PER 40 ANNI UN BRONZETTO NURAGICO HA RAPPRESENTATO IL LOGO DEL “MUSEUM OF ART” DI CLEVELAND (OHIO): ABBIAMO ANCORA MOLTO DA IMPARARE SULLA GIUSTA TUTELA DEL “NOSTRO” PATRIMONIO CULTURALE!

Arciere ex Cleveland Museum of Art

di Elisa Sodde

L’associazione culturale “Un ponte fra Sardegna e Veneto” il 1 febbraio scorso ha inaugurato il suo terzo anno d’attività curando, a Noale (VE), un interessante convegno su un tema di grande attualità <<LA TUTELA DEL PATRIMONIO CULTURALE TRA VOLONTARIATO E ORGANI ISTITUZIONALI>>. Relatore e ospite d’onore il Cav. Dr. Roberto Lai, Luogotenente pluridecorato dei Carabinieri, Rep. Op. Tutela Patrimonio Culturale di Roma [vedi TIP n. 475 del 2013] che, dopo un viaggio lungo e travagliato dovuto all’eccezionale ondata di maltempo che ha colpito la Capitale e un po’ tutta  l’Italia, ci ha onorato della sua presenza.

Numeroso, attento e partecipe, il pubblico in sala che, al termine della conferenza ha gradito interagire con l’esimio relatore. Molto interessanti e fertili di spunti di riflessione gli interventi degli esponenti all’amministrazione noalese.

Il Sindaco di Noale, Dr. Michele Celeghin, ha tenuto a sottolineare la grande sensibilità sua personale e dell’intera amministrazione comunale nei confronti del patrimonio culturale del territorio e la riconoscenza verso tutti coloro che contribuiscono alla sua conoscenza e divulgazione: “Un popolo si riconosce da ciò che culturalmente ha e produce”. Prendendo spunto dal grande impegno del relatore del convegno per la riscoperta di spaccati di notevole valenza storica del suo paese d’origine, cita un’importante pubblicazione fotografica del noalese Mario Ferrante, grazie alla quale molti concittadini e non, sono venuti a conoscenza dell’esistenza della Chiesa di S.Giorgio in Piazza XX Settembre a Noale, memoria che sarebbe andata perduta, posto che l’edificio venne demolito verso la fine del XIX secolo.

L’Assessora alla Cultura, Avv. Michela Barin, dopo aver espresso la sua grande stima per l’ospite di grande spessore (che l’Associazione “Un ponte fra Sardegna e Veneto” ha condotto a Noale) e la sua terra d’origine, la Sardegna, che ha potuto visitare come turista attenta ed affascinata da tanta storia e bellezze paesaggistiche; ha ricordato la non facile opera di restauro della splendida “Torre dell’Orologio” (una delle due torri dell’antico castello di epoca medievale che insieme alla “Rocca dei Tempesta” rappresentano il fiore all’occhiello della storia di Noale che ancora tutti possono ammirare nel centro cittadino) portata a termine dall’amministrazione lo scorso anno; ha dunque concluso il suo intervento evidenziando che la responsabilità nella conservazione del nostro patrimonio storico-artistico è un qualcosa che riguarda tutti noi in prima persona e rappresenta un impegno morale che tutti dobbiamo assumerci: amministratori, associazioni e cittadini insieme.

Infine, il Consigliere Delegato all’Associazionismo, Avv. Stefano Sorino, sulla stessa linea di chi lo ha preceduto, ha rimarcato l’impegno dell’amministrazione nel portare a conoscenza di tutti il patrimonio culturale noalese, ponendo l’accento sull’estrema necessità ed importanza di investire in cultura. La cultura, infatti, può rappresentare anche un grande business per i privati, da qui la possibilità ed utilità di un diretto coinvolgimento degli imprenditori, grandi e piccoli, i quali ne avrebbero certamente un sicuro ritorno economico e d’immagine, rendendo un grande servizio alla comunità d’appartenenza.

