BALLADAS PRO TUDARE UNU FUSILE: IL TOUR IN SARDEGNA DI ALBERTO MARIO DELOGU PER PROMUOVERE LA SUA ULTIMA RACCOLTA POETICA

nella foto da destra: lo scrittore Alessandro De Roma, e Alberto Mario DeLogu che recita His healing hands/Le sue mani che guarivano

di Maria Adelasia Divona

“ A sos miliones de migrantes ki dae seculos zompant sos mares de mesu isperende de agatare una perra de pane, e no una canna de fusile”

E’ con questa dedica che Alberto Mario DeLogu apre Balladas pro tudare unu fusile/Ballate per seppellire un fucile/Ballads to bury a rifle/Ballades pour enterrer un fusil, un libro di 7 ballate (Ethos Edizioni) che esce a otto anni da Transamanti, suo ultimo libro di poesie, e che l’autore sta presentando in questi giorni in un tour per la Sardegna.

Autore sardo in terra sarda, si dirà; ma non è proprio così. Alberto sardo lo è, eccome, con quel senso di identità forte, un misto di attaccamento, rabbia e rivalsa che molti di noi, emigrati da anni, hanno maturato col tempo e si portano dietro come segno distintivo di una spesso dolorosa appartenenza. In terra sarda di passaggio, si potrebbe dire, perché ormai Alberto vive in Quebec, e in Canada ha messo su famiglia, con la moglie Angelica e il figlio Gabriele, che lo chiama Babbo ma interagisce con lui in inglese e francese.

Alberto ha una personalità istrionica: è sardo, ma cittadino del mondo, per via delle sue numerose esperienze da girovago, broker per un’azienda canadese, ma anche blogger, scrittore, poeta; scrive di economia, cibo, natura e soprattutto di Sardegna, con uno spazio su La Nuova Sardegna che si chiama Sardinians e riflessioni feisbucchiane che causticamente delineano i caratteri dei Sardi, argomento peraltro puntigliosamente sviluppato in Sardignolo, romanzo epistolare giunto alla quinta ristampa.

Alberto è soprattutto un poliglotta che gestisce ormai con naturalezza diverse lingue, tanto da consentirgli di esprimere il suo linguaggio poetico in quattro idiomi: sardo, italiano, inglese e francese. Nella serata di presentazione a Porto Torres presso la libreria Koinè, dove è stato introdotto dallo scrittore Alessandro De Roma, autore della prefazione in italiano delle Balladas, esordisce dicendo che essendo invidioso degli scrittori famosi che vengono tradotti in più lingue, ha deciso di tradursi le poesie da solo. In realtà i testi sono nati in lingue diverse (sardo, italiano, inglese, ma non in francese), e poi le Balladas non sono state tradotte, bensì trasposte.

La trasposizione è bene evidente: per chi è in grado di confrontarsi con almeno due di queste lingue, sarà facile coglierne la diversità d’impatto del significante. E così, trattandosi di ballate che mantengono sullo sfondo il tema della guerra (passata e presente, reale e metaforica), l’autore ha trasposto i testi immaginando come un lettore madrelingua si sarebbe impadronito delle parole. Per la lingua inglese, ad esempio, ha immaginato come un amico, soldato nero americano, avrebbe espresso la forza delle parole di Le sue mani che guarivano/His healing hands: nella recitazione dei versi fatta dallo stesso autore in questa lingua mi è sembrato di essere dentro a un film di guerra, quando nell’impeto dell’interpretazione ha esclamato Don’t move rookie, fuckin’ don’t move/Fuckin’ godless talentless villain/We’ll haul you away, don’t worry rookie/Stay with me rookie/Answer me/Stay with me rookie/Answer me, fuckin’ bastards/Answer by God, answer me. Ben diverso leggerli, per me, in italiano e tantopiù in sardo, dove il pathos delle parole non è legato ad alcun immaginario.

Balladas è diverso dalla precedente esperienza poetica dell’autore: laddove Transamanti, ad esempio, era un libro di poesie molto intimista e descrittivo, qua il focus è sulle storie che sono raccontate in ognuna di esse, narrazioni complete con personaggi che restano impressi: il nonno di S’ischeras (Premio Gramsci nel 2006), il padre e la madre in Destinos de cuna, l’”eroe” cattivo e interventista di Teniat sas manos ki sanìant.

Il sardo è usato come lingua delle origini, rappresentando il legame forte di Alberto con suo nonno, ittirese ragazzo del 1889 raccontato in S’ischeras, continuamente interrogato dall’autore sul continuum di un parallelismo tra la guerra di ieri e quella quotidiana dell’oggi. E’ una rivalutazione della lingua, lingua spregiata che il piccolo DeLogu usava per relazionarsi col nonno che gli rispondeva in italiano, in linea con lo spirito del tempo che voleva l’abbandono di un idioma figlio di miseria, ignoranza, vergogna e regresso, fuori dalla modernità della lingua nazionale. Ma la scelta redazionale del sardo usato per la Balladas, non è quella del logudorese parlato a Ittiri, lingua orale per l’autore, ma della grafia della Limba Sarda Comuna, su cui egli si è riservato di mantenere alcune varianti grafiche di Bolognesi.

Le Balladas si dovrebbero leggere a voce alta, sostiene Alessandro De Roma, e magari con un accompagnamento musicale, come quando immagina nella sua prefazione una declamazione di Ballad to Bury a Rifle con Bob Dylan in sottofondo. Trattandosi di guerre, penso che lo stridore e la profondità delle launeddas non sarebbe da meno per accompagnare Ballada pro tudare unu fusile. Ma, in conclusione, se il tema delle Balladas sono le guerre e le atrocità che si portano dietro, le differenze, le separazioni, le distruzioni, perché Alberto Mario DeLogu invita a seppellire il fucile? Perché quel fucile non spari, almeno per un po’ e le mani siano impegnate in qualcos’altro, per concludere che E zurami/mancari no nde tenzas neghe/mancari no nde tenzas dolu/ ki t’as a toccare su bonette/e in cara/semper/ as a juker sa mirada de s’amigu/e in busaca/semper/ su pane de su perdonu.

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