UN'AREA ARCHEOLOGICA CHE RESTITUISCE INFORMAZIONI E SCOPERTE CLAMOROSE: GRUTTIACQUA, SEIMILA ANNI E NON LI DIMOSTRA

Tomba dei Giganti nella foto di Federica Selis

di Marcello Cabriolu

Siamo nell’isola di Sant’Antioco dove un’area archeologica, tuttora ancora non indagata, racconta una storia fatta di pietre, di pozzi, di laghetti e di reperti. Uno dei protagonisti è un gigante: il grande nuraghe formato dalla torre principale a cui si addossano le quattro torri secondarie del bastione. Gli altri protagonisti silenziosi dell’insediamento sono dei bacini di raccolta di acque, nascosti nella roccia ignimbritica, posti a quote differenti e collegati da canali di scolo o condotti sotterranei: insomma un’opera idraulica di tutto rispetto. A donare un tocco di sacralità al complesso, forse per la bellezza naturalistica del contesto forse per la reale destinazione d’uso, concorre il laghetto incassato in una conca naturale. Il laghetto di Gruttiacqua è un bacino circolare, colmo d’acqua, marginato da gradinate e da massi con al centro una ghiera in pietra a proteggere la falda sorgiva. Dal laghetto, isolato forse in virtù del fatto che fosse fruibile unicamente dalla schiatta sacerdotale, l’acqua, elemento vitale nella Sardegna arcaica, scivola giù verso l’insediamento protostorico attraverso un percorso indotto che termina in prossimità di un pozzo sacro. Gruttiacqua non risparmia di certo sorprese perché nelle vicinanze dell’area si possono osservare almeno due Tombe dei Giganti. Da una visita all’insediamento si capisce che lì la vita, durante l’Età del Bronzo,  fosse frenetica per via delle numerose strutture sia di uso civile che di uso religioso. Ma la forbice temporale non si riduce solamente a questo periodo: l’ambiente circostante mostra la presenza sia di Domus de Janas, comparse in Sardegna attorno al 3400 a.C., che di tracce di frequentazione dell’area in epoca imperiale. A testimoniare una continuità culturale e di frequentazione dell’area, già sospettata teoricamente e ulteriormente confermata, arriva inaspettata la donazione, da parte di una famiglia antiochense, di una Collezione privata alla Sede operativa della Soprintendenza ai BBCCAA di Sant’Antioco. L’insieme dei materiali, consistenti in una trentina di forme vascolari, tazze carenate e olle biansate, in ottimo stato di conservazione, si può collocare, date le forme tipiche e le rifiniture, nelle facies culturali di Sant’Iroxi e Sa Turricola. Questo periodo, che cronologicamente va dal 1650 a.C. al 1500 a.C., vede sorgere i primissimi protonuraghi e le primissime Tombe dei Giganti. A seguito della donazione, il responsabile locale della Soprintendenza, Geom. Franco Mereu, ha compiuto un sopralluogo superficiale nella zona segnalata come luogo di provenienza dei reperti, individuando delle Domus de Janas con le stesse forme vascolari. La scoperta è eccezionale in quanto dimostra come gli uomini del Bronzo Medio, che crearono le Tombe dei Giganti, continuassero a seppellire individui anche nelle Domus de Janas. Le domande nascono spontanee: per quale motivo si continuarono ad usare le Domus se già esistevano le Tombe dei Giganti? Cosa spinse gli uomini di una stessa comunità a seppellire in una o nell’altra sepoltura? La risposta sembra condurre unicamente verso una direzione: la società nuragica era composta da almeno due classi: l’aristocrazia e la massa comune, e le Tombe dei Giganti e le Domus de Janas erano rispettivamente le sepolture per l’una e per l’altra classe sociale. Il materiale ricevuto è ora esposto presso la struttura comunale intitolata a “Ferruccio Barreca”, che ospita l’esposizione museale con i reperti, già precedentemente classificati e catalogati dal Geom. Franco Mereu e dai suoi stretti collaboratori. Alla domanda posta in merito se la procedura usata nel classificare i reperti appena rinvenuti sia legata all’urgenza o alla contingenza di dare una sede sicura ai reperti, il Geom. Mereu e la collega Annamaria Basciu rispondono che per la locale sede della Soprintendenza si tratta di una prassi di routine. Attraverso una loro iniziativa e azione personale di riordino dei materiali, tutti i reperti contenuti nei magazzini della Sede e dei nuclei periferici quale l’esposizione museale sono stati fotografati, classificati, restaurati, numerati e inseriti simultaneamente in un database che indica con precisione scaffalatura e numero di deposito, oltre ad un’immagine geo-referenziata e alle coordinate di rinvenimento degli oggetti. “Un consistente lavoro, svolto in diversi anni, che permette ora di cogliere i giusti frutti e le giuste considerazioni” sottolinea il Geom. Mereu, esprimendo soddisfazione sia in merito ai risultati raggiunti nella gestione delle informazioni sia in merito al quadro archeologico locale che si delinea in base alla combinazione delle informazioni stesse. La rivalutazione dell’area di Gruttiacqua, ora in stato di abbandono, è ancora lontana, considerato lo scarso impegno degli amministratori, ma grazie alla buona volontà di un funzionario e dei suoi collaboratori almeno le notizie principali e i riferimenti rimarranno fruibili sia agli appassionati che agli studiosi. Il gigante è ancora lì insieme agli altri protagonisti del nostro passato, rivelando circa seimila anni di storia, però perbacco … mica li dimostrano.

Una risposta a “UN'AREA ARCHEOLOGICA CHE RESTITUISCE INFORMAZIONI E SCOPERTE CLAMOROSE: GRUTTIACQUA, SEIMILA ANNI E NON LI DIMOSTRA”

  1. La passione di Marcello per la gloriosa storia della sua e nostra Terra è sempre travolgente e contagiosa. Quante cose ci insegna e ci fa scoprire! Grazie Marcè: continua così!

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