IL MITO DELLA 66 ROUTE AMERICANA: UN VIAGGIO EMOZIONANTE, UNA TERRA SELVAGGIA CHE PER CERTI VERSI RICHIAMA LA SARDEGNA


di Isabella Ibba

Quando dalla Sardegna mi sono trasferita a Milano per lavoro, mai avrei pensato che un giorno potessi coronare uno dei miei tanti sogni: attraversare gli Stati Uniti nella mitica Route 66.

Sono sempre stata abituata a girovagare sulla mia isola “on the road”, fermandomi quando un paesaggio mi colpiva per la sua luce o per a sua atmosfera, quando trovavo nelle persone che incontravo similitudini con il mio modo di essere e di sentire il mondo che mi circonda. E qui che nasce la voglia di andare oltre, di spingersi dove prima eri stato solo nei sogni, sulla strada più famosa d’America! Un viaggio che non è un viaggio, ma un modo di vivere e sentire! Ho scoperto che la provincia americana è molto simile a quella della mia Sardegna. Lunghe distanze e spazi nfiniti, strade quasi deserte, luci e atmosfere che si susseguono; ma se ti fermi per caso in un piccolo paese, ti immergi nelle vite nascoste tra una casa e un negozio, tra una scuola e un parco, in un bar; lì ti meravigli per l’accoglienza e l’ospitalità. Più di una volta mi son trovata con la colazione o il pranzo pagato dal vicino di tavolino, solo perché leggevano nei miei occhi l’entusiasmo di conoscere quei posti che per loro erano semplice quotidianità. La cosa più bella è che anche tu puoi lasciare una parte di te e della tua storia in ogni angolo della terra! Così, nel mio piccolo, ho portato in giro per l’America una parte di me, delle mie tradizioni e della mia cultura, lasciandoli nei ricordi delle persone che ho incontrato attraverso i miei racconti. Con alcuni di loro sono ancora in contatto e spero un giorno di poterli nuovamente incontrare!!

Oltre 4.000 Km on the road  e 15 giorni per attraversare 12 stati. Quando io e la mia amica Vanessa abbiamo deciso di avventurarci nella mitica Route 66, non avevamo idea di cosa ci aspettasse realmente, ma, durante questo straordinario viaggio, abbiamo scoperto che realtà e legenda possono coesistere nella medesima dimensione. Con l’immaginazione abbiamo fantasticato sulle storiche immagini dei road movie americani, come “Thelma & Louise” o “Easy Rider”, ma ciò che ancora non sapevamo era che il nostro viaggio ci avrebbe catapultato indietro nel tempo di oltre 50 anni.

In fondo viaggiare “a caccia della 66” significa andare a ritroso nel tempo, fino al 1926 quando viene ufficialmente inaugurata e quando Henry Ford annuncia a Detroit la massiccia produzione in serie delle sue auto. Prende il via un periodo di boom economico che in 40 anni porta alla nascita, ai bordi della main street d’america, dei primi cinema drive-in, delle leggendarie insegne al neon, dei numerosi loghi delle stazioni di servizio “Phillips 66” e dei chioschi di hamburger drive through. L’automobilista si imbatte in gigantesche insegne poste ai lati della strada che promettono meraviglie come finti attacchi fra cow-boys e indiani, insidiosi cobra nelle fattorie e cose simili. Questo retaggio culturale in continuo movimento, la nascente industria del turismo, i riflessi scintillanti delle vernici e delle cromature, rappresentano il progresso, ciò che spinge masse di cittadini ad andare verso ovest, un po’ per necessità e un po’ perché attratti dalle promesse di prosperità e ricchezza.

Ma la vera magia di questi luoghi risale all’intramontabile mondo mito della “rincorsa del West”: carovane di servi e braccianti ribelli, diseredati e vittime della Grande Depressione, voltano le spalle ai latifondisti europei, sbarcati sulla costa atlantica, per dirigersi a Ovest, cullati dal sogno di poter possedere una terra propria.

Dopo esser stata la protagonista di alcuni componimenti poetici, come quelli Kerouac e di altri esponenti della beat generation, la strada diventa un modo concreto per far viaggiare i propri sogni, partendo da Chicago fino a raggiungere la California. La strada non è più solamente un luogo di transito, ormai si afferma come un vero e proprio fenomeno di costume, uno stile di vita, una moda, un sinonimo di libertà, un cavalcavia di ogni frontiera. E allora, tutti a dormire nei Motel con le insegne al neon, mangiare in una tavola calda, muoversi in auto, in moto, su un bus Greyhound o semplicemente facendo l’autostop.

