LA NOTTE CHE I BANDITI VOLLERO UCCIDERE LA POESIA: PERA ZUANNNE ANGIUS, CRIMINALE SINCERO


di Alberto Mario DeLogu

Pera Zuanne Angius bonorvesu era un sincero criminale, un bandito senza rimorsi e con il cuore d’ossidiana affilata, in un tempo in cui si poteva morire a poco a poco, di malattie e stenti, sotto il tacco dei baroni o il morso della tisi, o tutto d’un colpo, per una palla sul torace o una staffilata all’addome, in un vicolo di paese in pieno giorno o nel buio di un sentiero a mezzanotte.

Pera Zuanne aveva deciso sin da ragazzino che del primo tipo di morte, quella lenta, lui non voleva morire, e siccome di una morte bisogna pur andarsene, non restava che la seconda, quella spiccia e violenta.

Pera Zuanne coltivava amicizie suo pari, con delinquenti della risma di Cicciu ‘e Rosa usinesu, orfano mite trasformato in sanguinario da dieci anni di carcere ingiusto per una falsa accusa d’omicidio. Cicciu era d’animo gentile e perfido insieme, scriveva parole tenere e ardenti all’amata (“non sei tu sola che provasti gioia… sono io compagno di tanta gioia… benedetto colui che ti guida alla vera perfezione”) mentre progettava di ucciderla e rivoltellate durante un consesso amoroso e mutilarla: “le poppe e le chiome le porterò meco per una sua memoria”.

Racconta Alberto Melis che una notte Pera Zuanne fosse visitato da un’allegra brigata danzante di fantasmi, defunti del paese che lo invitarono a ballare fino all’alba, e tra questi una giovane donna – forse l’amata uccisa da Cicciu ‘e Rosa? – che gli offrì un’occasione per redimersi: quattro prove di carattere, l’ultima delle quali, la più difficile, al cospetto della felce maschio, pianta dal veleno che uccide il verme solitario, quale Pera Zuanne aveva orrore d’essere o diventare.

Voleva sinceramente redimersi e superò le prime tre prove, ma l’ultima, quella del resistere immoto ad una carica di carabinieri a cavallo con cani e schioppi, non gli riuscì: troppo il rancore, troppa la rabbia. “E la morte per piombo, da quel momento, avrebbe ripreso il suo cammino sulla terra”, racconta Melis.

E da allora fu facile per Pera Zuanne e Cicciu continuare a sgozzare uomini e donne. E con particolar fervore coloro che con le parole ci scherzano, senza sapere quanto male possano fare ad un’anima già incancrenita. E fu quasi facile, quella notte d’agosto del novantadue, per poche libbre reali che ad un fuggiasco fanno sempre comodo, agguatare e sparare a Paulicu Mossa, anziano poeta bonorvesu, orfano anch’egli, notabile e printzipale delle chiudende, sulle cui parole “un gran numero di contadini, pastori ed artigiani sardi … ha vagheggiato la donna amata … pensato il ritorno delle rondini … pianto la scomparsa di persone care”.

Per poi andare tutti tronfi, insieme a quell’altro dannato usinesu di Luisi ‘e Logu, a vantarsene con un altro imprudente mestatore di belle parole, tale Bustianu Satta nugoresu, che si faceva giornalista e dava appuntamento nottetempo in una grotta fuori paese chiamata su pinnettu.

Quella notte non ci riuscirono, quei tre angeli fatti dèmoni, ad uccidere la poesia ed i suoi maneggioni in Sardegna. Ma certo ci provarono.

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