva l’immagine dei luoghi desolati delle campagne, è colpita dal fatto di scorgere la fiancata di un palazzo interamente rivestita dalla sua silhouette con il suo nome: Berlino non ha ancora idea di ciò che tra poco accadrà. Il Winter-Garten sarà ancora un successo prorogato sino ad Aprile. Arriva il 25 luglio e gli italiani passano dal rango di amici a quello di nemici nel volgere di una notte. Il passaggio brusco e rapido Lia lo avverte appena entra in una Caffetteria di Bergen insieme a Walter Brunelli tenore italiano. Il loro ingresso infatti è seguito da numerosi insulti, fino al giorno prima erano ammirati, le vetrine dei negozi esponevano i loro ritratti; il giorno dopo erano dei paria. Lia decide di interrompere lo spettacolo, non può cantare per un pubblico che la insulta, ma l’impresario non le scioglie il contratto, così Lia è costretta, per poter tornare in Italia, ad iniziare uno sciopero della fame. Per imporle di smetterlo, la direzione del teatro la costringerà a passare la visita medica nell’ambulatorio riservato alle truppe, mettendola in ?la con i soldati; un’altra donna forse non avrebbe accettato, e forse non avrebbe saputo tener testa al maggiore tedesco che con voce stentorea le ordinava di cantare: “Lei stasera canta,”;- Io non canto, – rispondeva Lia, e il maggiore di rimando “ Lei canta”! — “No! No!” ripeté Lia fino a spuntarla. Parte da Bergen quindi con 4 bauli – armadio contenenti tutto il suo patrimonio: i vestiti di scena. Arrivata a Berlino cerca di tornare in Italia, ma tutte le dogane sono chiuse. Solo quella di Ancona è ancora disponibile, ed è lì che con?dando nell’amico Brunelli tenore marchigiano apprezzato da von Karajan, invia i bagagli, preziosi strumenti di lavoro. Corre all’ambasciata italiana di Berlino dove otterrà, con un colpo di fortuna, la cabina diplomatica in uno degli ultimi treni in partenza per l’Italia. Questa copertura diplomatica le sarà molto utile, perché riuscirà a Monaco ad eludere i controlli: più volte gli altoparlanti chiameranno il suo nome invitandola a scendere per comunicazioni urgenti. Se si fosse trovata in un’altro scompartimento sarebbe stata fermata e riportata indietro.

Il lungo viaggio di ritorno la riporta a Roma, dove l’accolgono le macerie del mulino Pantanella, distrutto a seguito del terribile bombardamento del quartiere San Lorenzo. Accanto al mulino, abitava la sua famiglia che era stata vittima di una irruzione il 26 luglio da parte di un gruppo di antifascisti: sua sorella per lo shock perse la parola per 2 anni. Lia decise quindi di portare tutta la famiglia via da Roma e, “fatti i fagotti”, si trasferì in Toscana presso gli zii. Iniziò a dare lezioni ai ?gli dei contadini del posto, in cambio di viveri, divenendo così “proprietaria” di 1/2 maiale. I tempi erano duri per tutti, ma in campagna comunque si riusciva sempre a trovare qualcosa. Dopo poco si spostarono a Monsummano Alto presso una pensione; Lia arredò le stanze con le stoffe, con cui aveva sempre personalizzato i suoi camerini, finché una notte furono svegliati dai rumori dei carri armati del i Feldmaresciallo Kesserling che requisì l’alloggio per i suoi militari. La famiglia quindi fu costretta a trasferirsi nuovamente presso i familiari a Mosummano Basso. Lia doveva lavorare per tutti. Si presentò quindi all’ Eiar di Firenze dove c’era il maestro Barsizza e venne subito scritturata. Con il maestro Barsizza prima, e con Petralìa poi approfondirà il repertorio romantico dell’800 (Denza, Tirindelli), da Firenze passa a Milano all’Olimpia scritturata per lo spettacolo “la Scala d’ argento” di Roversi con Orazio Costa e Luciano Tajoli. Successivamente venne scritturata per una tournée (1944) a Brescia, Piacenza, Genova e poi Milano; il viaggio per alcuni tratti fu fatto con una Fiat Topolino sul cui portabagagli era stato posto il baule dei costumi. Ancora una volta il baule fu la sua salvezza: sul passo del Turchino, furono colpiti dalle raffiche di mitra di un aereo e il baule ne assorbì fortunatamente i colpi. Finalmente arrivarono a Milano piazza finale della rivista. Tutti gli alloggi liberi erano requisiti dalle autorità per sistemare ospiti improvvisi, tra cui le compagnie teatrali, e le disponibilità erano affidate ad una agenzia del governo, che