Presenti anche gli Assessori Damiani e Gobbato e rappresentanti di amministrazioni di comuni vicini, tra cui la Vice Sindaco di Salzano, Dr.ssa Sara Baruzzo. Fra gli esponenti dell’Associazione Nazionale Carabinieri in Congedo Sez. di Noale, il Presidente, Maresciallo A.S. U.P.S. Antonio Marras, esprimendo i suoi sentiti complimenti al relatore, ha tenuto a sottolineare come la conferenza abbia non solo dato lustro all’Arma, ma altresì fatto comprendere ai cittadini intervenuti quanto importante e delicato sia il compito delle forze dell’ordine anche in un ambito così particolare e specifico della salvaguardia del nostro patrimonio storico artistico.

Il Dr. Roberto Lai ha aperto la conferenza ricordando che il territorio italiano è un immenso museo a cielo aperto e lo ha fatto enucleando una serie di dati non a tutti noti: la nostra Penisola, infatti, può vantare circa 3.500 musei; 18.500 biblioteche di cui 5.500 ecclesiastiche; 95.000 chiese e 1.500 monasteri; 6.000 siti archeologici terrestri e marini; circa 20.000 castelli e numerosissime ville, palazzi e complessi monumentali; 1.200 km di documenti d’archivio.

Ha poi proseguito parlando delle innumerevoli aggressioni a cui è costantemente sottoposto questo nostro immenso patrimonio culturale; della tipologia di beni d’arte maggiormente asportati ai privati, nelle chiese o in altri luoghi pubblici deputati alla loro conservazione e nei siti archeologici. Ha evidenziato il fenomeno degli scavi abusivi; del traffico illecito di opere d’arte italiane e non a livello internazionale; delle rotte internazionali dell’illecito nel settore archeologico ed in quello antiquariale; delle tecniche di trasporto degli oggetti d’arte trafugati e delle attività svolte in Italia e all’estero da parte del Comando TPC dei Carabinieri.

Quello italiano dei Carabinieri è, infatti, il primo reparto di polizia al mondo specializzato nella lotta al traffico illecito di beni culturali. Istituito il 3 maggio 1969 (col nome di “Nucleo Tutela Patrimonio Artistico” ed inquadrato nell’ambito del Ministero della Pubblica Istruzione), un anno prima della stipulazione della Convenzione UNESCO di Parigi del 1970 che avrebbe invitato gli Stati membri ad istituire specifici servizi finalizzati alla protezione dei rispettivi patrimoni culturali. Nel 1971 il Reparto venne elevato a Comando di Corpo e nel 1975, a seguito dell’istituzione del Ministero per i Beni Culturali, venne posto alle dipendenze funzionali di quel Dicastero, diventando Ufficio di diretta collaborazione del Ministro. Nel 2001 il Comando assumeva l’attuale denominazione di “Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale”, svolgendo compiti concernenti la sicurezza e la salvaguardia del patrimonio culturale nazionale, attraverso la prevenzione e la repressione delle violazioni alla legislazione di tutela dei beni culturali e paesaggistici.

Fra i tanti recuperi operati dal Reparto CC TPC di Roma, si è voluto far riferimento al caso dell’Arciere Nuragico Sulcitano – una statuetta bronzea di circa 22 cm trafugata sul finire degli anni ‘60 dall’area archeologica denominata “Grutt’e acqua” a Sant’Antioco (CI) – in cui proprio il Luogotenente Roberto Lai ha giocato un ruolo importantissimo: in quest’operazione ha rappresentato, infatti, il quid pluris che ha segnato la differenza sia nel rinvenimento delle tracce, sia nel successivo recupero e ricollocazione nel giusto contesto storico dell’inestimabile manufatto di epoca nuragica.

Tutto prese le mosse – durante un sequestro operato nell’abitazione di Basilea di un trafficante di reperti archeologici – dal rinvenimento di alcune vecchie polaroid ritraenti un antico bronzetto che lo incuriosirono non poco: l’intuito, la preparazione e l’esperienza portarono il Lgt. Lai a comprendere subito che si trattava di un importante traccia da seguire. Scoprì ben presto che il particolare manufatto bronzeo immortalato proveniva incredibilmente proprio da Sant’Antioco, la stessa cittadina del Sulcis dove lui era nato ed aveva vissuto prima di arruolarsi nell’Arma.

