IL GIOVANE VILLACIDRESE FABIO ARU RACCONTA IL SUO GIRO D'ITALIA DI CICLISMO: "SULLE TRE CIME DI LAVAREDO, PER ME COME UNA VITTORIA"

Fabio Aru

di Mario Carta *

Cinquanta, forse sessanta chilometri al giorno. Come un cicloamatore qualsiasi. Per Fabio Aru in questi giorni vuol dire riposarsi, dopo un mese di fatiche. Tre settimane spese a pedalare su e giù per l’Italia, da Napoli a Brescia sotto la pioggia e la neve e senza neanche potersi scegliere il percorso migliore, perché così è il Giro d’Italia. Allenamento a Bergamo, dove il giovane di Villacidro vive. Con i compagni dell’Astana, in attesa della prossima fatica. E dopo la sgambata via di corsa a casa, pronto a risalire in sella la mattina successiva. E’ la vita del ciclista, ha voluto la bicicletta e pedala. Lo fa anche bene, visto il quarantaduesimo posto finale nella corsa rosa, da esordiente, e una maglia bianca da miglior giovane che solo la sfortuna gli ha strappato. Lui ha incassato, ha stretto i denti e ha continuato a fare il suo lavoro di gregario per il capitano dell’Astana Vincenzo Nibali. Gli ha fatto da scudiero soprattutto in salita, e si è difeso anche sul passo dimostrando che su di lui si può contare sempre.

Ha messo nella valigia del Giro qualche souvenir, da tutti i posti per i quali è transitato? «No, altro che souvenir, non c’era proprio il tempo. Al Giro la mia vita è stata strada e albergo, strada e albergo. E massaggi. Tanti massaggi, sono importantissimi per recuperare».

Cosa ha imparato? «Molto, visto che per tre settimane ho corso insieme a tanti campioni».

E nella sua squadra i campioni non mancano, a partire da Vincenzo Nibali. Com’è la vita nell’Astana? «Ho legato bene con tutti sin dall’inizio, siamo un bel gruppo, molto unito e in corsa si vede. Più di tutti ho legato con Paolo Tiralongo. Siamo tutti come fratelli, nella nostra squadra».

E lei è il più giovane dei fratelli. Qual è stato il momento più bello del suo Giro?  «La premiazione di squadra sul palco di Brescia».

E il più brutto? La caduta? «No. E’ stato quando sono stato male per la dissenteria, è durata tre giorni ma non ho mai pensato di mollare».

Le è costata la maglia bianca. Rimpianti? «No, sono cose che capitano».
Una curiosità: le quattro maglie bianche le ha lei o le ritirano? E cosa ne farà? «Eh no, quelle non me le tocca nessuno. Le tengo io».
L’hanno applaudita per il quinto posto nella tappa delle Tre cime, sotto la neve. «Che giornata. Freddissima. Ho tirato in salita per Nibali ed ero lì, ho ottenuto il mio piccolo risultato e una doppia soddisfazione per il successo del capitano».
E un suo successo? «Per ora va bene così».
Per ora. Ma sta sempre più convincendo i suoi estimatori, confermando di poter arrivare davvero al top». «Che devo dire? Io mi impegno sempre al massimo e non mi sentirò mai arrivato. Continuerò a lavorare nel modo più professionale.
Si sente più uomo da corse a tappe o da gare di un giorno? «Non so ancora cosa posso essere, non mi sento di dirlo. Continuo a lavorare, sono giovane. Faccio esperienza».
Intanto migliora in tutto. Il 23° posto nella crono al Giro lo documenta. «E’ stato un bel risultato, sicuramente. Per me era un bel test, mi serviva per il futuro».
I suoi prossimi impegni? «Non conosco il calendario. Correrò tra un mese, un mese e mezzo».
E anche quest’anno il doping ha viaggiato insieme alla carovana. «Non è vero. Le mele marce ci sono e ci saranno sempre ma se sbaglia un unico corridore non bisogna generalizzare. Io faccio il mio lavoro facendo sacrifici, e con le mie gambe. Con i cretini io non c’entro».
*Nuova Sardegna

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