A VIMODRONE, INIZIATIVA ORGANIZZATA DAL CIRCOLO "LA QUERCIA", CON LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI OMAR ONNIS "TUTTO QUELLO CHE SAI DELLA SARDEGNA E' FALSO"

da sinistra: Omar Onnis, Carlo Casula, Francesca Murtas e il tenore Lacanas

di Sergio Portas

I manifesti che a Vimodrone chiamano la gente per annunciare che  “un altro mondo è possibile”, all’auditorium di via Piave, organizza il circolo sardo “La Quercia”, sono listati a lutto. Che la Sardegna piange i morti dell’esondazione e li seppellisce in fosse ancora intrise d’acqua assassina. Qui, a sentire Omar Onnis raccontare, col suo libro “Tutto quello che sai della Sardegna è falso” , Arkadia editrice, c’è la Sardegna della diaspora: ognuno ha parenti che hanno patito l’evento, ognuno dice delle campagne mutatesi in laghi nel giro di mezz’ora, d’acqua che ti entra in casa dalle finestre, a due metri di altezza dalla strada, del bestiame che se non è affogato sta morendo di fame negli stazzi. Su internet vedo i gommoni che sciabordano per le strade di Terralba e San Gavino e mi domando come Guspini se la sia scampata. Le foto di Olbia che rimandano allo tsunami di Fukushima, con le montagne degli oggetti che arredavano le case ammonticchiate a discariche improvvisate. Che, come dice Omar, occorre lavare via il fango dalle case prima che si muti in roccia. Ci doveva essere anche Michela Murgia oggi, ed era attesa anche a Milano per la quattro giorni di “book city”. Francesca Murtas legge una sua lettera che non abbisogna di molti giri di parole: ha da fare in Sardegna dove si sente più utile a cercare di dare un senso all’impotenza degli umani. Anche noi di “Sa Oghe de su coro” giriamo un po’ come api che sentono l’alveare pericolante per il fumo di un incendio boschivo: andiamo a cantare, a ranghi improvvisati dall’emergenza, un po’ dappertutto i sardi si riuniscano per tirare su qualche soldo. Una goccia nel mare delle esigenze reali, come è fatale che sia, quando il disagio è così grande che mette in discussione vita e futuro della gente che senti più vicina. Dice Omar che della triade famigerata, per cui il sardo (inteso come popolo) da sempre è stato narrato, per lo più da altri, poco numeroso e matto, almeno quello di essere disunito ha avuto una clamorosa smentita. Dal basso sopratutto: ragazzi da tutta l’isola e dal continente corrono a dare aiuto, a spalare fango, portare coperte agli anziani. Le istituzioni meno efficienti, ma non è una novità per la Sardegna, fa solo più male del solito perché si debbono contare i morti, questa volta. E avrebbero potuto, dovuto essere meno se minore fosse stato il numero dei cosiddetti “condoni edilizi” (diciassette negli ultimi anni solo ad Olbia tuonano i telegiornali) e le case in terreno alluvionale non fossero spuntate come funghi di novembre. Delle procedure che la regione Sardegna non ha mai attivato per dotarsi di una moderna rete che garantisse almeno un allarme tempestivo, porteranno rimorso i responsabili politici che si sono avvicendati al governo dell’isola. Tra le dicerie che dicono i sardi di lunga memoria niente è più falso. Qualche faida si trascina sì anche per decenni, ma è roba di poche famiglie, i sardi  hanno sempre scordato le bugie più smaccate delle loro classi dirigenti. Sempre hanno loro ridato il mandato votazione dopo votazione (unica eccezione: il voto ai sardisti dopo la prima guerra mondiale), solo i pentastellati grillini hanno saputo raccogliere ultimamente il disagio creato dai partiti tramutatisi, chi più chi meno, in bande d’affari. Poco puliti. Sino il massimo esponente regionale è impelagato in guai giudiziari e per bancarotta nel Sulcis  (chiesti tre anni di detenzione dal p.m.) e per l’oro di Furtei che ha lasciato il cianuro a dislavarsi con le piogge nelle campagne sottostanti, ed è stato rinviato a giudizio per “l’affare eolico”, in compagnia dei Carboni e dei Verdini. In quale paese di democrazia conclamata un politico rimarrebbe al suo posto con tali precedenti? I sardi passano per essere gente che ha molto alto il senso dell’onore e della vergogna (ta bregungia! diceva mamma mia di peccati veniali che venivano risaputi e commentati nel vicinato). Falso anche questo quindi, quasi tutto quello che si narra di Sardegna è falso. E che ne è dell’amore dei sardi per la loro terra, di cui parlano l’un l’altro fin nell’inferno dantesco, più prosaicamente nei cento circoli sardi sparsi per il mondo. Accidenti quello parrebbe immune da stereotipi datati. Ma com’è che questi sardi continuano a barattare cento posti di lavoro coi poligoni missilistici più micidiali e dispensatori di cancro di tutta Europa? Ha ragione Omar Onnis, occorre che sardo lo possa essere solo chi scelga coscientemente di diventarlo ( l’appartenenza etica e dinamica di Alberto Masala). Del resto fra una quarantina d’anni, un sospiro nella storia del mondo,  saranno davvero pochi, da 800.000 a un milione  e tre. Un popolo che abita questa terra da quindicimila anni va ad estinguersi. Con la sua cultura ineguagliabile, di cui il territorio ha menzione per le costruzioni di pietra che sfidano i cicloni, i mille dialetti dei suoi comuni, ricchezza che disvela mille mondi diversi di definire le cose, le stelle e le erbe dei campi. I Lacanas (quattro ragazzi, nuoresi in continente) oggi cantano a tenore per testimoniare che prima delle launeddas c’era la voce dei compagni che faceva orchestra coi venti dell’estate e il muggito degli armenti. Le fotografie esposte di Massimo Demelas (un ragazzo nuorese in continente) scattate all’ultimo “Redentore”, evocano fantasmi carnescialeschi che hanno solo voglia di piangere, in un bianco e nero che taglia la luce di un lutto collettivo. E’ ora che i sardi prendano a dare di sé una loro narrazione, diversa da quella che si legge sui sillabari delle scuole elementari di oggi dice Omar. Come il titolo di un libro di quel Levi che sperimentò su di sé il male assoluto che l’umanità si porta dentro da che si inventa di essere simile a dio: “Se non ora quando?”.

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