destinò alla Origoni un alloggio in centro. Lia arrivò intorno alla mezzanotte, davanti ad un portone di fronte al Castello Sforzesco, la portiera, abituata a queste improvvise sveglie notturne aprì l’appartamento, e riconoscendola le chiese una foto con dedica. La casa in cui fu ospite per una notte era quella della prima moglie di Montanelli, requisita come tante all’epoca per gli usi di stato con tutto quello che vi era dentro. Non tutti gli ospiti però si accontentavano solo di dormire… alla fine del periodo di requisizione dell’appartamento infatti non furono più trovate le pellicce che erano custodite negli armadi. Non avendo altre testimonianze documentali su chi avesse abitato la casa nel lungo periodo di requisizione, la foto di Lia autografata e consegnata alla portiera, divenne l’unico indizio di una accusa infamante. Montanelli infatti usò la sua penna per lanciare velate accuse all’artista dalle pagine del Corriere. Lia immediatamente sporse denunzia, per diffamazione contro Montanelli, ma appena giunse al Commissariato incontrò il commissario Altea anch’egli maddalenino, che riconosciutala, si mise subito a disposizione. Convocò immediatamente Montanelli, e iniziò indagini e ricerche che portarono in breve all’effettiva responsabile, un’attrice tedesca che per vari mesi era stata ospite della casa. L’incontro con Montanelli fu degno di una scena di teatro, Lia che all’epoca possedeva numerose pellicce, disse al giovane e rampante giornalista: “Ho tante di quelle pellicce (erano ben 6) da poter rivestire, se vuole …Lei e tutta la sua famiglia !” ricevendone quindi le imbarazzate scuse.

Dopo Milano la Origoni andò a Venezia dove conobbe il mondo del Cinema; prese dapprima lezioni da Memo Benassi, poi da Giulio Stival che, appena la sentì recitare, le propose di
interpretare “la femme fatale” nell’ “Addio giovinezza” al teatro Goldoni di Venezia, ggiungendo al testo un quarto atto, tutto dedicato alle sue canzoni. Nel marzo dello stesso anno la ditta Origoni-Stival debuttò con “Sogni d’amore” al Mediolanum di Milano; in compagnia c’erano Lilla Brignone, Roberto Villa e molti altri attori quasi tutti provenienti dalla prosa. Alcuni testi dello spettacolo erano stati scritti da Vittorio Gasmann e da Casalbore. Durante quello spettacolo la andò a trovare uno degli impresari della Wanda Osiris che la scritturò per “L’isola delle Sirene” con Carlo Dapporto, spettacolo musicato dal Maestro Danzi: Wanda Osiris saputo l’accaduto andrà su tutte le furie riuscendo alla ?ne a portarle via la rivista. La guerra tra prime donne era ed e ancora una delle dure e sempiterne leggi dello spettacolo. A tale legge Lia si è sempre
sottratta: ha sempre preferito ritirarsi piuttosto che ingaggiare sordide trame o feroci battaglie, impersonando uno stile che l’ha sempre contraddistinta. In questo caso altre interpreti avrebbero potuto sequestrare lo spettacolo, o intraprendere battaglie legali, ma non lei: la sua rinuncia le fu contrattualmente pagata, e lo spettacolo vide la Osiris come protagonista. Mentre era a Milano, Lia aveva trasferito la famiglia a S. Michele di Pagano (Rapallo), ove, nello stesso stabile, al piano superiore, abitava Tripolina Einaudi ?glia del Presidente della Repubblica. Proprio per questa circostanza, durante una visita del Presidente alla ?glia, accadde un episodio divertente e “rivoluzionario”: le forze dell’ordine chiesero in modo non cortese alla famiglia Origoni di cedere la casa al Presidente per consentirgli un soggiorno “sicuro” nella piccola città rivierasca. Un esproprio vero e proprio senza peraltro offerta di alternative di alloggio e con gravi e ovvi disagi da sopportare. Tale richiesta non solo venne rifiutata ma per protesta l’arrivo del Presidente fu accolto dalle note della Marcia Reale (inno sardo) intonata da tutti i componenti della famiglia. In quegli anni in riviera ligure, risiedeva anche Macario, che desiderava avere Lia in un suo spettacolo: Lia rifiutò più volte, ma, dopo ripetute insistenze, accettò ad una condizione il suo nome doveva essere in Ditta. La ditta Macario-Lia Origoni debuttò quindi all’Odeon di Milano con Follie d’Amleto; lo spettacolo era composto da vari quadri in cui Lia e Macario facevano vita a sé, solo il finale li vedeva insieme.

