LE GRANDI DONNE DELLA SARDEGNA IN RUOLI MASCHILI: IL RACCONTO DI UNA STORIA POSSIBILE


di Maria Adelasia Divona

Sabato 9 marzo, in occasione della giornata internazionale della donna che era appena trascorsa, abbiamo proiettato al circolo di Udine il film “Cadenas” della regista milanese Francesca Balbo. E’ un film nel senso che racconta una storia, con un inizio e una fine, ma io preferisco classificarlo come documentario etnografico: racconta delle donne guarda-barriera che sulla tratta da Cagliari a Mandas delle Ferrovie della Sardegna si prendono cura dei passaggi a livello mettendo e togliendo le catene che bloccano l’attraversamento dei binari. Non ci sono (o meglio, non c’erano fino a pochissimo tempo fa) passaggi a livello automatizzati, su quella tratta: e le “ragazze della ferrovia” sono lavoratrici, mogli, madri che regolano la loro vita, il loro lavoro e il loro tempo sul passaggio del treno, che fa avanti e indietro sulla tratta una decina di volte al giorno occupando un turno di lavoro di 10 ore e anche più, quando la puntualità o le corse speciali interrompono, frequentemente, questa regolarità.

Sono donne che, come molte altre nel mondo, lottano per i loro diritti di lavoratrici e per una migliore qualità della vita, per quella che noi che lavoriamo su questi temi chiamiamo conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Per questo ho chiesto alla mia amica Chiara Cristini, ricercatrice dell’IRES FVG (ma anche Consigliera di parità della Provincia di Pordenone) di parlare delle difficoltà che tempi sincopati come quelli delle guarda-barriere ingenerano nei percorsi personali sempre più frammentati, instabili e precari. Chiara è stata bravissima ed efficace, con parole semplici e dirette si è approcciata al nostro pubblico, composto per lo più da persone che non sono più dentro al mercato del lavoro, e che forse vivono come un ricordo le difficoltà di conciliazione vissute sulla propria pelle. Ma l’argomento treni e passaggi a livello ha favorito anche un intervento di Romano Vecchiet, direttore delle biblioteche comunali di Udine ed esperto di treni, che ha parlato della considerazione delle donne al lavoro nelle ferrovie, ed ha letto un bellissimo passaggio del libro di Valerio Magrelli “La vicevita. Treni e viaggi in treno” relativo alla tristezza dei passaggi a livello, che bene si inquadrava nel contesto delle campagne e dei paesaggi della Trexenta che ci hanno incantato lungo il film. Quei paesaggi dell’interno che i continentali con il mito della Sardegna esotica ignorano e non si aspettano: quegli scorci dove del mare non c’è traccia, e ti sembra di attraversare una terra di nessuno in cui, come scrive Francesca Balbo, “il tempo è diventato un interstizio tra i passaggi del treno, e lo spazio è stato costretto tra due catene”.

E sicuramente erano tanti gli ospiti presenti che avevano in mente quell’immaginario esotico. Perché, a dire il vero, tra i presenti solo un quarto erano i sardi soci del circolo, mentre tutti gli altri erano friulani per lo più new entry arrivati col passaparola e con la comunicazione on line. In questi nuovi ospiti, già sorpresi per la scoperta di una Sardegna inusuale ma, soprattutto, nei Sardi presenti ho potuto registrare un ulteriore stupore quando ho riportato il focus sulla Sardegna e sulle grandi donne sarde. Perché, a dire il vero, ad essere sorpresa sono stata io per prima, sin da quando Massimiliano Perlato mi ha mandata a Siligo a ritirare il premio della Fondazione Maria Carta per TIP. Perché per me Maria Carta era solo una cantante, ma la prima citazione che la riguardava, quella famosissima di Giuseppe Dessì che mi aveva folgorata, recitava così: “Dopo aver conosciuto Maria Carta, ancora una volta affermo che i soli grandi uomini della Sardegna sono state donne”. E quella citazione mi ha fatto dapprima scoprire non una semplice cantante, ma una Donna patrimonio inestimabile della cultura etnomusicale e folklorica sarda, e mi ha pungolata nel corso di questi ultimi mesi facendomi chiedere chi fossero quelle Donne (si, con la D maiuscola!) di cui parlava lo scrittore di Villacidro.