La voglia di viaggiare si fonde con la voglia di andare. Comincia così il nostro viaggio sulla Route 66.

Dopo tre giorni in giro per Chicago, saliamo a bordo della nostra super auto e dall’incrocio tra la Adams e la Michigan, luogo in cui ha fisicamente inizio la mitica Route 66, ci dirigiamo verso Ovest, destinazione molo di Santa Monica. Ben 2400 miglia ci attendono. La nostra compagna di viaggio è la radio. Percorrere la Route 66 è come vivere un lungo film d’avventura, in cui non può mancare una colonna sonora. Le radio e la musica, come i Fast Food e i Motel, sono un pezzo d’America e fanno parte del fascino e dello stile della Route 66. Ascoltando John Denver, finestrini aperti e capelli al vento, ci lasciamo alle spalle lo skyline di Chicago.

L’insegna  Route 66 spunta all’improvviso in prossimità del villaggio di Wilmington, dove ci imbattiamo nel primo dei tanti muffler man: il famoso Gemini Giant, un enorme pupazzo raffigurante un astronauta. Durante gli anni 60 questi enormi personaggi in fibra di vetro servivano per attirare clienti nelle numerose attività che nascevano lungo la strada. Ad Atlanta ne incontriamo un altro: stavolta si tratta del Tall Paul, il mitico taglialegna Paul Bunyan, che stringe in mano un hot dog dalle dimensioni epiche. Attraversando le verdi praterie del Missouri, raggiungiamo St Louis …e il suo grandissimo arco: il “Gateway Arch” di Eero Saarinen, porta simbolica verso il West.

La campagna rurale dell’Oklahoma nasconde l’America tradizionale, quella delle vecchie stazioni di servizio, delle poste dei pony express, delle caffetterie familiari…insomma la mitica provincia americana. Passando per Erik, impossibile non far visita ad Harley e Annabelle. Favolosi è la parola che meglio li descrive. Vestiti ancora da figli dei fiori, vivono nella piccola cittadina dove sono proprietari di un negozio strabordante di cimeli della Route, che è in realtà un’arena in cui, insieme ai loro visitatori, si esibiscono cantando. Ci ritroviamo così con un tamburello in mano, insieme a un gruppo di motociclisti, a intonare una rivisitazione della famosa canzone, “get Your Kicks On..Route 66” che cantava Nat King Cole negli anni 40, invitando tutta l’America a divertirsi. È un loro modo speciale di far vivere ai visitatori lo spirito della vecchia madre.

Prima di proseguire scopriamo una pasticceria molto carina: The Sugar Shack. L’arredamento e gli oggetti al suo interno sono tipici degli anni 60; in bella mostra in vetrina, ci sono invece tante torte e dolci coloratissimi tra cui scegliere. La proprietaria Cathy Shirey, gentilissima ci accoglie con un sorriso e ci offre il caffè. La semplicità e la cordialità delle persone che incontriamo ci stupiscono e ci affascinano.

Attraverso gli antichi territori di caccia al bisonte, delle grandi tribù indiane dei Cheyenne e degli Arapaho, giungiamo in Texas. Sulla strada un vecchio mulino ruota solitario in un campo di grano. Ci addentriamo nelle suggestive piane desolate: regione di cowboys, pozzi di petrolio e grandi ranche. A Groom vediamo la Water Tower inclinata, che insieme al Cadillach Ranch di Amarillo, costituiscono due particolari attrazioni della Historic Route in Texas. Ad Adrian siamo a metà strada, 1139 miglia per arrivare a Los Angeles, 1139 miglia fatte da Chicago. Il caffè del Midpoint offre una buonissima torta chiamata “brutto pasticcio”. Un simpatico texano col cappello da cowboy ci offre un caffè. La cordialità della provincia americana comincia a diventare una piacevole abitudine e si riparte, sempre col sorriso sulle labbra.