Ma Macario difficilmente aveva l’abitudine di dividere la ditta con alcuno; quindi, disattendendo un impegno contrattuale proprio al debutto, fece uscire dei cartelloni con solo il suo nome, prontamente sostituiti durante la notte pena l’annullamento dellospettacolo. Non contento, un mese dopo, nei quotidiani fece uscire avvisi pubblicitari che promuovevano lo spettacolo: “Macario e le sue donnine”. A quel punto Lia, lasciò la compagnia e Macario, per ripicca le sequestro i “famosi” bauli. Si arriverà ad una causa legale nella quale Lia riuscirà a trarne vantaggio, mantenendo comunque buoni rapporti con Macario, e soprattutto con la moglie.

Conclusasi bruscamente l’esperienza con Macario, volle mettersi alla prova: “Voglio appurare se ancora ho voce” e con questa domanda sulle labbra, ma soprattutto nel cuore, si presentò alla Scala per incontrare il maestro Tullio Serafin che l’aveva, a suo tempo, esaminata per la borsa di studio vinta all’Opera di Roma.
L’accolse il maestro Tieri primo sostituto del Maestro Sera?n, al quale Lia espose il motivo della visita. Il maestro Tieri, chiedendole se avesse con sé della musica, la sorprese perché non aveva pensato ad una audizione, ma semplicemente a veri?care con alcuni i vocalizzi la qualità della sua voce. Le venne chiesto quindi di tornare nel pomeriggio per essere ascoltata. Lia cantò ancora una volta “lo son l’umile ancella”, alla
?ne della quale, Tieri la scritturò per la parte di Flora per Traviata dicendole: “Ci dispiace, non le possiamo offrire una parte importante, ma è sicuramente una parte molto ambita”. Era il 1946 e finalmente il massimo teatro italiano La Scala di Milano le aprì le porte. La regia era affidata al giovane Giorgio Strehler che durante le prove ammirerà la disinvoltura di Lia nell’occupare la scena al punto da dirle “A te non devo dire niente, muoviti come vuoi..” gli interpreti erano la Carosio, Tito Gobbi e Monteano.
Fu un successo, ma dopo poche recite uscì un articolo sulla stampa in cui si accusava di collaborazionismo Lia Origoni, denunciando “l’impudenza” di permettere ad una “soubrettina” di calcare il “sacro suol” del palcoscenico più importante d’Italia. Minacce varie, addirittura di bruciare il Teatro arrivarono anche alla direzione della Scala tanto da costringere il Direttivo a riunirsi e a proporle di dimettersi dal ruolo di Flora per motivi “di ordine pubblico”, offrendole in cambio, la parte di Liù nella Turandot prevista per la stagione estiva dell’Arena di Verona. Lia, chiamata per essere consultata sul da farsi, li guardò tutti, poi rivolgendosi al solo maestro Serafin chiese: “Maestro, mi atterrò alla sua risposta, lei, può protestarmi?” (con tale termine in
teatro si definisce il potere dl un Maestro d’orchestra di rifiutare un’artista per incapacità e/o scarsa preparazione) “No, io, ?glia mia, non posso” rispose il Maestro e allora lei rispose “Grazie, io non me ne vado!”. Il Teatro La Scala in quell’occasione non bruciò, e Lia concluse il ciclo di rappresentazioni conquistando il favore del pubblico, in una stagione difficile per molte cantanti, anche per la Callas che fu bocciata proprio alle audizioni della Traviata, opera questa che divenne in seguito uno dei suoi “cavalli di battaglia”. Dopo la Traviata per la stagione estiva, fu la volta dell’Orfeo di Gluck, dove interpretò Amore sostituendo alla prova generale la titolare Loretta Di Lelio, il maestro era Jonel Perlea. I costumi e le