Messosi subito sulle tracce dell’arciere nuragico, seguendo i canali del traffico illegale di opere d’arte, iniziò con la passione e la tenacia che lo contraddistinguono a ripercorrere pian piano tutta strada fatta dall’antichissimo reperto: dalla Sardegna, passando per la Svizzera, fino agli Stati Uniti. 

La splendida ed intatta statuetta bronzea di pregevole fattura, di quasi tremila anni, faceva bella mostra di se, come primaria attrazione, in una delle vetrine del Cleveland Museum of Art, negli Stati Uniti, tant’è che la sua effige era assurta con orgoglio a logo dello stesso museo della città dell’Ohio.

Prima che potesse entrare in azione la diplomazia, il dr. Lai ha dovuto sfoderare tutta la sua abilità, caparbietà e grande capacità investigativa per riuscire a dimostrare che il bronzetto era stato trafugato da un tombarolo, quarant’anni prima, proprio dalla vasta zona archeologica della “Grotta dell’Acqua” dell’Isola di Sant’Antioco (CI) in Sardegna, per essere poi immesso clandestinamente e con grande lucro nel mercato illegale dei reperti archeologici.

Nel settembre del 2009, dopo oltre due anni di serrate indagini dei Carabinieri e trattative diplomatiche, finalmente, la statuetta nuragica di immenso valore, non solo economico ma, sopratutto storico-culturale, ha potuto esser ricondotta nel suo alveo identitario, nella sua terra d’origine.

L’Arciere Sulcitano Benedicente di oltre venti cm d’altezza (alto dunque quasi il doppio dei bronzetti sardi finora rinvenuti) è stato così restituito alla comunità di Sant’Antioco, ove l’amministrazione comunale ha fatto preparare una speciale teca per la sua custodia all’interno del Museo Archeologico “Ferruccio Barreca”, di cui l’Arciere è divenuto giustamente simbolo, e in cui, da quella data, antiochensi e turisti di tutto il mondo potranno ammirarlo nel suo più corretto contesto storico.

Dunque, se per circa 40 anni l’immagine di un bronzetto sardo di epoca nuragica ha orgogliosamente rappresentato il “Cleveland Museum of art” in Ohio, negli USA, essendo stato scelto come immagine del logo che identificava quel museo, credo che questo stia a significare che abbiamo ancora tanta strada da fare sul versante della corretta, necessaria e doverosa tutela del nostro patrimonio culturale e tutta la vicenda raccontata possa e debba, sicuramente, insegnarci qualcosa sull’importanza della giusta tutela dell’immenso ed invidiabile patrimonio storico, tradizionale, artistico e culturale che la Sardegna in particolare, e l’Italia, più in generale, possono e potranno sempre vantare con grande orgoglio … se, e solo se, si riuscirà a portare avanti delle serissime politiche ed azioni di preservazione, manutenzione, recupero, riscoperta, studio, divulgazione attiva, sensibile ed amorevole, di questa nostra incredibile ricchezza spesso dimenticata, poco conosciuta e non doverosamente apprezzata e valorizzata in primo luogo proprio da noi italiani di ognuna delle venti bellissime regioni che costituiscono la nostra Penisola. 

Una risposta a “PER 40 ANNI UN BRONZETTO NURAGICO HA RAPPRESENTATO IL LOGO DEL “MUSEUM OF ART” DI CLEVELAND (OHIO): ABBIAMO ANCORA MOLTO DA IMPARARE SULLA GIUSTA TUTELA DEL “NOSTRO” PATRIMONIO CULTURALE!”

