MOTORI DI RICERCA, PAROLE E INTELLIGENZA ARTIFICIALE: ELISABETTA GOLA, LA RICERCA IN PRESTITO AL SAPER … COMUNICARE

Elisabetta Gola

di Cristina Muntoni *

Un tempo credeva che il suo lavoro di ricerca sull’intelligenza artificiale fosse un po’ come occuparsi del restauro di conchiglie: una cosa bellissima, ma completamente inutile. Elisabetta Gola, che da Sanluri era arrivata al CNR di Pisa con una borsa di studio in linguistica computazionale, ha iniziato a rivalutare l’importanza della sua ricerca quando la chiamarono da Boston. In America non era più una “restauratrice di conchiglie”, ma materiale umano raro, prezioso e ben pagato per le sue singolari competenze. La svolta è avvenuta grazie alla divulgazione di Internet. La rete e la sua accessibilità di massa hanno fatto esplodere la richiesta del mercato di chi si occupasse di semantica cognitiva e dell’elaborazione computazionale del linguaggio naturale ovvero, per i non addetti ai lavori, di un sistema che mette in relazione motori di ricerca, parole e intelligenza artificiale. La start up americana con cui collaborò è fallita dopo l’11 settembre, ma l’esperienza fatta l’ha portata a diventare Coordinatrice del corso di laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Cagliari dove insegna Teoria dei linguaggi e della comunicazione. Se quel corso di laurea oggi esiste, lo si deve anche e soprattutto alle sue battaglie. Nato con un progetto europeo il corso era destinato a morire nel 2009 quando, finiti i fondi, solo l’autofinanziamento avrebbe potuto salvarlo. Gola partecipò a una campagna di chiamata alle armi per reclutare matricole che passò dai manifesti 6×3 sulle strade a un evento di presentazione dei corsi all’Exmà. Il risultato è stato raggiunto. Scienze della Comunicazione esiste ancora e, anche se ha ricevuto i saluti istituzionali per la prima volta solo all’inaugurazione di questo anno accademico, ogni anno ha una media di 120 nuovi iscritti paganti, oltre all’entusiasmo di chi esce che, nel test di valutazione, conferma che tornando indietro lo rifarebbe. «Non è stato facile perché tutti ci hanno remato contro», racconta dentro un paio di jeans, una collanina di legno colorata e un sorriso senza trucco che le toglie almeno 10 dei suoi 49 anni.  «Proponiamo cose troppo alternative rispetto ai canoni classici dell’università e questo genera diffidenza».

Alternativo è anche lo studio in intelligenza artificiale ed elaborazione computerizzata del linguaggio. In cosa consiste? Da quando ci ho fatto l’esame di laurea, non sono più riuscita a scrollarmelo di dosso. È un campo di ricerca in cui si tenta di “insegnare” a un computer ad elaborare dei testi riconoscendo un qualche significato. Il collegamento serve ad evitare che il motore di ricerca “peschi” cose che non servono, restringendo e precisando in modo intelligente il campo di ricerca. I computer sono elaboratori di simboli e lavorano sulla base di una certa coerenza. I linguisti computazionali lavorano sui vocaboli collegando una frase di senso a ogni parola. Ad esempio, nella frase “il cane mangia le crocchette”, il computer registra una frase con significato perché collega l’azione del mangiare ad una parola catalogata come cibo e a un essere vivente. Il sistema però si basa su un’idea di linguaggio riduttiva che lasciava scogli insormontabili, ad esempio rispetto alle frasi che hanno un significato non letterale come “Luigi ha mangiato la foglia”, o come nelle traduzioni in altre lingue dove, la traduzione letterale snatura completamente il significato delle frasi. La mia ricerca era diretta a superare questi limiti attraverso l’uso di algoritmi che permettano al computer di “capire” il significato non letterale delle frasi e non farle scartare come se fossero illogiche quando hanno un significato diverso da quello letterale.