scene, bellissime, erano di Giò Ponti, Orfeo era interpretato da Ebe Stignani che durante la Prima diede un calcio a Lia, dietro le quinte, per non aver questa osservato una regola del teatro lirico a lei sconosciuta (alla ?ne del 1° atto è d’uso che Orfeo esca solo a ricevere gli applausi). Tale gesto notato dal Maestro Perlea fu duramente rimproverato alla Stignani con un secco “Dobbiamo ringraziare Lia Origoni che ha salvato lo spettacolo”. Le repliche si svolsero con tranquillità ed armonia, e lo spettacolo riscosse tanto successo da essere incluso quale Galà per i festeggiamenti dedicati ad Evita Peron in visita in Italia. Con la sorella Emanuela, Lia decise di aprire una sartoria d’alta moda trasformando in impresa una attività che esercitava per se stessa: da sempre infatti disegnava e cuciva gli abiti di scena realizzando addirittura i cappelli. Un’attività questa, che proseguirà negli anni, ma che vedrà sempre la stessa tecnica di lavoro: il progetto dell’abito veniva sviluppato nella mente, non su disegno e le stoffe venivano drappeggiate addosso, poi si arrivava al taglio: abiti innovativi e controcorrente realizzati sempre in pochissimi esemplari che videro l’atelier Origoni organizzare s?late in tutta Italia, da Sanremo all’Excelsior di Roma e Napoli, all’Hotel delle Palme Palermo. Il periodo successivo è un po’ magro, alcuni contratti vengono annullati, e le riviste anche se qualificate, risentono di una crisi generale ed offrono limitati compensi. E’ questo il caso di “Tiremm innanz bagai”… che pur potendo contare su un cast di eccellenti attori tra cui Lia Zoppelli, Vera Wort, Mario Carotenuto, non riscosse grande successo ma Noblesse oblìge, quando Lia tornò a Roma, scese comunque al prestigioso Hotel Plaza. A Roma rincontra il tenore Brunelli e si proposero alla Rai per realizzare programmi radiofonici di qualità. Nell’estate del 1948 venne firmato il contratto per una serie di incontri radiofonici in cui sarebbe stata presentata e cantata la musica folklorica di tutti i paesi del mondo.

Durante le fasi preparatorie dei programmi Lia incontrò Giorgio Nataletti fondatore dell’Istituto per le ricerche etnografiche dell’Accademia di Santa Cecilia, membro dell’Unesco, profondo conoscitore delle tradizioni popolari dei canti e dei popoli. Un grande studioso che per primo in Italia impedì che buona parte del patrimonio nazionale italiano musicale andasse perso, soprattutto le tradizioni e i canti della Sardegna raggiungendo lungo i tratturi di montagna gruppi di pastori e registrandone i canti gli usi e i costumi, ma che purtroppo come spesso accade ai migliori, ha visto attribuiti ad altri dopo la sua morte i suoi meriti .
Da questo incontro Lia trovò nuovi spunti, ma soprattutto si appropria di quella ricchezza e di quella cultura musicale che le sarà utile per affrontare la Francia e per comprendere fino in fondo le radici e la natura della sua capacità interpretativa musicale e delle sue ulteriori possibilità come artista e come donna.
Il 1949 trascorre tra 1o studio delle canzoni du caveau, le canzoni del cabaret francese dell’800, le bergerettes con l’accompagnamento dei delicati fiati del maestro Severino Gazzelloni proposte insieme alle canzoni da ballo spagnole e del sud america dai microfoni della radio, dove nei suoi spazi e nelle sue rubriche educò alla musica migliaia di ascoltatori che le diventeranno fedelissimi, facendole raggiungere notevoli indici di ascolto. Sempre nel 1949 la Rai le tributerà un prestigioso omaggio dedicandole la seconda trasmissione delle “Vedette della Settimana” subito dopo quella dedicata a Louis Armstrong.
Il 1950 é un anno particolare ricco di successi e di soddisfazioni. Torna al Sistina con Totò in “Bada che ti mangio” uno spettacolo molto ricco sia per scenografie che per trovate tecnologiche – c’erano fontane in scena che zampillavano a suon di musica – e interpreta, per la prima volta in Italia, Polly nell’Opera da Tre soldi di Brecht per la stagione gestiva del Teatro S. Carlo di Napoli con la regia di Antongiulio Bragaglia.