  1. Radici ritrovate
    Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale
    Il noto tombarolo Efisio Fai, figura carismatica nell’ambiente dei tombaroli sardi, individua all’interno dell’area archeologica “Grutt’Acqua”, nell’isola di Sant’Antioco, una struttura muraria interrata, relativa a un complesso nuragico. In quel punto immerso in uno sconfinato uliveto secolare piegato dal maestrale, dove i profumi del mirto e del lentischio inebriano la mente e il cuore, in quella terra aspra e selvaggia dove il mare domina, vige l’attività pastorale, che si pratica esclusivamente con il pascolo brado, dove i protagonisti della nostra storia costretti dai genitori a seguire le greggi e a permanere per lunghi periodi negli ovili, per emulazione o per una tipica dimostrazione di balentìa, si dedicano a diverse attività illecite, tra cui lo scavo clandestino di reperti archeologici.
    Assoldati alcuni ruspisti, Efisio inizia a sondare il terreno; dopo alcuni giorni, cominciano a emergere alcune tracce, costituite da blocchi e frammenti in bronzo, che lasciano chiaramente intendere che pochi metri sotto dovrebbe trovarsi un pozzo sacro. Messo mano all’escavatore, l’operaio comincia a rimuovere la terra, argillosa e viscida,. Quelle prime tracce cominciano ad assumere più consistenza man mano che la benna, affondando freneticamente nel suolo, insieme all’inutile terra, afferra di tanto in tanto ora una ciotola, ora un piattino frammentato. Poca roba, che però ripagherà abbondantemente i clandestini delle loro “fatiche”. Dopo aver arraffato tutto ciò che c’era da arraffare, decidono di lasciar perdere e cercare altri siti. A un certo punto l’escavatorista, tale Gianni Dessì, tentando le ultime bennate, urta qualcosa di solido. Efisio si avvicina al punto indicatogli da Gianni e nota una cassetta in bronzo sigillata. Pensando che si tratti di un piccolo forziere, tenta di estrarla con le mani, ma, incontrata della resistenza, ordina all’operaio di togliere ancora terra. Efisio sgomenta quando, aperta la cassetta, trova un quantità incredibile di bronzetti nuragici, tra cui uno splendido e raro Arciere. In preda alla fibrillazione, Efisio si getta a piene mani sul reperto scansando freneticamente il terriccio che lo avvolge, ansimando solo al pensiero dei soldi che gli avrebbe procurato la vendita del tesoro. La scoperta scientifica è assolutamente eccezionale, così come lo sarà il guadagno dalla sua vendita. I due trafugatori non riescono a contenere la gioia e le lacrime. Si abbracciano, ridono, piangono, vorrebbero festeggiare più solennemente una tale scoperta, e l’occasione di certo lo meriterebbe; ma ora devono pensare ad altro: trasferire quella incredibile scoperta in un posto più sicuro. Contattano un loro complice, quello che da sempre si occupa dell’invio dei reperti trafugati all’Estero o anche a collezionisti italiani; non a caso gestisce una ditta di trasporti internazionali. Contemporaneamente, Efisio allerta alcuni mercanti interessati all’acquisto del pezzo. Efisio e gli altri complici provvedono, il giorno seguente, a piazzare il prezioso reperto a un grosso collezionista olandese. I due complici di Efisio, Gianni e tale Leonardo Cabras, benché fossero stati pagati più che bene per la loro opera prestata, ben presto maturano la convinzione di essere stati sfruttati e, quindi, non adeguatamente liquidati dal loro capo. Dopo le prime inutili rimostranze, tese a ottenere un ulteriore indennizzo, i due minacciano Efisio di riferire tutto ai Carabinieri, ma ciò non impensierisce minimamente Efisio, ben sapendo, questi, che mai avrebbero fatto una cosa che inevitabilmente avrebbe inguaiato anche loro. E in ciò ha perfettamente ragione. Fatto sta che tale situazione diviene, in poco tempo, di pubblico dominio, anche perché Efisio, a causa della sua innata balentìa, inizia a vantarsi a