Da lì è iniziata una scoperta progressiva, a partire dal mito del matriarcato che per secoli ha costituito la rappresentazione egemone (all’interno e all’esterno dell’Isola) della costruzione dell’identità dei sardi, rafforzato dall’immaginario alimentato dagli artisti e scrittori sardi del Novecento che hanno descritto una donna fusa con la sua terra, la sua casa, la sua famiglia, e che hanno contribuito a delineare una identità femminile in Sardegna immutabile tra passato e presente. Ma anche la realtà della parità giuridica esistente tra uomini e donne in Sardegna dal medioevo all’arrivo dei Savoia, dalla Carta de Logu all’istituto giuridico del matrimonio “a sa sardisca” che implicava, tra l’altro, la comunione di beni con la conseguente parità di diritti tra coniugi nelle compravendite, nelle transazioni, e nelle successioni ereditarie. Implicazioni non da poco, dal momento che le donne sarde hanno potuto affermarsi anche come proprietarie e gestrici di un potere economico e decisionale non solo interno, ma anche esterno alla famiglia, e godere quindi di una maggiore libertà nello spazio pubblico. Libertà che non era solo legata all’indipendenza economica, ma anche ad una divisione sessuale del lavoro non tanto basata sui ruoli quanto sull’organizzazione socio-spaziale dei luoghi della produzione: basti pensare alle distanze che dovevano percorrere i pastori transumanti per prendersi cura del gregge, e che costringevano le donne a restare in paese alle prese con le occupazioni intra ed extra domestiche più pesanti (trasformazione dei prodotti, ma anche spietramenti, raccolta della legna, coltivazioni, trasporto dell’acqua).

Ma chi sono queste grandi Donne sarde di cui ho parlato che si sono affermate nella nostra storia ricoprendo anche ruoli tradizionalmente maschili? Ovviamente le judikesse Adelasia di Torres ed Eleonora d’Arborea, entrambe regine di Sardegna, ma anche donne molto meno famose, come ad esempio le bandite: da Donna Lucia Delitala Tedde, nobildonna che con l’arrivo dei Savoia nel Settecento inizia la sua attività di resistenza in latitanza nelle campagne della Gallura, a Maria Antonia Serra Sanna e Paska Devaddis, reine di Nuoro e Orgosolo, che nei primi del 900 facevano tremare i regi carabinieri certificando l’esistenza di un matriarcato barbaricino in cui la donna è custode de su connottu e tramanda il codice barbaricino. E poi Grazia Deledda, di cui sono già iniziati i festeggiamenti per il centenario di “Canne al vento”, ma anche le sconosciute al pubblico Adelasia Cocco (sassarese, prima medica condotta in Italia nelle campagne di Lollove nel 1915) e Donna Ninetta Bartoli (prima sindaca dell’Italia repubblicana a Borutta nel 1946 ad un anno dall’attribuzione del suffragio universale alle donne e fondatrice della latteria sociale del Mejlogu). E infine, per arrivare ai giorni nostri, la reporter embedded Elisabetta Loi in Afghanistan dopo due interventi per un cancro al seno per un reportage sulla Brigata Sassari, ed uno in particolare sul lavoro delle Sassarine; le minatrici del Sulcis Elisabetta Zurru e Valentina Saias (uniche due italiane a lavorare nelle viscere di una miniera); l’imprenditrice guspinese Daniela Ducato, pluripremiata e ormai nota in tutto il mondo per il suo polo per la bio-edilizia tutto made in Sardinia, e Claudia Lombardo, prima donna presidente del Consiglio Regionale della Sardegna e più giovane eletta a presiedere un’assembla regionale nella storia della Repubblica.

Dessì aveva ragione. E io sono stata orgogliosa di poter raccontare queste storie.

7 risposte a “LE GRANDI DONNE DELLA SARDEGNA IN RUOLI MASCHILI: IL RACCONTO DI UNA STORIA POSSIBILE”

  1. Bravi!!!! Noi abbiamo proiettato lo stesso film il 10 marzo, sempre per ricordare il ruolo delle donne in alcuni contesti lavorativi non propriamente femminili, più per i rischi in cui potrebbero incorrere le donne, visti gli orari e la locazione , spesso in aperta campagna. Nostre ospiti per l’occasione, la regista francesca Balbo e due signore di Isili e Serri (Balbina Orrù e Marina Melis) guardia – barriere e protagoniste del documentario. Serata decisamente emozionante!!

  2. un grande viaggio nell’universo prettamente femminile che ha fatto la storia della Sardegna. Complimenti MAD!

  3. Sono stata sintetica…ma ci sarebbero tante cose da dire: ognuna di queste donne ha una bellissima storia che si fa raccontare. Grazie D.!