Google usa questi algoritmi? Usa qualche sistema di ricerca semantica, ma non è completamente basato su questo. Il sistema che lo usasse a pieno permetterebbe di cercare tutti i sinonimi e le forme flesse delle parole usate dall’utente, in modo da estendere un po’ la richiesta e, se si scrivesse ad esempio:“Vorrei trovare un libro di cucina”, il calcolatore restituisca non “cose di cucina”, ma soltanto libri, oltre a tutte le cose che erano etichettate non solo con la parole “libro” ma anche ad esempio, “volume”, “testo” o “enciclopedia”.
Da esperta in comunicazione, che consigli può dare per farsi capire evitando fraintendimenti e contrasti?  Quando due persone non si capiscono non è perché il messaggio ha un problema, ma perché è la relazione tra i due che ha un problema. Se un coniuge dice “perché la lavastoviglie non è stata svuotata?”, l’altro può cogliere polemica, ma la frase in sé è neutra. I suggerimenti per una comunicazione efficace sono quelli di mettersi nei panni dell’altro, ascoltarlo, cercare di usare un linguaggio idoneo senza usare termini inappropriati e senza temere i silenzi e, infine, prestare attenzione al linguaggio non verbale su cui gioca la stragrande maggioranza della comunicazione. Solo il 7% del linguaggio verbale arriva al destinatario.
Ogni anno organizzate un evento per promuovere il corso(Com.unica senza frontiere) e nel 2013 l’avete dedicato alla comunicazione politica. Quali sono gli errori più comuni che compiono i politici nel comunicare? Quello di considerare gli elettori dei numeri e di restarne distanti. Quelli che hanno più successo sono quelli che scendono dal piedistallo e comunicano veramente. Renzi ad esempio, lavora molto su questo. Bersani, invece, pur avendo dei contenuti interessanti non riesce a farli arrivare alle persone, resta scollegato dalla base elettorale.

Il corso è incentrato sull’e-learning. Dopo otto anni, che valutazione potete fare dell’uso delle lezioni in streaming? Molto buono. Per chi lavora o abita lontano è l’unico modo per poter frequentare, inoltre permette alla Sardegna di non isolarsi. Abbiamo studenti che ci seguono da Parigi e da Bruxelles. Seguire le lezioni non è indispensabile, si può studiare un testo senza seguire, ma la comprensione cambia. Gli insegnanti, poi, sono in continuo contatto con gli studenti con cui scambiano messaggi sulla piattaforma e sui social media.

Da un anno avete attivato un Master in Management dei prodotti e dei servizi della comunicazione. Rilascia un titolo che in Sardegna può avere utilità nella ricerca di occupazione? Lo speriamo. Gli studenti di quest’anno hanno puntato sulla valorizzazione del territorio per promuovere al meglio le qualità del luogo.

Come ha inciso essere donna in posizione apicale in un settore storicamente dominato dagli uomini? In generale non mi sono mai sentita sottostimata per essere una donna anche se, a volte, ad esempio in occasione dell’organizzazione degli eventi di promozione del corso di laurea, ricevo osservazioni sul mio operato meticoloso e incentrato sulla cura dei dettagli che non ho ben capito se siano critiche o complimenti. Dicono che quei dettagli sono proprio “femminili”. In generale però c’è da dire che non è che lavorare con le donne sia più semplice. A volte sono più maschiliste degli uomini.

L’anno scorso avete portato in cattedra Jovanotti. Che reazioni ci sono state nel mondo accademico? Gli studenti erano entusiasti, i posti erano limitati e sono finiti in pochi minuti. Lorenzo Cherubini è un grande comunicatore, si dice che come cantante non sia un granché, ma il suo successo è la dimostrazione vivente che il modo di comunicare e di proporsi può superare molti ostacoli. C’è davvero da imparare da lui, ma nel mondo accademico abbiamo ricevuto anche molte critiche. Quelle arrivano sempre, ma se avessimo dovuto dare ascolto ogni volta a chi cerca di distruggere, non avremmo mai fatto nulla. Che le critiche continuino. Io non mi arrendo.

* La Donna Sarda

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