L’incontro con Totò fu sicuramente importante per la crescita professionale di Lia, sia perché determinò il suo debutto nel 1940, sia perché il “maestro”, riuscì a valorizzare alcune sue caratteristiche interpretative. Una profonda stima ha sempre caratterizzato i loro rapporti, Lia ricorda infatti, che i modi le attenzioni quasi paterne che Totò le riservava all’interno della compagnia, erano fuori dalle normali regole del teatro; davanti a lei infatti Totò evitava di raccontare, come a volte è d’uso dietro le quinte, barzellette licenziose, invitandola perentoriamente ad allontanarsi; senza contare le affinità “aristocratiche” che Totò le riconosceva per alcune ascendenze nobiliari che li accomunavano. Nel 1950 Per il suo impegno in radio ed in teatro Lia Origoni vince la Maschera d’Argento, il più importante riconoscimento dell’epoca istituito da Nino Capriati.
Ancora nel 1950, nella stagione organizzata dall’An?parnaso di Roma al teatro Eliseo, Lia interpreta “Il Tenore Sconfitto” opera di straordinario impegno di Tommasini—Brancati, con la regia di Guerrieri con scene e costumi di Renato Guttuso.Nel 1951 incide a Torino per le edizioni della Fonit-Cetra la Vedova allegra, una delle sue interpretazioni più riuscite, prima di intraprendere una tournée in Egitto che la porterà ad Alessandria dove si esibisce allo Scarabèè di proprietà del Re Faruk. Al Cairo alloggiava all’Auberge de Piramide, nei pressi della spianata di Giza: ogni sera finito lo spettacolo aveva l’abitudine di camminare da sola verso le Piramidi e sedersi davanti alla S?nge a meditare, abitudine insolita e rischiosa per chiunque, ma mai una volta fu importunata. Anni dopo a Parigi, saprà dallo stesso Farouk oramai in esilio, che tutte le volte, la sua passeggiata era seguita e protetta dalle guardie del re che in incognito vigilavano sulla sua sicurezza.
Scoppiò nel 1951 la rivolta che detronizza Farouk: Lia in Egitto assiste alle azioni iconoclaste integraliste e decide di tornare in Italia. Ancora una volta per lasciare un paese in conflitto dovrà escogitare qualcosa: si fingerà malata di fegato assumendo per una settimana uova sode e whisky, il suo colorito giallognolo e malato le permetterà di essere rimpatriata ma il permesso per il rientro le costerà un paio di occhiali da sole americano, che il funzionario addetto ai visti pretenderà per apporre il visto definitivo. Tornò quindi in Italia e riprese la radio con le sue rubriche, partecipando alla realizzazione delle prime trasmissioni di Gran Varietà mentre al Teatro Quirino era impegnata nel Duello Comico di Paisiello diretto dal maestro Antonellini per la regia di Lucio Chiavarelli e il tenore Pirino anch’esso sardo, ma i palcoscenici internazionali la richiedono con insistenza ed in quegli anni Parigi diverrà il centro della sua vita artistica.

A Parigi il suo impegno si profonderà tra il Dinarzade, il famoso cabaret gestito da esuli russi, il mitico Moulin rouge, e la Radio francese, dove sotto l’abile guida di Armand Bernard interpreterà numerosi concerti di musica romantica e sotto la direzione di Wolf interpreterà Madame Butter?y accompagnata dall’Orchestra Nazionale di Francia. In Francia realizzerà e parteciperà a rubriche radiofoniche e televisive di successo. Il suo impegno musicale, la porterà a cimentarsi finanche con la musica dodecafonica partecipando ad “une causerie” del maestro Labroca, incontro tra la musica dodecafonica e la poesia ermetica.