Il paesaggio brullo che segue quello del Texas ci avvisa che stiamo raggiungendo il New Mexico; qui non abbiamo bisogno della radio. Il silenzio delle vaste distese aride e delle montagne rocciose sembra rimandarci la voce degli indiani, che per secoli hanno vissuto nascosti in mezzo ai canyon. Al calar della sera tutto s’incendia e le prime stelle si affacciano su di noi. Vale la pena fermarsi ad ascoltare il sussurro della notte.

L’alba ci mostra le tipiche case Adobe dai variopinti colori della terra che si stagliano contro l’azzurro del cielo: siamo a Taos. Gli indiani del Pueblo sono persone molto riservate, ma col passare degli anni hanno capito che essere più espansivi con i turisti va a vantaggio del loro stesso sostentamento. Sulle facciate delle abitazioni sono appese trecce di peperoncini rossi e nell’aria si diffonde il profumo del pane appena sfornato: riaffiorano, come per magia, ricordi della nostra infanzia. L’atmosfera del villaggio è quasi mistica e, non a caso, nei dintorni è possibile visitare il Santuario di Chimayo, da tutti conosciuto come la Lourdes Americana. Al suo interno una curiosissima cappella chiamata del Santo Nino di Chimayo è interamente stipata di ex voto, soprattutto calzini e scarpine colorate di bambini.

Lasciando il New Mexico, facciamo sosta all’Aurelia’s Diner: il tempio del miglior Chili! Tom e Michelle Duckett accolgono tutti col sorriso e tanta cortesia. L’arredamento ha un’aria pulita e frizzante, con decorazioni bianche e rosse, tipicamente anni 60, che col sole della sera ci regalano una visione dalle cromature spettacolari. Prima di arrivare in Arizona è d’obbligo una sosta a Gallup. La città offre una sistemazione imperdibile per la notte: l’Hotel El Rancho. Sembra di essere sul set di un vecchio film western, inoltre ogni stanza ha il nome di una celebrità che vi ha soggiornato in passato: John Wayne, Katherine Hepburn, Spencer Tracy, Kirk Douglas, Humphrey Bogart e anche presidenti come Reagan ed Eisenhower.

Attraversiamo il cartello che segna l’entrata in Arizona, forse lo stato più affascinante. Poco prima di giungere a Holbrook, davanti ai nostri occhi si apre l’ingresso del Petrified Forest National Park, il parco di conifere fossilizzate dalla cenere vulcanica, che comprende il Peinted Desert, l’incredibile distesa di tavolati d’argilla cangiante. Percorrendo le sue strade, il silenzio ci accompagna con lievi soffi di vento brullo.

Passiamo poi per Holbrook, dove il Wigwan Motel è una delle attrazioni più caratteristiche: un hotel costituito da 16 teepee in cemento per giungere a Flagstaff. Questa cittadina si trova all’inizio delle zone più interne e selvagge dell’Arizona, in cui si ha un primo assaggio del West. Non tanto per il clima mite e temperato per i boschi che la circondano, ma piuttosto per l’atmosfera, che nel centro cittadino fra la vecchia stazione e i numerosi locali, è molto suggestiva. Non siamo molto distanti dal Grand Canyon, sulla strada infatti cominciano ad apparire i primi cartelli che segnano le indicazioni per raggiungerlo. Non fa parte della Route, ma da anni è divenuta una deviazione obbligatoria per tutti i viaggiatori, e anche per noi sarà così.

Poco prima di giungere a Williams, svoltiamo sulla 64, una lunga strada circondata di pini, rocce rosse e marmo nero che miglia dopo miglia si srotola ai nostri piedi per portarci di fronte alla più grande pagina della storia geologica del mondo. Questo è il Grand Canyon National Park: il risultato di 6 milioni di anni di erosioni, cedimenti ed eruzioni vulcaniche. La contemplazione di questo meraviglioso spettacolo della natura annulla il tempo e qualsiasi distanza, liberando emozioni, pensieri e sogni. Al calar della sera si torna però alla realtà; ormai gli ultimi raggi di sole accendono i picchi rocciosi per poi inghiottirli silenziosamente nel buio.

Il viaggio sulla Mother Road continua attraverso distese polverose e assolate punteggiate da cactus. Ci accompagnano Keith Urban con la sua “Sweet thing”, l’aria calda della sera e l’odore dell’asfalto. Incrociamo e sorpassiamo numerosi camion, probabilmente gli stessi che ritroviamo in sosta all’Hackberry General Store, un must assolutamente imperdibile.

