NON BASTERA’ IMMERGERE I SANTI NEI POZZI: LA SICCITA’ METTE IN GINOCCHIO LA SARDEGNA E L’ACQUA DOLCE SARA’ UNA RISORSA SEMPRE PIU’ RARA

nella foto di Antonio Tarquini, il lago di San Sebastiano a Isili sotto la luce del tramonto

di Nicolò Migheli

Oltre due mesi che non piove. I bacini idrici vuoti annunciano pesanti restrizioni per la fornitura dell’acqua potabile. La Sardegna non è nuova a crisi simili. Nella sua storia i periodi di siccità sono stati molteplici. La fede popolare li combatteva con la magia omeopatica: l’immersione nei pozzi delle statue lignee dei santi e le processioni con croci fatte di erbe invocanti il dio dell’umido. Un Dionysos malamente nascosto sotto devozioni cristiane. Questa volta non sembra come le altre. Si stanno palesando tendenze che promettono cambiamenti di lunga durata. Brevi periodi di precipitazioni violente alternate a lunghe siccità.

Sarà l’acqua dolce la grande penuria di questo secolo, benché risorsa rinnovabile diventerà sempre più rara. Se nel 1950 la disponibilità di acqua dolce nel mondo era di 16.800 metri cubi per abitante all’anno, nel 2008 era già passata ai 6.500 metri cubi all’anno per abitante, per il 2025 si stima che sarà sui 4.800 metri cubi. (Atlas des Future du Monde, Virginie Raisson, Lépac 2010). Ad ogni aumento demografico corrisponde una riduzione di acqua dolce. Se a questo poi si somma l’inquinamento delle falde e dei fiumi, il riscaldamento climatico che favorisce la desertificazione, il quadro diventa molto problematico. Si stima che nel 2050 il 75% dei 9,5 miliardi di abitanti previsti, vivranno in megalopoli affollate. Persone che dovranno essere rifornite di acqua potabile.

Siamo vissuti nell’illusione prometeica che la scienza avrebbe sempre e comunque risolto ogni problema, salvo poi accorgersi che disinquinare ha costi altissimi e che non sempre sono sopportabili. Abbiamo pensato che gli ambienti compromessi fossero recuperabili. L’esperienza ci dimostra il contrario. Abbiamo creduto che i conflitti futuri fossero simili a quelli degli ultimi cinquant’anni, guerre per il petrolio e le energie fossili. Invece le prossime guerre, come quelle dell’antichità, saranno per l’acqua e le terre fertili.

Tra le tante cause del conflitto nel Medio Oriente vi è anche una variabile data dal riscaldamento globale. Tra il 2006 e il 2011, la Siria ha avuto una siccità prolungata e una consistente perdita di raccolti. Un milione e mezzo di persone su 22 milioni sono state interessate dalla desertificazione, molti agricoltori e allevatori e le loro famiglie sono emigrati nelle città, aggravando le tensioni causata dall’afflusso di profughi iracheni dopo l’invasione statunitense del 2003.

Dei 60 milioni di profughi nel mondo, molti sono migranti climatici. Persone che scappano dalla fame per impossibilità di coltivare e allevare. Tendenza destinata ad accrescersi. Nella guerra che infiamma il Levante non sono secondari gli aspetti legati all’impadronirsi delle risorse idriche; nel Golan siriano, così come per il controllo del Tigri e dell’Eufrate. Un futuro che in Africa e Asia vedrà decine di stati falliti, conflitti asimmetrici e ibridi generati da entità statali e non. Gruppi di interesse transnazionali con bilanci superiori a molti paesi, capaci di armare eserciti per l’accaparramento delle risorse.

Ritorna d’attualità il rebus di Cecil J. Rhodes, il colonialista britannico dell’Ottocento: “I poveri sono molti e aumenteranno. Non c’è abbastanza cibo per nutrirli tutti. Se non c’è abbastanza cibo faranno la fame. Se faranno la fame scoppierà la guerra civile. Gli altri paesi hanno abbastanza cibo per nutrirli tutti.” Impadronirsi delle risorse altrui è la soluzione. L’acqua dolce, insieme ai terreni coltivabili, sarà il primo bene di cui appropriarsi. Marshall B. Burke dell’Università di Berkeley in California, prevede una aumento del 54% dei conflitti armati per il 2030.

Uno scenario geopolitico favorito dalla crescita demografica e dalla riduzione costante dei beni rinnovabili. La crisi di questi anni prefigura conflitti che infiammeranno gli anni a venire. Lo sostiene Gwynne Dyer nel suo libro, Climate Wars: the Fight for Survival as the World Overheats, [Guerre a causa del clima: la lotta per la sopravvivenza mentre il mondo si riscalda] Gli eventi climatici sono diventati un moltiplicatore di conflitti, stanno cambiando le relazioni internazionali.

Le conseguenze del riscaldamento globale considerate dai centri internazionali di analisi strategiche una delle minacce emergenti. Per la sua posizione geografica la Sardegna è una terra che potrà essere investita da fenomeni di desertificazione e rarefazione delle fonti di acqua dolce. Occorrerà pensarci fin da oggi. Bisognerà riscoprire metodi antichi di raccolta dell’umidità notturna e delle acque piovane, con sistemi di capillarizzazione che convoglino il liquido in serbatoi sotterranei. Bisognerà passare a coltivazioni in asciutto o con il minimo uso dell’irrigazione; creare una cultura del risparmio. Cose fattibili. Gli israeliani nel Negev lo stanno già facendo. Abituarsi ad un mondo dove l’acqua dolce sarà il bene più prezioso. Non abbiamo molto tempo e non sembriamo volerci abituare all’idea che tutto sta cambiando velocemente.

In COP 21, la conferenza sul clima del novembre scorso a Parigi, i paesi partecipanti si sono impegnati a fare in modo che la temperatura non cresca più di 2 gradi. Si riesca o no a conseguire l’obiettivo, resta il fatto che ci troveremo a vivere in un mondo ben diverso da quello che abbiamo conosciuto. Facciamo in modo però di non trovarci impreparati. Un augurio a tutti noi per il 2016 che si annuncia non facile.

http://www.sardegnasoprattutto.com/

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