LA RICERCA DELLA BELLEZZA NELLA SEMPLICITA' CONTAGIOSA DI AINHOA, UNA BASCA CHE VIVE IN TERRA SARDA

Ainhoa

di Michela Murgia

Ainhoa è così bella da far pensare che ogni altra definizione serva solo a specificare meglio come si declina su di lei quell’abusatissimo aggettivo. La prima volta che l’ho vista ho creduto che questo effetto dipendesse dai suoi capelli, scuri ma intarsiati di ciocche di un bianco brillante che illuminano il viso fresco, regalandole un fascino che non ha bisogno di espedienti. Non conosco nessuna donna della sua età – appena sotto i quaranta – che non si ingegni in mille forme di accanimento anagrafico per mitigare l’evidenza degli anni che passano. Ainhoa non è fatta così: la guardi e capisci subito che a lei vivere il tempo piace molto più che provare a fermarlo (e non è una questione di capelli). Di questa insolita giovane donna di Bilbao ho sentito parlare per la prima volta da amici comuni: me la descrivevano come una persona straordinaria, ma senza poi essere in grado di spiegarmi con precisione il perché. Ha lasciato l’Euskadi e si è trasferita a vivere qui, mi dicevano. Ha un giardino bellissimo, aggiungevano, e sta restaurando la casa da sola. Non capivo come queste banalità dovessero rappresentare qualcosa di speciale. Poi un amico mi ha mandato una mail che aveva per oggetto: “La bellezza è tutto”. Diceva semplicemente: “Ti scrivo perchè conosco una persona che cerca la bellezza, in tutte le sue forme. Secondo me dovresti incontrarla.” Mi segnalava il blog di una ragazza che con ogni evidenza era proprio l’Ainhoa di cui avevo sentito parlare. “Non importa dove mi trovo o cosa faccio, se faccio gioielli o se preparo un concime. La mia vera passione è sempre stata la ricerca della bellezza. Credo fermamente che la bellezza, creare bellezza, trovarla, riconoscerla e lasciarsi emozionare salvi l’uomo dai demoni”. Quel richiamo alla bellezza che salva, così dostoevskijano, mi convinse che dovevo dare retta al consiglio del mio amico. Sono andata a conoscerla nella sua casa, un rustico in pietra e fango più che spartano che lei ha sì restaurato in prima persona come dicevano le voci, ma non da sola. Ad aiutarla c’era il suo compagno, un giovane ingegnere sardo con molta arte e pochissima parte, pieno di quell’energia che solo i pazzi o gli innamorati sanno mettere in gioco quando non ci sono alternative. Privi di mezzi e pieni di sogni, insieme ci hanno messo tre anni di lavoro manuale per sistemarla, impastando il cemento con le loro mani, segando le travi di persona e salendo in cima a metterci le tegole in spregio alle perplessità dei vicini; alla fine la catapecchia inabitabile e senza il tetto che avevano acquistato per pochi soldi si è trasformata in una casa vera, scarna ma particolare, dove Ainhoa mette in atto ogni giorno i passi semplici del suo progetto esistenziale: costruire quella bellezza contagiosa di cui tutti poi raccontano. Benchè il suo lavoro sia disegnare gioielli, non è lì il fulcro della sua ricerca. L’attività le permette di vivere e di soddisfare il suo continuo desiderio di partenze e ritorni tra la Sardegna (dove li immagina) e i Paesi Baschi (dove li commercia), ma la concezione che Ainhoa ha del bello riguarda l’estetica in modo del tutto marginale. È il giardino, non il laboratorio, che ti fa capire come stanno davvero le cose. È uno scampolo irregolare, non più di venti metri quadri di terra, ma Ainhoa ne ha fatto un luogo personalissimo, coeso alla casa e allo stesso tempo portatore di diritti propri. Ci cresce un po’ di macchia mediterranea e piante selvatiche, officinali, aromatiche e decorative, con qualche albero da frutto che cura con competenza. Durante la cena porta a tavola diverse pietanze fatte con i fiori del giardino, insolite e gustose. “Belle” – mi corregge lei – “altrimenti non funzionerebbero”. A cosa dovrebbero funzionare? Mi guarda stupita che io non veda l’ovvio. “Mangiare fiori è speciale. Ci si sorride in continuazione guardandosi negli occhi, ci si stupisce dai colori così brillanti e accesi dei piatti, dai sapori nuovi … e c’è sempre qualcuno che racconta di quando era piccolo e mangiava fiori. Credo che tutti abbiamo mangiato fiori da piccoli. Poi siamo cresciuti e abbiamo smesso di farlo. La bellezza te lo ricorda.” Mentre mastico i pistilli frizzanti mi rendo conto che è vero, mangiavo i fiori anche io, ma lo avevo dimenticato. La guardo e stento a credere che la delicata ragazza dei fiori nell’insalata sia la stessa che ha fatto due anni il carpentiere per sistemare la casa. Ma per lei le due attività sono costruzione di bellezza allo stesso modo. Mi parla di sua nonna, dei semi che le ha regalato come corredo quando è venuta a vivere qui, rinchiusi in piccoli pacchetti con scritto sopra la specie e il colore del fiore. Mi sorride, ha gli occhi luminosi e scuri e penso ai versi di Brecht: e bagnare il giardino/fare coraggio al verde/dare acqua agli alberi assetati/darne in abbondanza/non scordare gli arbusti/nemmeno, quelli fiaccati che stanno/senza bacche, avari/e non farti sfuggire le erbacce/in mezzo ai fiori/anche loro hanno sete/innaffia ancora il fresco prato/e quello inaridito/ristora anche la nuda terra/tu.

Questa ragazza contagia, anche se in apparenza non fa niente di speciale: non ha un’arte così evidente da accendere i riflettori, non è niente di più di quello che si vede di lei, ha solo innaffiato e cucinato. Eppure uscendo da casa sua con un barattolo di marmellata di rose mi sono sentita come le persone del suo vicinato e come gli amici comuni che mi avevano parlato di lei: felice, stupita. È in posti così, con persone come lei, che la bellezza in silenzio sta davvero salvando il mondo.

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