Quella che sembra una vecchia stazione di benzina si rivela una delle attrazioni più interessanti da visitare lungo la Route 66: non vende gas ma quasi ogni cosa che abbia a che fare con la vecchia Route. Un luogo pieno di cimeli e auto d’epoca memorabili.

Bevendo una bibita ghiacciata, servita dallo stesso proprietario John Pitchard, sfogliamo le innumerevoli mappe, i libri, curiosiamo tra segnali e manufatti sulla Route 66, lasciando che i ricordi di un’epoca meravigliosa si risveglino nella nostra mente.

A Seligman, non può mancare una visita ad Angel Delgadillo, storico barbiere della Route, nonchè fondatore della Historic Route 66 Association: un’organizzazione nata per ridare vita, lustro e interesse turistico a luoghi altrimenti destinati a perdersi nella memoria. Da quì raggiungiamo un’altra pseudo-città fantasma: Afton. In questa piccola cittadina è quasi impossibile non imbattersi nella Afton Station di Laurel e David  Kane, proprietari della vecchia stazione di benzina Packards del 1930.

Entrando ti accorgi che non è solo un piccolo gioiellino della Route, ma un luogo in cui i viaggiatori stanchi possono fermarsi per una sosta, scambiare quattro chiacchiere con Laurel o con qualcuno dei volontari che ogni giorno, attraverso i loro racconti, fanno sì che la Route esista ancora. Ron Jones è uno di loro. Meglio conosciuto da tutti come “Tattoo Man”, Ron è un uomo la cui passione per la strada è così profonda da imprimersela sulla pelle. Nel giro di 10 anni tra schiena, gambe e braccia ha raggiunto il numero di 81 tatuaggi, tutte icone provenienti dalla Route.

La bellezza del viaggio on the road sono gli incontri. Conosci personaggi pazzeschi ma anche persone come noi, con cui puoi condividere storie, emozioni e sogni. Dopo poche parole ti senti parte di quella storia, come se anche tu l’avessi vissuta e ti sembra di essere sempre stata lì, da tempo immemore.

All’improvviso, quella che sembra una strada trafficata lungo un rettilineo che si perde all’orizzonte, oltre la curva, ti ritrovi ad attraversare una delle tante città abbandonate e in rovina, perché tagliate fuori dal flusso del traffico delle nuove interstate. Pit-Stop. Il silenzio, rotto solo dal vento e dal cigolio di una vecchia insegna arrugginita, è quasi palpabile. L’atmosfera che si respira è magica e inquietante. Non sono luoghi tristi ma parte della strada e della sua storia e, come tali, vanno visti per capire l’importanza della Route e chi l’ha realmente vissuta.

In lontananza, come il richiamo di una cometa, vediamo la luce di El Dorado. Dalla collina di San Bernardino, un tappeto di migliaia di luci si srotola fino all’oceano. Los Angeles ci accoglie in tutta la sua magnificenza al calar della sera. La Dream Factory, sempre soleggiata, con distese di palme, grandi auto e bellissima gente, è presto sotto ai nostri piedi. La Route 66 si trasforma così nel viale di Santa Monica, attraversa Hollywood e Beverly Hills fino a terminare sulla Santa Monica Boardwalk e quindi sull’Oceano Pacifico. Di fronte alla targa che idealmente segna la fine della Mother Road d’America, i nostri pensieri vanno alle generazioni di persone che per oltre 50 anni sono arrivate fino a qui con la meraviglia negli occhi e la speranza nel cuore.

La R66 è a rischio estinzione ma, grazie alle persone che ancora la vivono e la proteggono, numerose città stanno organizzando una rete di servizi e itinerari con i luoghi più rappresentativi, anche se non è difficile incontrare luoghi ancora dimenticati. La sua sopravvivenza dipende da quanti ne sapranno riconoscere il richiamo e capirne la bellezza intrinseca,. Così la 66 rivive grazie alla memoria di tanti, e ora anche un po’ della nostra.

Una risposta a “IL MITO DELLA 66 ROUTE AMERICANA: UN VIAGGIO EMOZIONANTE, UNA TERRA SELVAGGIA CHE PER CERTI VERSI RICHIAMA LA SARDEGNA”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *