BISOGNA DIRE LA VERITA', SALVO I CASI DOVE E' NECESSARIO SOGNARE: LA TRAMA DI "TREULABABBU"


Il film racconta la storia di due bambini che si ribellano all’autorità dei loro padri: da qui l’idea di intitolarlo Treulababbu che, in una delle tante varianti del sardo, indica appunto i bambini irriverenti nei confronti della figura paterna. Il film è diviso in due episodi. Il primo racconta la storia della capretta di Efisio, il cui destino è quello di diventare il pranzo di Natale della famiglia; maestro Trudu, padre di Efisio, non ha il coraggio di rivelare al bambino questa cruda verità e continua a raccontargli bugie sulla sorte della capretta. Un brutto giorno Efisio scopre la verità e reagisce molto male, chiudendosi in se stesso e rifiutandosi di tornare a scuola. Alla fine dell’episodio, però, Efisio riesce a trovare il modo per riprendersi la sua personale rivincita sul cinico mondo degli adulti. Nel secondo episodio, invece, Vincenzo e la sua famiglia si trasferiscono da Roma in Sardegna. Qua il bimbo, a causa di una scommessa stipulata con una banda di monelli, esprime il desiderio di poter salire in groppa ad un cavallo bianco. Dopo il rifiuto dei genitori, Vincenzo intraprende un viaggio notturno “magico” alla ricerca dell’oggetto tanto desiderato. Il film racconta, in sostanza, due viaggi attraverso paesaggi la cui bellezza si trasfigura nell’immaginario. Ma Treulababbu vuole anche restituire ai bambini sia la possibilità di sognare, che quella di diventare grandi in un mondo in cui le ragioni dei bambini faticano ad avere la meglio. Il regista ha voluto precisare che la scelta di utilizzare all’interno del film la lingua sarda è stata da lui fortemente voluta per dimostrare che il sardo è una lingua viva, che può essere utilizzata anche per raccontare storie letterarie e cinematografiche. Treulababbu è un sogno da tanti punti di vista, e come sogno si apre, si sviluppa, si compie. Soprattutto nel secondo episodio “Su molenti di Oramala”, un fantasy che ricrea leggenda, mito, fiaba, nostalgia di tempi andati e convinzione che portiamo tutto dentro di noi. Un bambino figlio di genitori “distratti”, alla ricerca della realizzazione del suo desiderio, viaggerà per una notte intera, perpetuamente illuminato dal chiarore di una gigantesca luna piena. Come in ogni fiaba che si rispetti avrà i suoi aiutanti, un obiettivo da raggiungere e gli ostacoli da superare. C’è di etnico in questo film, c’è quel filo sottile, tipicamente sardo, che divide la realtà dall’immaginazione, la ragione dalla magia, la società, cosiddetta “civile”, dalla credenza popolare. Una credenza popolare che male non fa. Ma accompagna, tiene vivi, tiene bambini anche se adulti. Si supera la porta oltre la quale è consentito essere i vincitori assoluti, pur continuando ad indossare un pigiamino, pur con la paura delle vecchie storie sentite raccontare davanti alla luce della candela, giacché il temporale ha fatto saltare la luce. Insomma ci sono tutti gli elementi per sognare e per sentirsi a casa. Riconoscersi nelle parole, negli ambienti, nella cultura.

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