A Parigi conoscerà J. Cocteau, Roger duca di Chayot, uno dei principi di Borbone pretendente al trono, Maurice Chevalier e Jilbert Jule Ministro dell’Interno dell’epoca che le proporrà il grande onore di divenire cittadina francese, onore questo che Lia Origoni gentilmente rifiuterà con una frase incisa e tagliente: “Dommage, je suis e je reste Italienne”. L’Italia e la Sardegna sono e saranno sempre al primo posto nei suoi pensieri e si impegna ad organizzare nel 1953 a Parigi il festival della canzone italiana alla Salle Pleyel dove, in coppia con Nunzio Gallo vince il primo premio cantando Vola, Vola. Nel 1954, a Genova, organizzerà il primo festival della canzone francese in Italia chiamando a presiedere la giuria Maurice Chevalier, questa rassegna segnerà anche il debutto come presentatore di Enzo Tortora fino ad allora conosciuto solo come giornalista. Ancora le tournèe la impegneranno all’estero prima in Marocco quale rappresentante per l’Italia del “Rèncontre à Marrakech” festival internazionale di artisti e poi in Spagna (Barcellona, Madrid). Il suo ritorno in Italia la vede impegnata su vari fronti: quello della formazione artistica che la vedrà studiare presso l’Accademia la musica antica fiorentina, il 700 e l’800 francese, e quello della espressione artistica che la vedrà impegnata in Rai e in radio. Nel 1957 in rappresentanza della Sardegna partecipa a Voci e Volti della Fortuna la trasmissione antesignana delle future Canzonissime in coppia con Gino Latilla. Lo studio di quegli anni e l’esperienza internazionale saranno le basi per quella che diverrà per lunghi anni la sua attività: la realizzazione di rubriche radiofoniche per la Rai e l’interpretazione di pezzi ritenuti “difficili” e adatti ad un pubblico selezionato. Dal 1957 infatti lavora in radio dapprima con il Maestro Ferrari, poi con il Maestro Canfora nelle rubriche “Gioia di Vivere”, con il maestro De Martino in “Per voi”, e ancora con Piero Umiliani in “Juke box sentimentale” e “Antologia di canzoni” e la “Locanda delle sette note” ?no alla trasmissione “Scacciapensieri” con Mario Gangi e Umiliani e la pianista Loredana Franceschini.
Questa attività ha educato generazioni di radioascoltatori a conoscere generi e ad apprezzare autori a volte sconosciuti.
Trasmissioni realizzate nei mitici studi di via Asiago 10, gli stessi abitati oggi da Fiorello, che vengono ancor oggi ricordate dai radioascoltatori dell’epoca come “appuntamenti” da non perdere, nei quali la voce di Lia sempre rigorosamente in diretta affrontava per loro brani antichi e moderni inventando le prime trasmissioni a tema: Amore e Gioia, Amore ed Illusione, Amore e fede ecc ecc.

Nel 1963 Lia interrompe le trasmissioni radiofoniche per dedicarsi al teatro impegnato e con Paolo Poli interpreterà “Il Mondo di acqua” di Nicolaj e “Paolo Paoli” di Adamoff riscuotendo un importante successo nei teatri di prosa italiani.

Lia Origoni, dà l’addio alle scene liriche nel 1964 con i “Concerti classici”: l’Università di Grenoble, Alessandria, e Cogne saranno le ultime tappe dei suoi incontri con il pubblico, che continuerà ad ascoltarla in radio fino al 1966. Conclusa l’esperienza artistica, sceglie di vivere per alcuni anni a Roma in una delle vie più belle del centro: Via del Babuino, alle spalle di via Margutta, a pochi passi da Trinità di Monti e da Piazza del Popolo, vero tempio della cultura artistica romana negli anni ’60. Schiva e riservata per stile e per carattere, Lia rifuggirà sempre la mondanità e le apparizioni nei luoghi della dolce vita; il lavoro ancora una volta la impegnerà in modo assoluto, ma non nel campo musicale, svilupperà invece una sua passione per le nuove tecnologie e per l’innovazione che la porterà, prima in Italia, a divulgare il metodo Sandwich di Giorgio Shenker per l’apprendimento della lingua Inglese. A Roma infatti ne dirigerà la scuola, ma soprattutto capirà con largo anticipo rispetto ai tempi, (siamo alla ?ne degli anni ’60) la necessità di formare le nuove generazioni di studenti e di lavoratori alla lingua inglese. Svilupperà quindi una serie di contatti che la porteranno ad organizzare i primi corsi di lingua inglese presso importanti aziende come le acciaierie di Terni o la Chevron: Alla metà degli anni ‘80 deciderà di tornare in Sardegna dove si ritirerà a La Maddalena con la sua famiglia. Il suo amore per l’innovazione e per le tecnologie le consentirà di essere sempre attenta ai cambiamenti della società, dei costumi e dei mezzi di comunicazione; la sua piccola casa diventerà infatti uno studio di registrazione, dove con paziente e meticolosa cura riverserà le sue registrazioni in cd di ultima generazione, imparando ad usare il computer e i suoi derivati, con una perizia degna di un giovane.
