LA PITTRICE DELLE DONNE: LA PASSIONE PER IL GRANDE MONDO DELL’ARTE E LA FAMA INTERNAZIONALE DI GISELLA MURA

Gisella Mura nella foto di Giampiero Melis

di Daniela Melis

Gisella Mura è nata e vive nell’ameno paesino di Collinas, nel Medio Campidano. È qui che si dedica alla pittura dopo aver conseguito la laurea in Anatomia Artistica presso l’Accademia delle Belle Arti di Sassari. Gisella, la cui arte è molto conosciuta anche all’estero, ha esposto in diverse location, ottenendo numerosi riconoscimenti e vincendo ad oggi 38 premi in pittura e pittura estemporanea. Vanta, inoltre, un nutrito numero di mostre: inizialmente ha esposto a Sassari, Cagliari e in altri centri della Sardegna, per poi far conoscere le sue opere in territorio nazionale e internazionale. Rivista Donna l’ha intervistata per voi come esempio di grande artista e di donna determinata e dinamica.

Gisella, giovane e brava: come nasce la tua passione per il grande mondo dell’arte? Da piccola. È nata così: mia madre mi ha sempre raccontato che a 8 mesi mi ha dato una penna in mano per la prima volta e io ho disegnato dappertutto. O meglio: pasticciavo in maniera quasi compulsiva! Ho fatto fuori tappezzeria, libri, qualsiasi cosa.

In effetti la fantasia dell’infanzia è qualcosa di unico. Da bambina, quali erano i tuoi soggetti preferiti? Donne! Già da allora mi piaceva rappresentare bambine, principesse, pallavoliste. Insomma, tutti quei personaggi che popolano la mente di una bimba. Il soggetto femminile è sempre stato centrale nel mio immaginario artistico.

La tua infanzia e l’adolescenza hanno ancora un’influenza sulle tue opere? Nello specifico non credo, tuttavia son convinta che il background culturale (famiglia, scuola, società, ecc) influisca involontariamente sull’arte. C’è un quadro di Caugain che si intitola “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”: ecco, il titolo racchiude tutto!

Molte delle tue opere meno recenti raffigurano visi impauriti, sogni e incubi. Paura o rabbia? Quanto contano questi sentimenti per la tua ispirazione? Si tratta più che altro di un processo introspettivo. Nasce dalla convinzione che ogni essere umano abbia una parte oscura e una parte in luce. Io son semplicemente partita dal lato oscuro. Cercavo di esprimere ciò che riguarda la paura, la rabbia, l’odio e tutti gli altri sentimenti negativi. Lo potrei definire una sorta di esorcismo. Ci sono persone che amano vederlo e lo affrontano mentre guardano i miei quadri; altre invece non stimano queste opere: le osservano, ma non riescono a esplorarle, a infilzarle, penetrando anche in se stessi. Io son convinta che l’arte non debba essere solo quella gioiosa e felice: l’essere umano è un complesso. Son partita da lì, mentre adesso son passata alla parte in luce.

Oggi il femmineo ricopre un ruolo fondamentale nella tua arte. Donne belle, che guardano negli occhi, spesso un po’ tristi. Cosa nascondono i tuoi soggetti? Non nascondono niente in particolare: l’importante è arrivare all’anima delle persone. Parto sempre dalla convinzione che l’arte non deve essere solo gioia. Cerco di racchiudere tutto nello sguardo: ossia la vita, che è fatta di cose positive e di cose negative. Poi il fatto che siano malinconiche è forse una mia caratteristica. Non voglio che siano donne semplicemente belle che poi non trasmettono niente. L’occhio è l’anima: è il mezzo attraverso il quale esprimo la complessità femminile. Come dice giustamente nella sua recensione il Dott. Paolo Sirena, direttore del Museo “Sa Corona Arrubia”, le mie son “donne che riflettono sul proprio essere donna e sul come esserlo oggi: son esplosive, sicure del proprio io, donne che devono imporsi in una società di maschi senza perdere la propria femminilità”. Inoltre il motivo principale della mia attenzione verso la donna è dato dal fatto che essa detiene la vita. E credo che anche nel sociale la donna abbia sempre avuto un ruolo importante e lo ha soprattutto oggi.

Parliamone! Cosa pensi del ruolo della donna nel sociale? Partiamo dalla storia, che ci viene presentata come fatta da soli uomini, anche se dietro c’erano spesso grandi donne. Io son appassionata di monografie di reggenti della storia e più mi informo, più è chiaro il ruolo chiave ricoperto da molte donne. Tuttavia, per troppo tempo la loro importante figura è stata messa in ombra. Adesso non è più così, quindi è il momento giusto per farsi conoscere e farsi valere.

Perché il colore oro a ricoprire i corpi nudi delle tue donne? È partito tutto dal genere di pittura che facevo prima. Il mio tentativo era quello di rendere alto un lavoro considerato basso, come quello dei contadini o quello manuale delle donne. A me piace molto rappresentare i mestieri antichi. Cercavo e cerco un modo per elevarli, per non guardarli solo come delle cose semplici: essi sono molto di più. Li ho voluti rendere sacri e ho fatto lo stesso con la donna. Credo che l’oro sia il colore giusto per ottenere questo effetto o raggiungere questo fine. Serve per dar loro lustro.

