LA MORTE IN DIRETTA: LA TRAGEDIA CHE HA COLPITO IL PICCOLO ALFREDINO RAMPI, IL PRIMO “REALITY SHOW” DELLA STORIA


di Romina Fiore

E poi capita che delle immagini ti spingano indietro nel tempo come in un flashback senza controllo  ed ecco che, mentre in un’emittente sarda scorrono alcune inquadrature, mi ritrovo seduta in un  divano biposto, stretta stretta fra i miei genitori, incollata alla TV per seguire il tragico recupero di un  corpicino che, dal fondo di un baratro, si aggrappava alla vita.
Era il 10 giugno del 1981 e, quando Alfredino Rampi cadeva in quel pozzo artesiano largo 28 cm e  profondo 80 metri per morire dopo 3 giorni, ero poco più che una bambina.
Abbastanza grande per non ignorare la gravità della situazione, ma troppo piccola per viverne le sfumature in tutta la loro drammaticità.
Ciò nonostante in quel pozzo c’ero caduta anch’io, con tutta l’Italia.

Forse il primo reality show della storia dove, a reti unificate, ad attenderci non c’era l’happy end che avremmo voluto.
E per il quale, col senno del poi, ho valutato la goffaggine degli interventi, l’improvvisazione dei  provvedimenti, la grossolanità delle operazioni.

La televisione non era ancora attrezzata per una simile mole di diretta e, alla presenza di una sola  telecamera fissa, noi spettatori vedevamo una folla indistinta traducendone i comportamenti in un lasciapassare per la nostra tristezza o il nostro ottimismo.
Alternavamo gli stati d’animo, transitando in maniera repentina dall’uno all’altro.
Io me lo ricordo bene quel pompiere Nando Broglio che cercava di calmare Alfredino cantando con lui le canzoni dei cartoni animati.
E quel pianto, che straripava dal ventre della terra.
Un piagnucolio sempre più debole.
Sempre più stanco.
Fino a quando non si è trasformato in silenzio.
Custodito dal fango.
Io me lo ricordo bene Angelo Licheri, è rimasto scolpito nella mia memoria senza andare più via e, a distanza di trentatré anni, rammento perfettamente il suo volto.
Forse perché sardo come me, forse perché, contravvenendo alle indicazioni, era rimasto a testa in giù il doppio del tempo consentito e una volta riemerso in superficie era apparso in evidente stato confusionale.
Dopo aver recuperato la lucidità aveva pianto.
Tra le lacrime aveva dichiarato di sentirsi impotente.
Singhiozzava mentre raccontava che sarebbe bastato un soffio per recuperare quel corpicino, ma il fango lo rendeva più scivoloso di un’anguilla ed ogni tentativo di acchiapparlo cadeva nel vuoto.
Sempre più giù, proprio come Alfredino.
Come la nostra speranza di rivedere quella piccola vita nuovamente in superficie.

Dopo trentatré anni Angelo Licheri ha una gamba in meno, amputata a causa di quello che in gergo medico viene definito “piede diabetico”, e il portafoglio vuoto.
Gli amici hanno cercato di costituire un’associazione che raccolga fondi per le sue necessità e il ministro dell’Interno Maroni gli aveva rifilato, prendendone il plauso, un assegno da 10.000 euro che gli assicurava un sostentamento a malapena semestrale.
Non l’ipotesi di un vitalizio, non una rendita mensile, non un assegno di mantenimento per un eroe dimenticato.
Uno degli umili che, nell’accezione manzoniana, sono i veri protagonisti della storia.
Le cui valorose gesta restano custodite nella terra, come il corpo di Alfredino.

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