LAURA FOIS INGEGNERE CHIMICO A BRISBANE IN AUSTRALIA: RITORNARE IN ITALIA? LO ESCLUDO!

Laura Fois

di Giovanni Runchina

«L’Australia? Easy living, uno dei pochi posti al mondo in cui puoi vivere in una capitale, con tutti i vantaggi e senza i problemi comuni quali la criminalità, il caos e il traffico. L’organizzazione è anglosassone e il clima è tropicale». Dalla sua casa di Brisbane, metropoli da oltre due milioni d’abitanti nello stato del Queensland, Laura Fois trasmette entusiasmo: «Sono qui dal 2006 e da un anno ho pure la cittadinanza; sono andata via dalla Sardegna in un momento di insoddisfazione lavorativa, non avevo stimoli e nemmeno possibilità di crescita, avvertivo un senso diffuso d’immobilità che mi faceva stare male». Quarant’anni, quartese, – laurea in ingegneria chimica all’università di Cagliari con Erasmus di un anno all’Imperial College of Science, Technology and medicine di Londra – deve la sua seconda vita professionale proprio a quel lavoro che le andava stretto: «La compagnia in cui ero assunta aveva bisogno di un consulente da mandare in Australia, per la precisione a Collie in West Australia. L’occasione era troppo ghiotta perché me la lasciassi sfuggire». Nell’estate del 2006 Laura – allora poco più che trentenne – coglie la sfida e parte: «Appena arrivata, ho notato subito la differenza abissale in termini di opportunità rispetto all’isola e all’Italia in generale, tanto che un’azienda locale mi ha cercata quando stavo esercitando l’attività di consulente da nemmeno un mese. Ho fatto diciotto mesi nella raffineria Worsley, cinque anni nell’azienda Honeywell, nel 2012 sono passata alla Santos (South Australia and Northern Territory Oil Search), compagnia nata sessant’anni fa nell’Australia del Sud, con sedi nel Queensland e in West Australia, Papua Nuova Guinea, Vietnam e Indonesia». All’interno del colosso energetico, Laura ricopre un ruolo di primo piano: «Sono operation engineer e DOA (Delegation of Authority) per l’area delle Eastern pipeline, tubazioni che convogliano il gas dalle stazioni di compressione agli impianti di liquefazione in Queensland. Io garantisco l’operatività della GTP (Gladstone Trasmission Pipeline), la tubazione ad alto rischio che trasporta il metano sino alla costa da dove – a breve – partiranno i primi cargo di forniture per la Corea e per il Giappone. La GTP fa parte di un progetto internazionale che unisce altri giganti del settore quali Petronas, Total e Kogas; tra i nostri clienti ci sono molti operatori domestici. Oltre a quest’incarico sovrintendo alle procedure dell’impianto nel suo complesso; gli uffici e la sala di controllo sono a Brisbane ma il mio team si occupa di 1880 chilometri di tubazioni localizzate nel Queensland. La mia posizione è un ottimo compromesso fra impegno in impianto e in ufficio». Crescendo di responsabilità, dovuto a due fattori: attitudini individuali e caratteristiche del sistema lavoro. «Il mio approccio è sempre stato apprezzato, non mi sono mai tirata indietro con la scusa “that’s not my job” e questo mi ha aperto molte porte. Quando sono arrivata, l’Australia era un paradiso per gli ingegneri; le possibilità erano molte e varie e s’incoraggiavano i cambiamenti. Essere contrattisti è comune, gli stipendi ovviamente tengono conto del rischio legato alla durata limitata dell’incarico. Le aziende possono contare facilmente su specifiche professionalità anche per brevi periodi mentre il lavoratore accetta la minore sicurezza, ma senza l’incubo della precarietà economica. La mobilità nei ruoli è preziosa perché abbatte il rischio di avere collaboratori demotivati o scontenti». Il reclutamento quindi è cruciale: «Si tende a favorire il gruppo per cui l’ambizione non deve essere mai eccessiva, altrimenti ha l’effetto di sgretolare i team. Si cerca la persona giusta per quella posizione ben definita. Troppo spesso in Italia ho sentito la frase “noi assumiamo solo i migliori” ma è un approccio semplicistico che privilegia solo la competizione. Non si può costruire una squadra solo con potenziali amministratori delegati d’azienda». La formazione tiene ovviamente conto di queste necessità: «I laureati australiani, gli ingegneri ad esempio, hanno un bagaglio di nozioni pratiche che li rende più pronti, rispetto a quelli italiani. Merito di un percorso che prevede stages in aziende e impianti. La mia preparazione è stata ben più nozionistica e disconnessa rispetto al lavoro. Quando ho finito l’università, modellavo i sistemi più svariati, rigiravo equazioni differenziali ma sapevo a mala pena cosa fosse una valvola a sfera. In genere penso che un neo laureato australiano abbia bisogno di meno tempo per diventare produttivo rispetto a un collega italiano». Ma per inserirsi bene in una realtà culturale così diversa servono anche altri requisiti: «È fondamentale avere una buona conoscenza della lingua perché senza una comunicazione efficiente non si va da nessuna parte. Consiglierei un corso di pronuncia che aiuta non solo a farsi capire ma a comprendere come parlano i madrelingua. Può sembrare ovvio, ma cercare di integrarsi è la parte più importante sia dal punto di vista sociale che lavorativo. Partecipare a eventi, parlare con le persone, fare corsi professionali, evitare di chiudersi in un gruppo isolato di connazionali». Il futuro è per il momento ancora in Australia: «Io e mio marito – anche lui sardo – stiamo comunque pensando di riavvicinarci, trasferendoci in Europa. Escludiamo l’Italia, entrambi non riusciremmo a viverci serenamente».

http://www.sardiniapost.it/

6 risposte a “LAURA FOIS INGEGNERE CHIMICO A BRISBANE IN AUSTRALIA: RITORNARE IN ITALIA? LO ESCLUDO!”

  1. Appu sballiau tottu: deppiu fai s’ingegneri, abarrai in cittadi e cabai innoi prima! purtroppo l’articolo sulla mia esperienza avrebbe tutta un’altra direzione molto meno entusiasmante. Son contenta per Laura

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