RICORDO DI BACHISIO FLORIS, SCRITTORE E PSICOLOGO: IL CANTORE MODERNO PER NUORO FOREVER

 

Bachisio Floris

 
di Giacomo Mameli *

Ha esaltato il legame con la città dov’era nato dedicandole la sua opera di esordio nella narrativa “Nùoro forever” (Cuec, maggio 2009). Una Nùoro rigorosamente con l’accento sulla prima u (“perché così si pronuncia”). Sognava una città “legata alla propria storia ma più aperta al mondo”. In 202 pagine tra la Barbagia e Sassari (dove si era laureato in Giurisprudenza), tra i mari di Olbia e Gonone, tra Civitavecchia dove aveva iniziato a insegnare e Milano dove aveva studiato il fratello Virgilio, tratteggiava un orizzonte tanto vasto quanto mobile nello spazio e nel tempo, con un piano narrativo omogeneo e moderno. Narrazione acuta e arguta. Bachisio Floris aveva nel sangue un insolito humour inglese-nuorese avendo scritto testi per il cabaret applauditi da spettatori come Federico Fellini e Dino De Laurentis. Nùoro l’aveva nel cuore perché “ci ha fatto diventare ricchi o poveri, colti o incolti, coraggiosi o vili, felici o infelici, allegri o tristi, limbùdos o silenziosi”. Di Nùoro amava la cifra culturale. Apprezzava Grazia Deledda (“che ci è stata fatta scoprire dal mondo”). Adorava Salvatore Satta perché ne Il giorno del giudizio “c’è una lettura non solo di Nùoro ma di una società globale dove le piccole invidie causano drammi che ti dànnano”). Amava il liceo Giorgio Asproni dove aveva studiato, gli amici del Coro di Nuoro con i quali aveva trascorso serate in serenità. Ricordava le passeggiate al Corso (“anche in silenzio, in compagnia di un amico”). E parlava della Sardegna “che deve essere più moderna” con i soci del Gremio dei sardi che Floris aveva contribuito a far nascere a Roma. Capace di lunghe meditazioni. Stava pensando a un libro centrato sulle esperienze tra Ortobene e Supramonte col ritratto di alcuni “orgolesi con un’intelligenza fuori dal comune”. Nella sua seconda opera, “Tre ore” (aprile 2011) Floris aveva dato prova evidente di una scrittura sincera, di rimpianto per ciò che c’era di bello e che veniva raso al suolo. Parlava delle vecchie carceri di Nuoro. “È una ferita, un ematoma, un corpo estraneo conficcato in un viso che forte e sereno non è più. È una specie di torta surgelata, è lì da più di vent’anni, è finito e non è mai servito a nulla”. Nuoro, Pont’e ferru e Santu Predu. Ammirava la Roma dei ruderi, Ostia Antica. Andava volentieri a Cortona in una una casa-scrigno medioevale. E a Cortona ha voluto riposare in un cimitero “car’a sole”, baciato dal sole. Con la sua Nùoro nel cuore. Quando, novembre 2009, il Consiglio comunale aveva insignito della cittadinanza onoraria il figlio Giovanni (giornalista, conduttore di Ballarò), Bachisio e la moglie Anna Maria, con la prima figlia Daniela, erano felici perché veniva “premiato a Nùoro, come Giovanni Lilliu e Paolo Fresu”. Con i suoi libri è stato conosciuto e apprezzato in Sardegna. Non solo a Nuoro (dove ha reso omaggio alla biblioteca “Sebastiano Satta” che – diceva – “ha fatto bene alla città come un medico paziente fa con un ammalato e lo riporta al sorriso, ha proposto dialogo in un ambiente talvolta ostile al confronto pubblico”. Libri commentati nelle biblioteche di Olbia e Porto San Paolo, Perdasdefogu e Gavoi, Oliena e Orani, a Cagliari, nel circolo degli emigrati a Ostia e Bergamo. Presentando “Tre ore” a Cagliari, Enrica Puggioni, filosofa e giovane assessore comunale alla Cultura, aveva detto: “È un testo che sfugge alle facili definizioni. Non è un romanzo ma del romanzo ha, per dirla col grande Michail Bachtin, la plurivocità dialogica, lo spirito carnevalesco e, pur nella destrutturazione dei piani temporali, non rinuncia alla logica tipica del racconto, tenendoci legati fino all’ultima pagina. Non è neanche un testo teatrale anche se l’io narrante si abbandona a un ironico e stralunato soliloquio chiamando a raccolta i personaggi che abitano la sua memoria o gli spettatori inconsapevoli che insieme a lui attendono il turno per sottoporsi a una tac. Non è quindi un testo teatrale ma sempre dal teatro di più antiche tradizioni mutua l’unità di tempo e spazio decentrandola dall’interno. Siamo infatti in uno scantinato della clinica Santa Teresa dove il narratore portatore del numero cinque passa tre lunghe ore perché una porta, o meglio la porta, si apra e sorretto dal braccione dell’infermiera possa finalmente avere il temuto verdetto. Ma “non è vero che quando sei solo costretto per ore ad aspettare una risposta pensi soltanto a questa. Ci pensi all’inizio. Poi cerchi di allontanarla e ti viene in mente una persona, un episodio, un altro, qualcosa che hai fatto, che non hai fatto o vorresti fare. Ti scorre davanti un lunghissimo film, tutto spezzettato, senza vero filo logico, con colori, temi e tempi sempre diversi che si accatastano”. Sì. È stato lunghissimo e coinvolgente il film di Bachisio. Psicologo e poeta. Nelle ultime righe di “Tre ore” scrive: “Mi piace Garcia Lorca nel Llanto por Ignacio. Eroico, vasto, tranquillo, normale.

* Sardi News

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