Tutto questo nella più totale riservatezza e discrezione… aveva ben ragione un severo critico che negli anni 40 la descrisse come una figura eterea che prendeva vita nel momento in cui le luci la illuminavano, e che, appena le stesse si spegnevano, avresti potuto incontrare, magari al tuo fianco in strada, ma non riconoscere, per la riservatezza e i modi composti e pacati: come si dice dell’Eleganza che c’è, proprio quando non si fa notare. La tv pubblica, la Rai radiotelevisione italiana, è stata con lei avara di riconoscimenti e di spettacoli, nonostante sia stata tra le prime interpreti di quella sperimentale del 1939 e nonostante vari testi sulla storia della tv e della radio ne riportassero le qualità. Stessa sorte ?no a poco tempo fa le aveva riservato anche la sua città natale che, inconsapevole del suo passato, non aveva pensato a valorizzarne l’opera ?no a quest’anno. Il 2007 può essere considerato davvero l’anno in cui la Sardegna, l’ltalia e anche l’Europa stanno colmando questo silenzio con celebrazioni e riconoscimenti: il 19 agosto La Patella d’argento, occasione grazie alla quale è stata pubblicata a puntate la sua vita su Il Vento e grazie alla quale molti maddalenini hanno finalmente scoperto il valore della loro concittadina. Il 29 novembre sarà la volta dell’Europa ad Alghero all’interno del progetto Equal Donn@ promosso dalla Comunità Europea in collaborazione con la Fidapa, la Regione Sardegna, il Comune di Alghero dove al Teatro Civico alle ore 21 verrà presentata Lia Origoni come esempio per le nuove generazioni di Donna impegnata nell’Arte in tempi per altro difficili per la realizzazione di professionalità femminili, fino ad arrivare al 19 Dicembre a Roma in Campidoglio dove le verrà dedicata una serata d’onore nella sala della Protomoteca. Chi ha la fortuna di incontrarla e di conoscerla stenterebbe a riconoscere in Lei la star del Winter-Garten, non c’è in Lia alcuna traccia di presunzione o di adorazione di uno splendido passato alla maniera della protagonista di Viale del Tramonto, la sua bellezza, tra le altre cose risiede proprio in questa sua inconsapevolezza di essere stata e di essere ancora, così protagonista del suo tempo. Ha attraversato un secolo, due guerre, varie rivoluzioni e altrettanti Paesi, ha conosciuto grandi personalità del mondo artistico, intellettuale e ha portato la sua Arte nel mondo con la grazia e l’eleganza di “un’umile ancella “ tutto questo condensato in una sola parola, può farci dire : ecco una Donna…

Una risposta a “IO SONO L’UMILE ANCELLA: LIA ORIGONI, STORIA DI UN’ARTISTA SARDA DEGLI ANNI 40/60 TRA OPERA LIRICA, RIVISTA E TEATRO”

  1. il 19 dicembre del 2007 sono stata la persona che ha voluto rendere a Lia un omaggio in Campidoglio. Donna straordinaria, bellissima e dalla voce ancora potente. Una persona così non poteva essere dimenticata e grazie a Claudia che me ne aveva parlato, è stato possibile farla conoscere al numeroso pubblico della sala della Protomoteca, intervenuto per omaggiarla. Bellissimo pomeriggio e entusiasmo della platea quando ha accennato un motivo del suo repertorio. Ho chiesto al Vice Sindaco di La Maddalena di dedicare a Lia un riconoscimento come cittadina. Due anni dopo, ad agosto, l’appello è stato accolto. Lia mi ha chiesto di intervenire alla cerimonia cosa che non ho potuto fare per un impegno a Dorgali, paese di mio marito. Finalmente Lia è stata presentata ai Maddalenini. Oggi coltiva le sue amate orchidee ed è lucidissima. Prima o poi andrò a trovarla. Grazie Claudia e grazie Massimiliano per aver fatto conoscere questa donna che definire eccezionale è sicuramente riduttivo.

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