Nei tuoi quadri molte donne, ma anche raffigurazioni del sacro e richiami a divinità pagane. Qual è la tua filosofia, come artista e come persona? Per rispondere a questa domanda devo rifarmi alla mia biografia: io ho un diploma scientifico. Molti la definiscono una scuola inutile, ma in realtà da un’infarinatura generale su tutto, comprese le nozioni di filosofia, storia, mitologia e altro ancora. Io cerco di mettere insieme tutti questi elementi che mi attirarono allora e che mi incuriosiscono ancora oggi. Inoltre ho un ottimo rapporto con la religione: son cattolica.

In effetti molte tue opere raffigurano personaggi biblici e santi. Cosa vuoi trasmettere? Con queste opere io cerco di rendere vive le figure religiose. Essi son stati comunque esseri umani, che hanno avuto un’anima, che hanno sofferto, che hanno gioito. Voglio far emergere il loro lato umano. Ad esempio, se si tratta di un quadro della Madonna col bambino, la Madonna guarda sempre negli occhi suo figlio, esprimendo l’amore materno; se è una deposizione di Cristo, essa deve riuscire a esprimere la tristezza di quel momento.

Quadri, ma anche scultura e incisioni. Le varie discipline si scontrano o si fondono? Cosa provi quando crei l’una o le altre? È uguale, nel senso che il processo creativo è esattamente lo stesso: produco quello che mi viene in mente come ispirazione. La scultura in realtà l’avevo un po’ abbandonata, mentre adesso me ne sto pian piano riappropriando. Ad esempio da poco ho creato un’opera in legno e gesso per l’evento “Un Gagliardetto per la Brigata Gramsci”.

Tra le tue opere si respira tanta Sardegna. Come senti il legame con la tua terra? E quanto influisce sulla tua arte? È il centro di tutto. Ho un legame fortissimo con la mia terra. E donne e Sardegna si fondono nel momento in cui consideriamo che la società sarda non era patriarcale, ma matriarcale. La donna ha sempre gestito tutto, anche se poi all’esterno non sembrava così: amministrava il denaro, gestiva la casa, teneva i rapporti commerciali. La Sardegna è una terra ricca di leggende, di incroci storici, di ogni religione. Ci sono, infatti, eredità egizie e fenicie: c’è un richiamo continuo a cose che adesso son chiuse in confini territoriali ben definiti e, quindi, considerati “altri” dalla Sardegna. Per esempio da noi c’è Santa Maria Angiargia (la Madonna delle acque): si dice che la sua venerazione parta da culti romani, egiziani, fenici e della dea Iside. Il patrimonio della Sardegna è qualcosa di incredibilmente meraviglioso ed è giusto averne consapevolezza.

Oltre alle donne sarde, anche maschere e richiami a paesaggi sardi popolano le tue opere. Cosa vuoi raccontare della Sardegna?Voglio raccontare proprio questo suo aspetto magico e poliedrico. Pensiamo ad esempio ai quadri che rappresentano i Mamuthones o i Boes e Merdules: visti da fuori possono sembrare qualcosa di “demoniaco”, ma un sardo sa che non è così, che son il frutto di un culto pagano. La maschera, che per un altro è un oggetto infernale, per un sardo non lo è. Tuttavia queste opere piacciono molto e d’altra parte uno dei miei obiettivi è portar fuori un po’ di Sardegna e far conoscere questi suoi aspetti misteriosi.

Molte delle tue opere hanno saltato il mare (Roma, Barcellona e Parigi). Quali sono i tuoi prossimi obiettivi espositivi regionali, nazionali e internazionali? In questo momento ho un contratto annuale con una galleria in Olanda. Abbiamo varcato di nuovo il confine e da marzo le mie opere saranno esposte allaArteerenveenart Art Gallery di Heerenven. Mi arrivano molte offerte da tutto il mondo e io sto contattando diversi operatori artistici anche all’estero, dove ci sono molte possibilità.

Vorresti continuare a vivere in Sardegna, nel tuo Collinas, o spostarti un giorno? Vediamo come andranno le cose, anche se in realtà preferirei stare qui. L’arte la si può fare ovunque, sia in un piccolo paesino che in una grande città. Cambiano solo i tragitti da percorrere o le opportunità, specialmente quella di essere presente alle mostre. Per adesso spedisco le opere e lascio che raccontino da sole me, la mia terra e le mie sensazioni.

Cosa vorresti dire alle donne d’oggi? Io spero che vinca una categoria di donne: quella delle donne intelligenti. La bellezza fisica è fine a se stessa. Una donna deve avere cervello e soprattutto deve saperlo usare. Se non lo fa, offende tutte le altre. Quindi vorrei dire alle donne d’oggi di farsi valere ogni giorno e di sfruttare al meglio quella grande arma che appartiene solo a loro: la sensibilità.

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