destra e a manca del suo esoso guadagno e della sua eccezionale scoperta. I Carabinieri cominciano ad avvertire qualcosa, ma le frammentarie notizie che trapelano dall’omertoso ambiente dei tombaroli non riescono a portare a nulla di fatto. Nel frattempo Gianni, da solo, ritorna sul luogo dello scavo, alla ricerca di qualche mollica lasciata dal padrone. Rovistando tra le macerie, intravede un piccolo frammento in bronzo. Lo afferra e, dopo averlo ripulito del terriccio, lo esamina attentamente per capire cosa possa essere. Così proprio lui, che aveva trovato l’Arciere, intuisce che poteva trattarsi di una parte di esso; ma cosa? Senza perdere tempo, si precipita al magazzino dove era custodito. Giunto sul posto, senza dare spiegazioni, si apparta e dopo una rapida osservazione si rende conto che quel frammento altro non è che il basamento dell’Arciere nuragico, che infatti combacia perfettamente. Gianni non dice nulla; un’ora dopo, l’Arciere parte con tutto il corredo per Leiden (Olanda), da dove, a sua volta, avrebbe raggiunto un’ignota destinazione. Per Gianni, questo è l’asso nella manica. Dapprima tenta di ricattare Efisio, senza successo, poi, vista la possibilità di venderlo, decide di cederlo al complice Leonardo. Questo nuovo evento, però, non sfugge ai Carabinieri, i quali erano già in stato d’allerta. Con un tempestivo intervento, il Maresciallo Antioco Lai riesce a intromettersi nella trattativa. Un giorno, poco prima dell’incontro concordato, i due tombaroli vengono intercettati dai Carabinieri. A Gianni viene trovato il basamento bronzeo che avrebbe dovuto dare al suo socio. I due vengono accompagnati in caserma e sottoposti a estenuanti interrogatori fin quando, di fronte alla minaccia di essere arrestati, decidono di confessare. Gianni e Leonardo vengono rilasciati, ma da quel momento iniziava la vera e propria indagine. Efisio, venuto a sapere ciò, contatta i suoi ex-soci, tentando di persuaderli a ritrattare le loro dichiarazioni, in cambio del danaro che avevano richiesto, ma senza riuscirvi, in quanto non si fidano più di lui. Vengono così effettuate una serie di perquisizioni e intercettazioni telefoniche, grazie alle quali si acquisiscono elementi utili per l’indagine. In particolare, una microspia posizionata sotto un tavolo in un noto ristorante di Cagliari, dove Efisio solitamente andava a cena, consegue i giusti riscontri. Dopo un po’ di tempo, le indagini, effettuate a 360°, sortiscono un primo effetto. Il presunto acquirente viene individuato in un presunto mercante d’arte americano. Successivamente, si fa avanti un altro intermediario internazionale di grosso calibro, tale Riccardo, che gestiva il traffico di reperti archeologici illeciti tra l’Italia e l’Olanda, ritenuto il primo mediatore che aveva stabilito il contatto tra Efisio e il compratore dell’Arciere e dell’intero blocco di reperti nuragici. Riccardo, venuto a conoscenza di quanto sta accadendo e preoccupato del fatto che anche lui era finito nel mirino dei Carabinieri, chiede un incontro con i militari operanti, al fine di chiarire la sua posizione dimostrando la sua estraneità ai fatti e offrendo, invece, la sua collaborazione nelle indagini. Ben conoscendo le potenzialità di Riccardo, nonché i termini del proprio coinvolgimento nella vicenda, i Carabinieri, facendo buon viso a cattivo gioco, accordano i propositi di Riccardo, pur continuando a investigare su di lui. Qualche tempo dopo, i Carabinieri decidono di fare visita a Riccardo presso il proprio negozio di antichità . Nell’occasione Riccardo, pur senza sbilanciarsi, fa delle piccole ammissioni riferendo che il tutto era stato acquistato da un famoso museo statunitense. Dopo qualche giorno, per uno strano scherzo del destino, Riccardo si ammala gravemente per morire due settimane dopo. La situazione entra in una fase molto delicata in quanto, oltre a