  4. Se le donne in Sardegna hanno potuto avere ruoli importanti,rispetto e considerazione di fronte ad altri contesti di questo pianeta,è grazie al tipo di mentalità e modo di vedere il mondo dei sardi ( maschi ),che è probabilmente ciò che rimane della antica società matriarcale mediterranea,prima dell’arrivo delle orde dalle steppe euroasiatiche,a cominciare dagli antichi greci,ferocemente maschilisti, sulla cui cultura è stata basata buona parte della struttura sociale europea.E’ evidente che se i sardi avessero avuto il modo di concepire la donna come buona parte degli abitanti di questo pianeta e imbastire una conseguente società,la condizione esistenziale delle donne in Sardegna sarebbe stata ben diversa.Ultriore motivo per prendere il meglio della nostra cultura e difenderlo dalla omologazione attuale.Per il resto,proprio perché essendo il figlio di una società matriarcale,non vedo positivo il fatto che la donna invece di proporre una società che valorizzi le proprie caratteristiche e peculiarità,scimmiotti quello che fanno gli uomini,e basi la dimostrazione delle sue capacità su questo. Le società umane sono state artificialmente costruite,decise stabilite dagli uomini,che hanno riservato ruoli secondari alle donne.Se le donne invece di proporre una loro società che modifichi quelle costituite dagli uomini, si limitano a scimmiottare anche le cose peggiori,come per esempio fare il soldato,che consiste in uno sperpero mostruoso di denaro per addestrare delle persone a ucciderne delle altre,che dovrebbe essere in antitesi con il ruolo biologico e conseguentemente sociale della donna,mentre oltretutto la prima causa di morte della donna su questo pianeta continua ad essere il parto,non dimostrano certo di essere né migliori né più capaci,ma anzi subalterne culturalmente e socialmente. Se la donna vuole avere un ruolo sociale migliore deve pensare una società diversa,con mestieri ,orari ,tempi obbiettivi e ideologie diversi,in cui le donne abbiano un valore in quanto donne,quali chi siano le loro capacità e attitudini, e non su quello che riescono a scimmiottare dagli uomini.

  5. Massi… questo articolo non si può leggere senza inorridire. Salvo la buona fede della signora e non commento, ma apostrofare come maschili i ruoli artistici, imprenditoriali o di governo è l’apoteosi del maschilismo (senza contare che la faccia di Claudia Lombardo tra Grazia Deledda e Maria Carta davvero non vuole vista…

  6. Gentile Michela, mi fa piacere che eserciti il presupponendum e mi renda il beneficio della buona fede. Essendo sua lettrice e conoscendo Le sue posizioni posso comprendere il suo attacco, ma non lo giustifico. L’articolo è probabilmente poco esplicativo rispetto agli intenti della serata in cui, tra Le altre cose, personalmente ho parlato di grandi Donne sarde da far conoscere a un pubblico di non sardi. Il titolo, ‘il racconto di una storia possibile’, era teso a sottolineare come la predominanza maschile in determinati ruoli non rappresenti un orizzonte immutabile e che anzi in Sardegna il soffitto di cristallo sia stato infranto ben prima che si iniziasse a parlarne nella nostra contemporaneità. L’intento era quello di sottolineare che dei role model a cui ispirarsi esistono, e non da oggi, e che è necessario recuperarli e farli conoscere. Quanto alla ‘nostra’ Presidente del consiglio regionale (giacché mi pare che qua stia l’onta più grave che lei mi attribuisce) la rassicuro: è stata citata per i suoi primati in quanto giovane e in quanto donna, sottolineando che è ‘figlia d’arte’. E devo dirle che l’ho fatto per onestà intellettuale; ma se fosse stata uomo, la sua cooptazione dall’alto avrebbe avuto bisogno di essere altrettanto evidenziata? Concludo dicendole che mi fa piacere constatare la sua reattività nel commentare, e che ne sarei stata entusiasta qualora, allo stesso modo, avesse risposto alle varie mail che Le ho inviato chiedendole a nome del Circolo dei Sardi di Udine la donazione dei suoi libri per aggiornare ed arricchire la nostra biblioteca. Ma anche io, come lei, esercito il presupponendum…Spero avremo occasione di averla tra noi a Udine nel prossimo futuro.

  7. Caro Pietro, il matriarcato sardo è un mito: anche Giovanni Lulliu aveva avuto i suoi ripensamenti. Tu puoi anche essere un antimilitarista, ma non puoi affermare che una militare che va in guerra e uccide ricopre un ruolo in antitesi col suo ruolo biologico e sociale…dimmi tu se questa non è una visione maschile (e maschilista, aggiungo io) del mondo: sarebbe come dire che una ginecologa deve essere necessariamente antiabortista e quindi obiettrice solo perché il suo corpo è predisposto a dare la vita. E il diritto all’autodeterminazione delle donne te lo sei dimenticato? Migliorare il ruolo sociale della donna, come dici tu, significa creare le condizioni per una società diversa: ti do ragione, ma per me significa avere le stesse opportunità che hanno gli uomini di fare e di arrivare dove vogliamo, il che significa poter fare la soldata, la ministra, l’ingegnera e quant’altro desideriamo con le stesse possibilità di accesso degli uomini e soprattutto condividendo con loro le responsabilità genitoriali e familiari.

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