mancare l’unico punto di collegamento con il detentore dell’Arciere, contemporaneamente, in Sardegna, Efisio e i suoi accoliti incalzano i due tombaroli pentiti al fine di convincerli, dietro cospicue somme di danaro, a ritrattare le loro dichiarazioni. Infatti, più volte i tombaroli avevano espresso il desiderio di ritrattare le loro dichiarazioni, cosa che non avviene grazie a un’ intelligente azione di dissuasione operata dai Carabinieri. Dopo alcuni mesi di ulteriori proficue indagini, vengono richieste le misure cautelari, successivamente accolte dalla magistratura. Qualche giorno dopo, Efisio e complici finiscono in prigione. Ma dell’Arciere, ancora nessuna traccia. Il giorno della conferenza stampa, a un certo punto, balena, nella mente degli investigatori, un’ idea geniale. Dopo aver spiegato pubblicamente i particolari della complessa indagine che aveva portato in galera i noti tombaroli, al termine della stessa, vengono appartati un paio di loro, quelli più fidati e in grado di pubblicare anche all’Estero. A questi vengono spiegati dettagli molto più intimi, secondo i quali la magistratura era in procinto di emettere numerose Rogatorie all’Estero (in particolare in Olanda) nei confronti di un notissimo collezionista, già
    individuato dai Carabinieri grazie alle rivelazioni fatte dal Riccardo. Una volta pubblicata la notizia, si scatenano le ire e le preoccupazioni di quanti, nel mondo dei collezionisti esteri, hanno a che fare in qualche modo con l’affare dell’Arciere. Oltre alle varie minacce di querele prospettate dai familiari di Riccardo, però, dopo pochi giorni, giunge al centralino dei Carabinieri una telefonata anonima con la quale, un intermediario del collezionista olandese che aveva riacquistato l’Arciere dal museo americano, a nome di un anonimo comitato di antiquari stranieri, chiede di bloccare immediatamente l’azione penale all’Estero, in quanto, entro pochi giorni, l’Arciere e l’intero corredo nuragico sarebbero stati restituiti alle Autorità italiane. Ma se un simile risultato avrebbe dovuto ingenerare una certa soddisfazione e tranquillità da una parte, dall’altra i segnali erano tutt’altro che favorevoli. Infatti, nel frattempo Efisio, a causa delle sue precarie condizioni di salute, beneficia degli arresti domiciliari presso una clinica privata di Cagliari. Gli investigatori, come già anticipato, individuato l’ospedale, riescono preventivamente a istallare alcune microspie nella camera che sarebbe stata occupata da Efisio. Nel corso della degenza dell’imputato, viene accertato che lo stesso, nonostante la sua condizione restrittiva non glielo permetta, continua ad avere quotidianamente rapporti con tombaroli e ricettatori, con i quali realizza affari sempre illegali. Oltre a ciò, vengono intercettate conversazioni con i propri familiari, circa l’evoluzione della vicenda giudiziaria. Nel corso di una conversazione, Efisio, alquanto arrabbiato, ingiunge ai familiari di riferire agli olandesi di non azzardarsi assolutamente a restituire l’Arciere perché, altrimenti, avrebbero vanificato tutto il suo lavoro e il suo sacrificio in carcere. Dopo circa una settimana, un intermediario contatta i Carabinieri, fissando con loro una serie di appuntamenti tra Roma e Milano. Una sera, dopo aver studiato un piano per consentire il rientro in Italia del reperto archeologico, alcuni Carabinieri, accreditati dagli intermediari olandesi, si infiltrano in un covo di contrabbandieri, ai confini tra l’Italia e la Svizzera, dove riescono a individuare, in un casolare abbandonato, una cassetta contenente l’Arciere e l’intero corredo nuragico. Il prezioso corredo rientra quindi in Sardegna, dopo un anno di rocambolesche e appassionate indagini, per essere ricontestualizzato nel territorio a memoria delle nostre radici.
    Roberto Lai

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